Joshua sapeva cosa doveva fare e per giunta da solo.
Quella sera non aveva nulla da fare, come una decina di sere a questa parte.
Febbraio era appena cominciato, i bar stavano per riempirsi dopo il lungo periodo di meditazione economica che accompagnava i dirigenti alcolisti del paese. 
Stava per cominciare quella che tutti chiamavano vita.
Lui l'aveva vissuta quella vita, fatta di serate, belle donne, vestiti precisi e stirati, visi curati, peli superflui abbattuti a suon di cerette pomeridiane. Uomini e Donne avevano di certo un paio di generazioni su cui sperimentare la loro influenza stupida sulle masse popolari sedentarie.
Litri e litri di alcool brulicavano le loro anime prima del grande salto sociale che tutti sognavano. Anche Joshua lo sognava; anche lui voleva essere uno di loro.
Sognava di tutto, sapeva che avrebbe potuto diventare ciò che aveva sempre voluto essere.
Quella sera uscì intorno alle nove e trenta: né troppo presto, né troppo tardi, un orario calcolato per poter trovare almeno il bar aperto. 
Lungo il tragitto da casa al bar fumava almeno due o tre sigarette e una birra doppio malto che andava di moda tra quelli come lui. Pensava a quanto fosse stato strano il fatto di aver trasformato una birra rozza e cattiva in una specie di simbolo d'appartenenza ad una setta. Qualcuno aveva persino ipotizzato la presenza di una droga non segnalata sugli ingredienti che la componevano. Le altre birre erano passate in secondo piano da un po', come chi prova una birra superiore lascia perdere quelle precedenti. 
Lo stesso discorso vale per le donne se volete. 
Ogni tanto gli capitava di incontrare un vecchio conoscente della sua infanzia. 
Ma non quella sera. 
Lui lo aveva già intravisto giorni prima in paese. Sapeva che prima o poi con lui ci avrebbe parlato. Si sarebbero scontrati di nuovo a suon di sguardi e sorrisi provocatori, ma non sarebbero arrivati alle mani un'altra volta. Non avrebbe vinto nessuno dei due.
“Sali”. Disse col tono di uno che aveva qualcosa di importante da fare.
“Che devi fare?”
“Una cosa, Muoviti”.
Joshua salì dopo aver buttato metà sigaretta.
Caso volle che sbatté con forza lo sportello dell'auto e lì il primo sguardo di stizza tra i due.
Ah, come si chiamava lui? Beh, lui era Dorian, il fratello fortunato di Joshua, quello che era partito in Svizzera dal padre. Il più invidiato del paese.Ormai faceva persino fatica a vivere, lui sì che aveva vissuto il vero freddo. Come tutti quelli che partivano in quel periodo era tornato con una barca di soldi e qualche vizio in più. 
Si misero a parlare di musica e droga, le uniche cose che avevano in comune.
“Ultimamente di che ti fai?” Dorian andava dritto al sodo.
“Emozioni,e tu?”
Dorian rimase un attimo a pensare: rallentò prima della curva, ma solo per poco.
Scaricò tutti i cavalli della macchina nuova.
Joshua rimase tranquillo, con quel suo solito sorriso diabolico sulle labbra. Era soddisfatto ed estasiato da tutto ciò che lo circondava.
Dorian si era accorto di tutto questo e frenò di scatto come se avesse visto la morte in faccia. 
Si rivolse a Joshua con tono divertito: “ Anche io...”
Non era tornato per niente, non era mai partito.
Sapeva che c'era ancora un conto in sospeso fra i due, ed era arrivato il momento di mettere in ballo tutto ciò che avevano imparato. Erano passati più di cinque anni.
Joshua si rese conto di avergli salvato la vita, era stato clemente con lui, lo aveva fatto vincere. 
Era arrivato il momento di chiedere la rivincita. Dorian non si sarebbe tirato indietro. 
Vincere ad ogni costo era la terza cosa che li accomunava.
Joshua aveva perso tanti amici quel giorno di cinque anni fa, ma non lui, il suo miglior nemico.
Finirono per fumare un po' prima di tornare in paese.
Joshua entrò nel bar con la solita fretta. Un posto frequentato per la maggior parte da facoltosi universitari, piccole prostitute, single quarantenni e neo-divorziati in preda all'estasi post pannolino. Un bordello insomma.
Il proprietario e i dipendenti non facevano mai domande, ecco perché ci andava ogni sera. Adorava il loro silenzio; ormai non chiedevano più cosa prendesse da bere, la doppio malto era il suo simbolo stampato in fronte.
“Mi puoi fare un favore?” Joshua non era portato per fare la voce grossa.
“Puoi metterci dell'assenzio?"
Il barista non batté ciglio, Joshua pagò e si sedette al solito posto. Ne bevve due altre altro stesso modo. 
Aveva scritto tanto quella sera, ma sopratutto aveva trovato il finale perfetto per il suo dannato libro di merda.
 Intorno a mezzanotte richiuse la penna, il block notes,prese la birra, il pacco di sigarette ormai vuoto ed andò verso il bancone del bar. Chiese un tappo per chiudere la birra. Beh, immaginate la faccia del barista a tale richiesta, chi chiederebbe un tappo di birra in un bar. Ma sopratutto per farci cosa?
Joshua scolò in un sorso la birra rimasta e ci mise dentro la penna, la richiuse e la diede al barista con un sorriso. 
Blaterò qualche incomprensibile ma mai più sincera parola verso quel suo carissimo amico e andò via da quel bar di depravati, finti genitori ed improvvisati intenditori di vini scadenti. 
Barcollava come non mai quella sera. In più aveva finito le sigarette. 
Sapeva che il giorno seguente sarebbe stato un inferno.
Tutti a spettegolare di un povero ventenne pazzo. In più, doveva fare i conti con sua madre.

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