Ripenso a quello che è accaduto sabato, appena poche ore fa, eppure già mi sembra lontanissimo, come se appartenesse a un’altra vita. Avevo chiesto a mia sorella Maria di prepararmi una piccola borsa per un breve viaggio. Era un gesto innocente, naturale, che non le diede alcun sospetto. Poi andai alla redazione dell’Unità, dove chiesi al giovane Paolo Spriano una fotografia: scelsi quella in cui il mio volto appariva più triste. Chissà se lui ci pensò dopo. Chissà se capì davvero.
Poi venne la città con i suoi viali deserti d’agosto, il sole basso che taglia le facciate dei palazzi e illumina la polvere sospesa nell’aria. Infine, l’albergo. Avevo chiesto una camera con telefono. Era l’unico requisito che avevo preteso. Volevo poter chiamare. O almeno così credevo.
Mi alzo e vado di nuovo alla finestra. L’infisso moderno non appartiene alla stanza; lo apro, e dietro c’è quello vero, vecchio, bianco e scrostato.
Appoggio i gomiti sul davanzale. Non accendo la pipa. Brucio invece qualche foglio, piccole fiamme, cenere che si posa con lentezza. L'ho sempre saputo: ciò che scrivo può ferire e distruggere. Le parole salvano, le parole uccidono.
Aver scritto qualcosa che ti lascia come un fucile sparato… e accorgersi che tutto è nulla se una presenza non lo scalda…
È così. La scrittura è un mestiere che si paga caro…
Mi volto. Il letto è lì. Il comodino con l’ultimo mio romanzo sopra. Il telefono nero sembra aspettare, immobile. Mi avvicino, sollevo la cornetta, inizio a comporre i numeri che corrispondono a tanti volti che mi passano per la mente: Giulio, Natalia, Davide, Bianca. Poi lei: Fernanda Pivano, mia ex studentessa, affetto timido, impossibile. Nessuno risponde. Tutti in vacanza. Nessuno sente gli squilli. Nessuno sente che sto precipitando.
Forse neanche io sapevo se volessi essere salvato o solo ascoltato un’ultima volta.
Torno a sedermi sulla poltrona. Penso all’amore.
L’amore, grande affermazione, grande illusione. Si ama per contare, per resistere, per restare. Eppure, l’amore porta con sé la voglia di sparire. È vita così intensa che brucia chi non riesce a starle dietro. E io non ci sono mai riuscito.
Ripenso a Sinclair Lewis e a una frase che ho tradotto così del suo romanzo: leggiamo per sapere di non essere soli. La solitudine, invece, l’ho sempre avuta addosso come una seconda pelle. Forse ci sono nato. Uomo delle Langhe, figlio di colline mute. Mille volte l’ho scritta, ma viverla è sempre stato un’altra cosa. In mezzo agli altri rimango straniero, incapace di credere davvero nella loro vita. Solo la letteratura me li rende tollerabili.
Mi chiudo nel silenzio.
Sesso, alcool, sangue… i tre momenti dionisiaci… Li ho osservati da fuori, più che vissuti.
Sognare è come scrivere una storia simbolica… Ma ora non sogno più nulla. Nessuna immagine mi viene in soccorso.
Mi affaccio di nuovo. Il cielo chiaro di Torino mi regala un attimo di fiducia, un fremito improvviso. È un vezzo banale, infantile: guardare il cielo da un luogo chiuso e credere che tutto esista davvero. Ma dura un istante.
Mi sdraio sul letto. Ripenso a Melville, alle rotaie di ferro:
“La via del mio fermo proposito è segnata da rotaie… nessun ostacolo, nessun gomito…”
Così sono arrivato fin qui: su una rotaia che va dritta verso l’orizzonte.
Prendo le bustine dalla mensola. Le apro una alla volta, le sciolgo nell’acqua. Il gesto è semplice e proprio per questo definitivo.
Prima di bere, apro il romanzo e su una pagina bianca e scrivo una frase, la mia ultima, il mio saluto beffardo al mondo.
Rimetto il libro sul comodino, accanto al telefono a cui nessuno risponderà mai.
Bevo.
Mi distendo.
Il resto non conta più.

Quando il maître d’hotel finalmente dischiuse la porta, un gatto nero si intrufolò nella stanza con la disinvoltura di chi conosce ogni centimetro del territorio. Era un abituale frequentatore dei piani: inteneriva le cameriere, respingeva i clienti scontrosi, si aggirava con passo lento e sicuro, la coda dritta, gli occhi rotondi, pieni di curiosità. Esplorò ogni angolo della camera, sfregandosi contro il muro, annusando il parquet, osservando il letto e la poltrona come a segnalare che quell’ambiente era ormai suo, che chiunque fosse arrivato era di troppo. Trovato l’angolo giusto, si accucciò e iniziò la sua toeletta, con la calma di chi non teme nulla, padrone assoluto di ogni centimetro.
Il maître, intanto, aveva bussato più volte, senza ricevere risposta. Tese l’orecchio, cercando il minimo rumore: il fruscio delle lenzuola, il tonfo leggero di un oggetto caduto, un colpo di tosse, il ritmo della respirazione. Nulla. Solo il brusio soffocato della città arrivava fino al corridoio. Il cliente della camera 49 non si era fatto vedere dal giorno precedente. Soggiornava a mezza pensione. L’assenza aveva cominciato a preoccupare il personale.
La stanza, situata in fondo al lungo corridoio del terzo piano, era semplice: una porta, sulla sinistra, immetteva in un piccolo disimpegno con il bagno adiacente. Arredata con un letto a una piazza, un armadio, un attaccapanni e una scrivania in mogano, offriva spazio sufficiente per restare soli con i propri pensieri. Sulla mensola sinistra, il vecchio telefono in bachelite nera; accanto, le bustine di barbiturici. L’unica finestra dava sui portici di piazza Paleocapa, di fronte a una pasticceria lontana dal caos della stazione. La camera 49 offriva abbastanza spazio e un po’ di pace.
Entrando, il responsabile dell’hotel notò subito che qualcosa non andava. L’uomo giaceva in camicia sul letto, immobile, le braccia lungo i fianchi, il volto tranquillo, senza storia. Si era persino tolto le scarpe, che il gatto, incuriosito, aveva già annusato. Non serviva un medico per capire: bastava uno sguardo.
Sulla scrivania, accanto a un bicchiere d’acqua, una quantità significativa di bustine aperte. Sul comodino, sette pacchetti di sigarette vuoti. Un libro aperto portava il nome dell’ospite: Cesare Pavese.
Sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, il volume che amava più di ogni altro, una nota in penna nera, inclinata e leggibile:
“Vi perdono tutti e a tutti domando perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”
Non c’erano più dubbi. Pavese si era tolto la vita qualche ora prima, ingoiando una dose mortale di barbiturici. Un’intera domenica d’agosto era trascorsa prima che qualcuno se ne accorgesse. Ora restava l’urgenza di avvisare le persone a lui care, lontane, in vacanza. Dire loro che l’amico, il fratello, Cesare Pavese, era stato trovato senza vita nella camera 49 dell’Hotel Roma, a Torino.
L’impiegato si voltò per avvertire la direzione, ma prima si fermò. Tornò indietro e afferrò il piccolo felino nero, ignaro di tutto, che stava lisciandosi il pelo sul parquet. Il gatto piegò le orecchie, protestando con un miagolio roco. Depositato nel corridoio, esitò un istante, confuso, poi fuggì lungo la striscia di luce che filtrava dalle finestre, sparendo come se non fosse mai esistito.

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