Era marzo inoltrato quando se ne andò da casa nostra.

Si era sistemato in un piccolo appartamento nel centro storico, uno di quelli di fronte al viale alberato, che sembrano tutti uguali, al numero otto. "Stamattina gli ho portato l’ultimo pacco con le sue cose" avevo sentito dire a mia madre. Il nonno continuava ad aiutarlo anche se lui non si presentava quasi mai al lavoro, la sua salute malferma esigeva il decoro silenzioso e caritatevole del nostro comportamento: era inattaccabile. Le nostre ragioni inspiegabili nulla avrebbero potuto contro la pia immagine del povero padre di famiglia malato e solo. Eravamo suoi ostaggi: la mamma, il nonno, le mie sorelle. Io.

La prima volta che lo vidi davanti alla scuola pensai che fosse un incontro casuale. Le mamme delle mie amiche lo salutavano, ci salutavano, avevano quasi sempre nello sguardo quella specie di dispiacere agrodolce: che cosa triste un padre separato e queste bambine con le valigie, i pari da me e i dispari da te, come delle multiproprietà godute a turno. Meno male che non è successo a noi, noi, siamo una famiglia unita, niente complicazioni …

Mi accompagnava per un pezzo di strada, in silenzio, non osava spingersi fino al nostro quartiere, saremmo dovuti passare davanti all’albergo del nonno, con il rischio che mia madre ci vedesse. Non so quali fossero gli accordi tra di loro, ma a giudicare dalla sporadicità degli incontri ufficiali a casa nostra, con noi figlie, con mia madre sempre presente, credo che la mamma e il nonno lo avessero convinto a stare lontano da noi. Non so con quali argomenti, denaro probabilmente, minacce di scandali, forse, ma quest’ultima eventualità mi sembra più remota, il giudizio degli altri era contenuto nel disprezzo compatto di mio padre per il resto del mondo: se ne infischiava. Lui viveva da solo, in un mondo inesistente, fuori dal quale scorgeva solo ombre.

L’unica sua ossessione reale ero io, voleva a tutti i costi che diventassi l’uomo che lui non era, non era stato, non avrebbe mai potuto essere. Credo che non rinunciò a questo sogno delirante e potente fino al giorno della sua morte, avvenuta dopo due anni da quell’incontro davanti alla scuola.

Doveva accadere ancora una cosa, di cui, assieme alle altre già accadute, non mi sarei liberata facilmente, nemmeno dopo la sua scomparsa.

 

Mancava qualche giorno al mio decimo compleanno, era maggio, come adesso.

Sei nata nel mese delle rose diceva mia madre, trasmettendomi una sorta di sorellanza con questi fiori alteri. Protestavo un po’ dicendo che preferivo le margherite, ma ero una rosa: mi sembrava, allora, di non avere scelta. Quel giorno uscii da scuola contenta, sapevo che nel pomeriggio sarei andata con mia madre a scegliere il vestito da indossare alla mia festa di compleanno.

Quel pomeriggio non ci sarei andata, non avrei mai festeggiato i miei dieci anni, ma in quel momento non lo sapevo.

Vedevo rose ovunque. Rosse, rosa, spuntavano all’improvviso dai roseti dei giardini delle ville, o emergevano a grappoli da cancelli arrugginiti di terre abbandonate; me la ricordo ancora quella bellezza arrampicata come una sentinella, a mantenere in vita la vita, anche in quei deserti appassiti.

Quel giorno camminavo spedita, diretta all’albergo del nonno. Era sabato, pranzavamo lì, così la mamma poteva dedicarsi al lavoro, più intenso nel fine settimana, e allo stesso tempo tenerci con lei.

C’era un negozio di abbigliamento proprio alla fine del marciapiede, dopo, un semaforo, e poi avrei svoltato a destra, proseguito per circa cento passi e sarei arrivata a destinazione: “Albergo Aldebaran”, il nonno era fissato con le stelle.

Mia nonna prima di morire gli aveva regalato un telescopio e un binocolo: bellissimi.

Nelle notti estive li portavamo in terrazza e il nonno diceva:” Accomodatevi, comincia lo spettacolo”. Una alla volta, io e le mie sorelle, sbirciavamo il cielo. Con il binocolo guardavamo le stelle; non puoi sapere cosa appare agli occhi di un bambino quando guarda le stelle, è uno stupore primitivo, totale.

