Salgo lentamente le scale dell’albergo. La mano scivola sul corrimano di legno, levigato da anni di passaggi: per un istante mi trasmette un calore piacevole. Mi hanno consegnato la chiave senza esitazioni, come se questa fosse una stanza qualunque, in un sabato d’agosto come tanti. Io invece so che sarà l’ultima stanza, e l’ultimo agosto. Nessuna domanda, nessun sospetto: l’impiegato non immagina, e non deve immaginare. Tutto è già scritto qui, nel metallo che stringo tra le dita: un gesto piccolo, ma così definitivo da sembrare un sigillo pronto a chiudermi… nella tomba.
Apro la porta.
Il corridoio che mi accoglie è lungo e stretto; la camera ha la forma di una L. Entrando, sulla sinistra, lungo il breve passaggio che porta al letto, c’è un lavandino. Vi appoggio le mie sedici scatole di Veronal. Sopra pende uno specchio: mi ci rifletto e rivedo il mio volto scavato, gli occhi febbricitanti. Ripenso a quanto, nei momenti più duri, quello specchio fu la mia unica compagnia—mi mettevo davanti al suo freddo riflesso ed era come se mi vedessi deformato: in un certo senso ero io ma al tempo stesso non lo ero. Inventavo un altro me stesso con cui scambiare almeno una parola. Ho passato la vita così: fingendo presenze, creando un doppio tra me e il mondo per sentirmi meno solo. Ma era un inganno, e quel doppio ero sempre io. Ora lo capisco. E stanotte, finalmente, metterò fine anche a questo.
Di fronte noto la porticina del piccolo bagno, socchiusa; a destra, senza alcuna separazione, si apre la stanza vera e propria. Un letto singolo, una mensola e, sopra, fissato al muro, un grande telefono nero dalla geometria severa, quasi minacciosa. Pare scrutarmi, con il suo disco immobile che pesa sul cuore come una pietra. Più tardi farò una telefonata… devo farla, sarà un ultimo, estremo tentativo.
Oltre il letto c’è un attaccapanni a muro; nell’angolo, accanto alla finestra, una scrivania piccola e un po’ dimessa. Mi affaccio e vedo la piazza dedicata all’ingegnere Paleocapa. Scorgo la statua di quel personaggio che portò le ferrovie in questa regione subito dopo l'unità d'Italia e, sotto gli archi dei portici, l’imbocco della vicina piazza Carlo Felice.
È un panorama che conosco bene: da anni scendo in questo albergo e mi è sempre piaciuto viverci, come se fosse un altrove, un luogo di passaggio dentro la città. Oggi, però, tutto mi appare diverso: troppo nitido, come una fotografia grigia e malinconica. La stanza mi sembra estranea, e con essa l’hotel, il palazzo, persino Torino. Non la riconosco più questa città… o forse sono io a essere cambiato?
Mi siedo sulla poltrona rossa ai piedi del letto. Le molle scricchiolano, forse infastidite dalla mia presenza.
Mi alzo di nuovo e spalanco la finestra. La piazza si apre davanti a me come una scena livida: le auto parcheggiate mi trasmettono un senso di ordine. La statua osserva la città con un’aria severa e dignitosa, ed è come se custodisse un segreto. Gli abbaini scuri dei palazzi di fronte che paiono figure monacali. Non c’è immagine più austera di questa piazza così piena di sé, quasi altezzosa, proprio come chi la abita.
Mi sporgo e accendo la pipa: un gesto rituale, un modo per dare ordine al caos che sento dentro di me. Più tardi qualcuno troverà la cenere sul davanzale. Penso, non so perché, al mio diario, rimasto su un tavolo a casa di mia sorella, in via Lamarmora 35. Ricordo una frase annotata anni fa: mi sento come un fucile sparato. La vedo ancora, con quella mia grafia tesa. Era vera allora, lo è ancora oggi.
Torino tace sotto la mia finestra. La città trattiene il fiato. Anch’io.
Chiudo l’infisso e penso alla casa di via Lamarmora, alle sue stanze silenziose, alla targa che un giorno, forse, vi apporranno: severa, malinconica, come una lapide. Quel semplice visse qui sarà tradotto in chissà quante lingue.
Riapro la finestra. La città mi investe con i suoi tetti aguzzi e duri; la sento premere da ogni lato, quasi a soffocarmi. La mente allora fugge altrove, come sempre. Quando sono qui mi capita sempre di pensare alla campagna; quando sono in campagna penso alla città. È in questo andirivieni che si è svolta questa mia vita. Ma è proprio di questo che sono stanco.
Ma più della città e della campagna ho pensato al mare.
Non al mare quotidiano della mia adolescenza, quello che nel caldo perdeva colore e sembrava emettere un respiro lento, ripetuto fino alla noia. Quel mare non sapeva farmi sognare: era troppo vicino, troppo reale, troppa acqua per diventare immagine. Io riesco a far poesia solo di ciò che è lontano, irraggiungibile, come un miraggio.
Lì, quel mare era uno specchio d'acqua tra colline ruvide di fiori selvatici, cascate immaginate, sogni di un amico che in quel paesaggio scorgeva un verde nuovo, inesauribile. Lui parlava, io tacevo. Le sue fantasie scorrevano leggere e le mie restavano mute, trattenute da qualcosa che stava più in profondità delle parole. Io vedevo colline, non mare. Colline dure, bruciate dal sole. Quel mare, troppo vicino, diventava limite, una parete opaca contro cui il pensiero andava a sbattere.
Per me il mare era sterilità. Era assenza di ogni possibile fecondità. Era l’opposto della vita. E forse per questo tutto ciò che gli associavo prendeva la forma dell’inutile, dell’ingombrante, dell’inerte. C’era chi si tuffava in quelle acque con naturalezza, finché un giorno la paura non prendeva il posto della confidenza: un male sottile lasciato dal sale, dai fichi, dai succhi brucianti di quella terra. Finché, alla fine, non decideva di andarsene.

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