Il corpo ritrovato… sì, affermano sia quello di Mary. Ma su quali basi? Sulla sola coincidenza del tempo, nient’altro. La mente razionale non può accettare una tale coincidenza, il fortuito è bandito per definizione dal ragionamento logico-deduttivo.

Analizziamo.
La ragazza scompare, e in un intervallo sorprendentemente breve, un corpo riaffiora. Troppo breve, sostengono gli esperti, troppo breve per la natura dei processi biologici che seguono una morte violenta.
Se la giovane fosse stata seviziata, uccisa, e gettata in acqua subito dopo, il corpo avrebbe dovuto affondare, rimanere nascosto per giorni, forse per settimane, prima di essere restituito alla superficie.

Eppure, eccolo lì, dopo uno, due, forse tre giorni soltanto. I giornalisti ne traggono una certezza: il corpo non può riemergere prima di sette, dieci, quindici giorni, nel caso fosse morta di morte violenta. Quindi, senza ombra di dubbio, è morta per annegamento, forse si tratta di suicidio. Ma chi ha detto che la decomposizione segue leggi universali? Non vi è alcuna base scientifica che stabilisca tempi precisi. L’acqua, la temperatura, la costituzione della vittima: tutto varia, tutto influisce.

Mary era minuta, fragile. Un corpo così non si comporta come quello di un uomo adulto, robusto. In certi casi, un corpo immerso può non affondare affatto.

Il principio è semplice: il corpo umano galleggia, sia in acque dolci sia in acque salate, finché l’aria nei polmoni resta imprigionata.

Solo l’annegamento e dunque il respiro convulso, l’acqua che penetra e sostituisce l’aria, può farlo affondare davvero.

Ma se Mary era già morta quando fu gettata in acqua, i suoi polmoni erano pieni d’aria. 
In tal caso, il corpo non sarebbe mai sceso a fondo, o vi sarebbe rimasto appena.
Di conseguenza, l’intervallo tra la scomparsa e il ritrovamento non è un argomento contro l’identità della vittima, anzi è perfettamente coerente.

Il tempo, dunque, non smentisce.

È la supposizione degli uomini a essere errata: confondono la regola con l’abitudine, l’eccezione con l’impossibile.

La verità, invece, giace silenziosa sulla superficie, basta saper guardare.

 

Io e Charles ci eravamo spinti fino al boschetto per cercare corteccia di sassofrasso. L’aria sapeva di pioggia vecchia e di terra. Mi chinai per raccogliere qualcosa tra l’erba.
«Che roba è questa?» dissi.

«Sembra un pezzo di stoffa, Emanuel», rispose Charles.

Era un lembo di stoffa bianca, poi un ombrellino, poi ancora strisce di tessuto. Infine, un fazzoletto con tre lettere cucite: M.C.R. 

Le guardammo a lungo, quelle lettere. Non capivamo, ma sentivamo che significavano qualcosa di terribile.
Corremmo all’osteria. Nostra madre tacque. Fu come una risposta.

 

Quando lessi del fazzoletto, capii che non avrei più potuto dimenticare quella ragazza.
Forse la conoscevo appena, ma era come se la sua voce mi parlasse ancora.
Dovevo scrivere di lei, o meglio, tramite lei.

Trasportai la finzione del mio racconto a Parigi: la sigaraia della realtà divenne una profumaia, e la chiamai Marie Rogêt. La sua morte divenne un enigma per la mente del mio investigatore Dupin. Annotai l’ultima frase nel mio taccuino:

“Ella è andata, e il suo sorriso vive ora solo con me, tra le ombre della mia mente. Ma non v’è morte per ciò che fu veramente bello.”

Ripensai agli elementi che avevo a disposizione… Ogni elemento parla, ogni dettaglio sembra costruito con deliberata intenzione, eppure… eppure i rami spezzati, sparsi a terra, urlano una lotta, una resistenza. Sarebbe logico aspettarsi caos totale, brandelli ovunque, l’abito stracciato sparso in disordine, se l'ipotesi dei giornali fosse vera: cioè dell'aggressione da parte di una banda di malviventi. E invece no: i frammenti sono raccolti, quasi ordinati, appoggiati sulla panca o impigliati ai rovi. Non è un caso. Qualcuno li ha collocati così, deliberatamente. Le mani che hanno strappato quei brandelli… sono mani di un solo uomo. 

E gli investigatori parlano di segni di lotta — ma segni reali? Un ragazzo, giovane, in buona salute, avrebbe potuto resistere, opporsi, lottare contro più aggressori contemporaneamente, con tale foga da lasciare tracce simili? La mente razionale dubita. L’ipotesi di più complici vacilla davanti alla logica: forse un solo uomo, mosso da paura e disperazione è capace di tanto orrore.

E poi il referto parla chiaro: l’annegamento non spiega l’assenza di schiuma alla bocca e alcune ferite, quindi la ragazza era già morta prima di essere gettata nel fiume. 

Immagino l’assassino, solo, con lo spettro della vittima ai piedi, il cuore in tumulto. La furia della passione svanita, lascia spazio all’orrore, alla consapevolezza del misfatto. Deve liberarsi del corpo, trascinarlo verso il fiume, forse utilizzando una barca, ma l’angoscia raddoppia ad ogni passo. Ogni rumore, ogni luce della città, diventa presagio, minaccia, sussurro del destino che lo segue. La paura lo guida, il panico lo avvolge, ma alla fine raggiunge la riva, si libera del peso, ritorna all’ombra, abbandonando tutto ciò che testimonia la sua colpa.

E qui la mente dell’investigatore, si ferma a osservare. Gli abiti disposti con precisione… chi li ha messi così? L’assassino stesso? Oppure un’illusione, un inganno orchestrato per far credere a una banda? Le teorie abbondano: un accompagnatore misterioso, figli di ignoti delinquenti, persino suggestioni sovrannaturali. Eppure nulla, nulla di certo. Solo indizi, solo sospetti, solo il corpo silenzioso che non riposa, che continua a parlare.

Mary Rogers… osservata l’ultima volta nella direzione di Hoboken, con un conoscente dalla pelle scura, forse abbronzata, forse ignara del destino che l’attendeva. La stampa, i testimoni, gli spiritisti… tutti contribuiscono a tessere il mistero, a intrecciare fatti, supposizioni, superstizioni. Nessuna giustizia, nessun colpevole. Solo un corpo che, come in vita, non trova pace, e uno spettro che percorre un circolo infinito: sempre allo stesso punto, sempre inseguito, sempre sfuggente, mentre la follia e l’orrore continuano ad animare la vicenda.

E io rimango a osservare, dedurre, soppesare: ogni brandello, ogni passo, ogni segnale, ogni sospetto… tutto ha senso solo se visto attraverso la lente della logica, ma anche la logica deve ammettere il tremore della paura, l’ombra dell’angoscia, e il perpetuo mistero che circonda Mary Rogers.

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