Un turbante blu ben calzato, la giacca grigia, la borsetta in grembo stretta tra le mani, sguardo silenzioso verso il pavimento…

Due posti prima, un uomo con i capelli bianchi e una giacca verde attende pensoso.

Primo piano, day hospital oncologico.

Oltre la porta di un discutibile color rosa, una trentina di metri di corridoio.

Si passa prima dall’accoglienza, spuntato il nome si viene indirizzati alla "sala d’attesa", uno slargo del corridoio con sedute tipo aeroporto.

Sulla parete di fronte un contatore scandisce i numeri delle chiamate, più avanti le salette per le terapie e in fondo gli studi medici.

Intanto arrivano altre persone: una coppia, lui col bastone e lei che lo sorregge, poi un giovane che inizia subito a digitare sul portatile.

Le attività procedono veloci, grazie anche a infermiere che si muovono sempre sicure e cordiali. Devono essere molto attente, non possono sbagliare nulla, un errore, una distrazione anche minuscola e sarebbe la fine. Eppure non perdono mai il sorriso e hanno sempre una parola gentile.

Una di loro tradisce un accento sardo che mi rimanda ad anni fa, a giorni di vacanza in luoghi splendidi.

Mentre attendo il mio turno in piedi vicino al muro, avanza un uomo anziano, solo, con pochissimi capelli, preceduto dal cigolio delle ruote di un deambulatore. Mi chiedo come sia riuscito ad arrivare fin qui.

In corridoio arriva il carrello delle terapie con piccole sacche appoggiate dentro vaschette recanti nome e cognome del destinatario.

I pazienti entrano ed escono dalle stanze delle infusioni. L'iter è lo stesso per tutti: ci si accomoda sulla poltrona, controllo della pressione, flebo di cortisone, lavaggio e infine la chemio. Il tutto dura alcune ore nelle quali si legge, si parla, si pensa, fino a quando il cicalino inizia a suonare e ti dice che hai finito.

La voce di una volontaria in camice bianco risuona nel corridoio: “Ci sono le colazioni, chi vuole può accomodarsi”. Tra l'attesa, il trattamento e il controllo, si rimane qui per parecchio, tanti vengono da fuori e sono svegli dall’alba.

Arrivano ancora altre persone, una donna molto elegante insieme a un uomo, forse il padre.

Lei parla, parla, parla, lui ha lo sguardo lontano perso in chissà quali pensieri.

Una bella voce che conosco pronuncia il mio nome dal fondo del corridoio, è quella di Letizia, l’oncologa che mi sta seguendo. Ha un nome che le calza perfettamente. Un sorriso, un commento sui referti, l’aggiornamento della cartella… Parliamo di come sono andate le cose dall’ultima volta che ci siamo visti, poi si alza con rispetto, mi sorride di nuovo e mi stringe la mano. La competenza e l'attenzione si sentono sulla pelle, non servono parole. E questo vale anche per gli altri: Pierangela, Alessandro, Anna, solo alcuni dei nomi che ricordo… professionisti sempre garbati, anche dopo turni estenuanti.

Per oggi ho finito. Saluto chi è ancora in attesa, un paio mi rispondono. Fino al mese prossimo continuerò a vivere, arrabbiandomi, ridendo, passando il tempo con gli amici, giocando con i nipoti… Qui è un luogo dove parole come dolore, speranza, gioia, futuro, assumono un significato di un peso diverso.

Torno a casa verso l'ora di pranzo.

Alla TV accesa i soliti discorsi di persone che, nel migliore dei casi, di certe situazioni non si sono mai interessate. Dovrebbero avere il pudore di tacere, invece strumentalizzano argomenti tanto delicati per mero interesse personale.

D’istinto spengo e siedo a tavola sorridendo a mia moglie.

 

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