Il telescopio ovviamente era un oggetto sacro per mio nonno e a noi era permesso toccarlo solo in sua presenza.

La nonna gli mancava molto, si vedeva, da tante piccole cose. Da quando lei se n’era andata mi sembrava che il nonno camminasse un po’ meno dritto, che le sue cravatte fossero un po’ meno perfette, che il suo sguardo fosse un po’ meno potente. Nonno Euplio ora sembrava una di quelle mie barchette di carta, caracollanti, quelle con cui giocavo nella vasca da bagno con le mie sorelle, d’inverno, quando la nostalgia del mare e l’uggia della scuola diventavano intollerabili. Nonno barchetta, lo chiamai dentro di me, mi venne da ridere.

Quando lo vidi era già troppo tardi: per cambiare strada, per provare a nascondermi, per entrare in un negozio e aspettare che mi superasse, per attraversare in fretta e furia. Per…

Non ebbi il tempo di fare nulla, solo un breve lampo in un tempo parallelo al mio per pensare: “Sono vestita da bambina.”

Mi passò davanti. Non mi vide. Era Niccolò, il mio migliore amico della scogliera. Lo avevo riconosciuto subito, non era cambiato molto.

Camminava accanto a un uomo, suo padre.

Li seguii. Li vidi entrare all’Aldebaran. Erano sulla soglia quando Niccolò si girò e mi vide: ero ferma sul marciapiede, qualche passo prima di lui. Sostenni il suo sguardo. Congelata dalla paura che mi riconoscesse, non riuscivo a muovermi.

Il padre, già all’interno dell’albergo, lo chiamò invitandolo ad entrare. Lui continuò a guardarmi, ne ero sicura: gli ricordavo qualcuno, eravamo stati amici, avevamo trascorso giornate intere assieme, in fondo era passato solo un anno e io avevo solo i capelli un po’ più lunghi, li avevo appena tagliati, sistemati, diceva la mamma, per il mio compleanno.

Ne ero sicura: il mio amico avrebbe potuto riconoscermi. Lo guardavo, avrei voluto correre ad abbracciarlo.

Niccolò continuò a fissarmi, attonito, fino a quando non si girò e scomparve oltre la porta d’ingresso dell’albergo.

M’incamminai lentamente. Arrivai alla fine del marciapiede. Appena svoltato l’angolo, cominciai a correre. Non so per quanto tempo ho corso. Mi ritrovai seduta su di una panchina senza memoria di quando, nel corso di quel naufragio, vi fossi approdata. La mia memoria non procedeva più in senso lineare con tutti gli eventi cronologicamente ordinati, ero precipitata in una macchina del tempo fuori controllo, ero lì ma ero ovunque, ero io ma ero anche altro, ero niente in fondo, plastilina molle e informe.

Avevo bisogno di rileggere la mia vita tutta da capo, dovevo ritornare al punto in cui avevo perso il filo del mio discorso.

C’era una sola persona al mondo a cui potevo raccontare l’accaduto. Ci andai, completamente dimentica di tutto il resto: mia madre, mio nonno, le mie sorelle, da presenze amiche divennero estranei, lontani come le stelle di nonno Euplio, incapaci di schiarire con la loro luce il cammino che da quel momento fui costretta a percorrere per sapere chi ero.

Lui non sembrava stupito. Gli raccontai del mio incontro immaginando che si spaventasse, che per un momento potesse condividere il mio terrore, gelido, di essere scoperti, che la mia famiglia… All’improvviso mi fu chiaro che non potevo più tornare all’albergo. E nemmeno a casa: come avrei spiegato che non volevo mettere più piede all’Aldebaran?

La sua risata scomposta sovrastò il rumore dei miei pensieri, lampi guizzanti di una tempesta che mi avvolgeva sempre più sguaiata. Come quella risata oscena.

“Rimarrai qui con me. Poi magari partiamo, sì, buona idea, non possiamo stare qua dentro chiusi come due topi. Sì, è deciso, tra qualche giorno partiremo, dammi il tempo di fare un piano e vedrai di cosa è capace tuo padre”.

Si alzò. Era meno vecchio all’improvviso. Mi guardò. La macchina del tempo con un sospiro si spense e mi lasciò lì, riagganciata a quel vagone, a quel treno da cui ero scesa con mia madre in un’alba fresca, in fuga da un deragliamento bellissimo: da un film cupo a una nuova storia sotto infinite stelle.

