Giorgio spense il sigaro, si alzò e andò al lavandino. Aprì il rubinetto, riempì un bicchiere e Giorgio si chiese quanto fredda potesse essere quell’acqua: era un pensiero irrazionale, perché veniva pur sempre dall’acquedotto, ma la sensazione di essere in un posto diverso, in un tempo diverso, non lo abbandonava – e lo tenne in mano. «Tanto non ho molti clienti. Non posso assumere tanta gente e quindi non posso neanche avere tanti animali. Non è su quello che faccio affidamento, per campare».

«E i tuoi libri vendono bene?».

Giorgio si strinse nelle spalle.

«Il tuo contratto con la casa editrice scade l’anno prossimo. Pensi che te lo rinnoveranno?».

Giorgio bevve un sorso. «Da quando... insomma ho imparato a vivere con poco. Per un po’... no, per molto tempo, ho pensato che Elena, andandosene, avesse portato via tutto. Poi, a poco a poco, ho imparato che si può vivere nonostante. Quando ti tolgono una cosa e poi l’altra e poi un’altra e un’altra, quello che rimane è quello senza cui, semplicemente... non sei. E, credimi, è davvero poca roba». Andò alla stufa, dove la pentola continuava a borbottare, sollevò il coperchio e ci rovesciò dentro l’acqua che rimaneva. Si levò uno sbuffo e lui lo disperse con lo stesso gesto di Umberto poco prima. «Questo siamo. Vapore».

«Siamo ricchi delle cose cui riusciamo a rinunciare» recitò Umberto.

«Allora qualcuno li compra, i miei libri».

Si udì un latrato, poi un grattare alla porta. Giorgio attraversò la stanza e l’aprì. Un cane magro e inzaccherato, un incrocio tra un bracco e chissà cosa, trotterellò dentro, puntando verso Umberto. Gli infilò il muso nell’inguine, annusò, ricevette una carezza sulla testa, poi andò a sdraiarsi accanto alla sedia di Giorgio. Umberto aveva la sensazione che se, un bel giorno, Dick, che era il nome del cane (“un nome da cani” amava puntualizzare Giorgio, “sarà anche comune, ma sono certo che se gliene dessi un altro si offenderebbe”), avesse deciso che lui, Umberto, non gli andava a genio, Giorgio lo avrebbe messo alla porta senza troppi complimenti. E chissà, forse avrebbe fatto bene. Più volte l’avvocato aveva dovuto ammettere che i cani capivano le persone meglio di tanti esseri umani.

Giorgio tornò alla sedia e si accomodò «Pensi che potrebbero revocarmi l’autorizzazione?».

«Lascia che ti spieghi una cosa. Se tu stai sul gozzo a un vigile, quello la multa te la fa. I fari, i documenti, la revisione, lo stato delle gomme, la velocità, la posizione rispetto alla linea di mezzeria... qualcosa si trova sempre».

«Per questo esistono gli avvocati».

«Possono accusarti di maltrattare gli animali, di non rispettare le norme igieniche, di sicurezza, le barriere architettoniche... possono contestarti... anzi, inventarsi molte più infrazioni di quelle in cui può incorrere l’automobilista medio».

Dick guaì e Giorgio gli grattò la testa. «Dicono che la notte dell'Epifania gli animali acquistino la parola, ma guai all’uomo che li ascolta perché udrà soltanto sventure». 

Dick scodinzolò. La coda tamburellava sul pavimento come la rudimentale bacchetta di un tamburo altrettanto rudimentale. Alzò la testa, l’uomo lo grattò sotto il mento e il ritmo accelerò. «Chissà, forse, un giorno, quel giorno, saranno gli animali a giudicarci. O magari saranno i testimoni e il nostro destino dipenderà da quel che diranno» stropicciò affettuosamente le orecchie del cane «“La voce delle bestie”. Ti piace come titolo?». Il cane uggiolò soddisfatto.

«L’anno prossimo ci saranno le elezioni comunali e il sindaco sposa la linea del rigore contro i clandestini. E naturalmente vuole essere rieletto» continuò Umberto. «E poi ci sono le voci. Le vecchie e le nuove».

«Da quanto tempo ci conosciamo?».

Umberto esitò «Circa quarant’anni». Dio mio, com’è faticoso dirlo. Come se si dovesse convincere qualcuno di una storia assurda. E invece è vero pensò.

«“Circa”. Ma non lo sai di preciso. Neppure io. Hai notato che, a proposito delle persone più importanti della nostra vita, non sappiamo con precisione quando ci si è conosciuti? Forse perché per conoscere una persona ci vuole tempo. Un sacco di tempo. E alle volte non basta neppure quello. Elena si lamentava che mi dimenticavo sempre gli anniversari, ma un anniversario è una data fittizia: ce lo si inventa perché ci si deve aggrappare a dei numeri sul calendario, ma chissà se servono davvero, quei numeri. Forse sono una delle cose cui si può rinunciare».

«Insomma, non vuoi rinunciare a...».

Giorgio non rispose.

Dick, ricevuta la dose di coccole, russava debolmente, quieto.

Umberto si alzò, badando a non far cigolare la sedia «Vabbe’, se succederà, vedrò che cosa posso fare». Prese il cappotto e si accorse che la sensazione di freddo era passata. 

Probabilmente si era acclimatato. O aveva imparato a rinunciare a temperatura costante e uniforme e climatizzazione. Si allungò verso l’amico e gli tese la mano. «Ci si vede in giro» disse.

«Ci si vede in giro» ripeté Giorgio. La sua mano era salda e callosa. Un indurimento ancora superficiale, ma l’anno dopo sarebbe stato più spesso ed esteso.

Umberto attraversò la cucina e andò alla porta.

Nel momento in cui l’aprì, Giorgio lo chiamò. «Auguri» disse.

L’avvocato si limitò ad annuire.

Dall’altra parte della grande cucina, il lumino accanto al presepe scintillava. Sembrava molto lontano.

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