Faceva freddo, ma non così tanto.

È l’umidità aveva pensato Umberto attraversando il cortile. E poi: in campagna fa più freddo che in città. Aveva allungato il passo, frantumando una pozzanghera gelata. Il ghiaccio si era rotto con uno scricchiolio che lo aveva riportato indietro di anni. Da quanto tempo non c’era ghiaccio, in città? Quel ghiaccio che si infrangeva con un crepitio doloroso, come se fosse vivo.

Eppure non era solo freddo.

Lo avvertiva ancora adesso, nella cucina della cascina, vasta come la sala di un castello, malgrado lo scintillio intermittente della brace nel camino e il calore vaporoso della stufa economica, con sopra la pentola d’acqua che borbottava.

Era un gelo anacronistico, di quando le case non erano riscaldate e bastava allontanarsi di poco dalle fonti di calore perché un freddo ostinato, pervasivo, avviluppasse le membra. Una sensazione appena al di là della soglia della memoria, ma che era tutt’altro impossibile recuperare.

Pensò alla temperatura delle camere da letto al piano di sopra, e delle altre case, buie e deserte, che delimitavano l’aia silenziosa, e rabbrividì.

«Freddo?» chiese Giorgio.

Nella mente pensò di rispondergli, ma lasciò perdere. La sensazione di disagio non lo abbandonava. Ricevere i clienti in studio, o le riunioni da remoto, erano un’altra cosa. Lì, Umberto era nel proprio territorio. Qui, invece... in un certo senso era come se stesse camminando ancora sul ghiaccio.

Giorgio però non era un cliente. Era un amico.

Davvero?

Lo osservò. Era a meno di mezzo metro e perfettamente visibile, benché l’unica fonte di illuminazione nella stanza fosse la lampada accesa in mezzo al tavolo – una vecchia lampada perché la luce elettrica, nella cascina, andava e veniva e il lampadario appeso al soffitto, avrebbe emesso una luce traballante e tutt’altro che piacevole – tuttavia...

Tuttavia l’uomo che aveva di fronte aveva ben poco a che vedere con l’uomo che Umberto aveva conosciuto fino a circa tre anni prima.

Quell’uomo, quel Giorgio, era uno scrittore di romanzi storici dall’aria professorale, delicata e un po’ svagata. Il tipo d’uomo che tiene una lezione su Manzoni mentre aeroplani di carta volano indisturbati nella classe.

L’individuo seduto all’altro capo del tavolo, le maniche della camicia di flanella rimboccate e gli avambracci appoggiati sul tavolo, era differente. Più robusto, asciutto, attento. Non tanto muscoloso quanto nodoso, come sbozzato con un’accetta poco affilata.

Aveva ricordato a Umberto il personaggio di un romanzo di Simenon. “Darchambeaux” aveva precisato Giorgio quando Umberto glielo aveva accennato. Il romanzo era “Il cavallante della Providence” e il personaggio un medico che le circostanze e un duro lavoro avevano abbrutito fino a renderlo irriconoscibile.

Un paragone inopportuno, considerato che Darchambeaux era un assassino.

La moglie di Giorgio, Elena, invece, non era morta, almeno per quanto era dato sapere. Era solo scomparsa, circa quattro anni prima, ai tempi della pandemia (quattro anni? Non quattrocento? È stato prima che trovassero il vaccino e... sì, sembra un’epoca remota).

Era sparita insieme ad Antonio, l’unico altro abitante delle cascine che, all’epoca, occupava quella di fronte a Giorgio.

C’erano state delle indagini e non era venuto fuori niente.

I due erano scappati assieme, dicevano le voci, e ci si era dovuti accontentare di quelle.

“Non l’ho ammazzata. Ci ho pensato, quando ho scoperto che mi tradiva, ma è stato solo per qualche istante e non l’ho fatto” era stato tutto quello che Giorgio aveva ammesso anche a Umberto che, dopotutto, era il suo avvocato. Si era acceso un sigaro sfregando un fiammifero contro l’unghia del pollice e aveva aggiunto “Se n’è andata subito appena l’ho beccata, lei e quell’altro. Di questo sono sicuro. Quanto al dove e al come...” aveva soffiato fuori il fumo guardandolo con occhi penetranti, gli stessi che aveva ora. “Ho una mezza idea, ma non riesco a crederci. Per quanto mi sforzi, non ci riesco”. Il bello era che neanche del presunto amante, Antonio, si era riusciti a sapere granché. 

Documenti recenti c’erano, ma, se si provava a andare indietro nel tempo, nulla. Era come se si fosse creato una parvenza d’identità per soddisfare i curiosi più superficiali, che erano la maggioranza.

Chi fosse davvero, non si sapeva. Ancora una volta, solo voci.

Intanto che Umberto rimuginava, Giorgio si era alzato, si era diretto verso una cassapanca su cui era appoggiato un oggetto poligonale e, col sigaro, aveva acceso una candela.

L’oggetto si era rivelato un presepe artigianale malfatto: i muri della capanna erano inclinati e una falda del tetto più grande dell’altra. Accanto, un ramo d’abete piantato in un vaso, faceva le veci dell’albero.

Giorgio coprì la candela con un cilindro di vetro aperto in cima. «Non sono granché come falegname, ma neanche così scemo da lasciare la fiamma libera» disse. Indicò la capanna. «Il che ci porta al motivo per cui sei qui».

Umberto sospirò «È una brutta faccenda».

Giorgio tornò al tavolo, si sedette e guardò Umberto. «Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina» disse l’avvocato.

Giorgio si passò il sigaro da un angolo all’altro della bocca. «Vediamo di ricapitolare quello che hai detto l’ultima volta». Cominciò a contare sulle dita. «In casa mia non c’è nessuno. E neppure nelle sue... pertinenze?» Umberto annuì e Giorgio proseguì «Non c’è stata nessuna violazione di domicilio nelle case vicine, anche se sono vuote, e nessuna occupazione. In effetti...» spostò il sigaro «Nessuno ha visto nessuno, ufficialmente; solo qualche dichiarazione, piuttosto confusa, di qualche testimone».

«Persona informata sui fatti» lo corresse Umberto.

«Insomma, niente di concreto. Qualche pettegola che ha visto qualcuno che potrebbe essere un immigrato bazzicare da queste parti, proprio come gironzolano attorno a capannoni vuoti, fabbriche dismesse, cascine diroccate e altri edifici abbandonati». Si tolse di bocca il sigaro, ormai mezzo consumato. «Ne fumo uno all’anno da quando... questo fa di me un fumatore?».

Umberto negò.

«Però tu sei preoccupato».

Umberto sospirò «La politica. Hai chiesto di essere autorizzato a tenere degli ungulati in cascina».

«Sono autorizzato. Da un anno e mezzo. Oinoterapia, ippoterapia. Io preferisco gli asini».

«Hai molti clienti?».

«Quasi nessuno. Le voci».

«Appunto» Umberto si mosse sulla sedia che cigolò come se, sotto, ci fosse un gatto invisibile cui avevano pestato la coda. «Qualcuno viene qui, poi fa un salto in paese, magari va al bar e, a questo punto, quasi per caso, qualcun altro fa: “Ah, sì, lo scrittore... quello che dicono che, anni fa, abbia ammazzato la moglie e l’amante...”».

«È successo» ammise Giorgio.

«Un sacco di volte, scommetto».

Toccò a Giorgio annuire «Ah, la vita di paese. Internet, i social, le serie TV... ma niente è come le buone, care, vecchie chiacchiere».

«E così i clienti...» Umberto agitò la mano simulando una farfalla che prendesse il volo.

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