Ero di nuovo lì. Lo scatto della serratura mi avvertì che lui aveva chiuso la porta: contai tre mandate. Infilò la chiave nella tasca dei pantaloni e se ne andò a dormire nella piccola stanza attigua: un letto, un comò cadente, un armadio quasi vuoto. Si coricò vestito, dopo pochi minuti russava.

Quella notte fu lunga. Lui dormiva. Io ero seduta in cucina, su di un divanetto azzurro scurito dalla sporcizia, come una nuvola che promette pioggia. Non riuscivo a pensare o a sperare niente, non mi venne in mente mai di provare a fuggire: per andare dove? Non c’era nessun luogo al mondo, così mi sembrava, che potesse contenere me, noi.

Quella cosa esisteva solo mentre la vivevo, mentre lui proiettava su di me la sua follia come un sole malato, imprigionandomi nella sua ombra, poi, quando tentavo di raccontarla mi si sbriciolava tra i denti. Ci avevo provato a raccontarlo a mia madre, ma non avevo trovato le parole.

Forse c’è un dio dei bambini, che li guidò fino a me, loro, arrivarono all’alba, mancava ancora qualche ora, una luce bianca si era appena posata guardinga sulle sedie spaiate della cucina, sull’orlo strappato della tovaglia, sui piatti sporchi sparsi ovunque. Era tutto così assordante eppure l’unico suono udibile era il ticchettio solerte degli orologi, ce n’erano tre in quella cucina. Uno appeso al muro, un disco di legno con delle lancette appuntite come le guglie di una cattedrale; sul frigorifero bianco, inutilmente altero in quella povertà opalescente, c’era una sveglia triangolare, laccata di un bel rosso vivo con le lancette nere, rigide come soldati.

E poi, abbandonato sotto il cuscino del divano su cui avevo passato quella notte insonne, era l’alba ormai, c’era un orologio rotondo, chiuso nella sua casetta di metallo. Lo presi e lo portai alla finestra per guardarlo meglio alla luce dell’aurora.

Loro stavano arrivando, inattesi, come evocati dalle brume sudate di quella notte.

Una fila di alberi sottili, con la chioma come le piume sul cappello di un’artista circense, ma più soavi, si snodava nella strada illuminata dai lampioni, uno per ogni albero. Sembrava una mostra notturna, una bellezza sconvolgente profanata da un ubriaco che stava vomitando appoggiato ad un lampione.

L’orologio si aprì con un clic, docile. All’interno c’erano due cerchi con le lancette e i numeri di epoche diverse. In alto, racchiusa in un ovale perfetto, una farfalla. Lo appoggiai aperto sul davanzale, aprii la finestra piano piano. Mi sembrava che in quell’immagine fosse contenuta una risposta alle mie domande, ma ci sarebbe voluto del tempo perché riuscissi ad interpretarne con chiarezza il significato.

Fu allora che sentii quei colpi alla porta. Erano arrivati.

Se veramente c’è un dio dei bambini, quello era il suo esercito. Mio padre in un niente fu davanti alla porta. La polizia continuava ad intimargli di aprire, prima gentilmente poi sempre più perentori, ma lui chiedeva un attimo ancora per vestirsi, in realtà quell’attimo gli serviva per nascondere me. Mi si avvicinò concitato, voleva afferrarmi per un braccio, ma da qualche parte del mio corpo uscì un urlo con una forza e una ragione sconosciuta, ancestrale. Sfondarono la porta ed entrarono.

Cosa accadde nei giorni seguenti? Ogni volta che provo a ricordare vedo solo gli avanzi, come di una preda divorata malamente, di quello che accadde, mentre sul resto, scorgo solo i veli soffiati dalla memoria sull’innominabile della mia vita.

Mi portarono via.

Il volto marmoreo di mia madre congelato in uno spavento totale.

Le poliziotte sorridenti.

Le visite in ospedale.

Gli occhi pieni di lacrime di nonno Euplio.

Le domande, infiniti punti interrogativi a trafugare la mia anima fino a svuotarla di tutti i suoi segreti.

"Come avete fatto a trovarmi… abbiamo provato… quando svolgiamo un’indagine interroghiamo tutti… volevamo solo chiedergli se ti avesse vista… abbiamo avuto fortuna…"

Le mie sorelle, così lontane nella loro innocenza.

Il trasloco.

"Ti porto via da qui" il ruggito sommesso di mia madre, nei miei capelli, dentro un abbraccio infinito.

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