Quando il medico mi chiese, quasi per scherzo,
«Ma quindi siamo in un caso di utero in affitto?»,
risposi con calma: «No, dottore. È solo un gesto d’amore, un dono che Marianna ha voluto farmi».
«E il padre chi sarebbe?» domandò lui.
«Lo chieda a lei», dissi sorridendo.

Alle sei del mattino nacque una splendida bambina. Le venne dato il nome di Beatrice.
Verso le otto e mezza, l’ostetrica chiamò Angelo e gli consegnò un modulo da portare all’Ufficio Anagrafe per registrare la nascita.
«Perché proprio a me?» chiese lui, sorpreso.
Lei rispose: «Perché spetta al padre dichiarare la nascita di sua figlia».

Fu un momento toccante. Angelo mi guardò negli occhi, poi mi abbracciò piangendo. Il suo abbraccio era così forte da farmi quasi male al petto, ma non importava: piangevamo entrambi di gioia. Marianna, come sempre, aveva fatto qualcosa di imprevedibile e straordinario.

Dopo aver visitato Marianna e la piccola Beatrice, io e Angelo uscimmo: lui andò in Comune per la registrazione, mentre io passai in banca a prelevare un po’ di denaro e poi in gioielleria, dove acquistai una collana d’oro per Marianna.

Dopo una settimana, madre e figlia tornarono a casa. C’era solo un piccolo problema: Marianna non aveva latte, quindi Beatrice doveva essere nutrita con latte artificiale. Marianna, ancora stanca dopo il parto cesareo, aveva bisogno di riposo. Così mi occupai io di Beatrice, svegliandomi ogni tre ore, giorno e notte, per darle da mangiare. Ogni tanto mi aiutava Angelo, che ufficialmente era il padre, ma in realtà era suo fratello.

Dopo alcuni mesi decidemmo di battezzare Beatrice. La madrina, ovviamente, fu Marianna — madre naturale e nonna ufficiale. Eravamo una famiglia insolita, ma uniti da un amore autentico.

Con il tempo Marianna si riprese completamente e tornò alla sua vita, con accanto la piccola Beatrice che cresceva giorno dopo giorno. Intanto io, seguendo il parere del mio endocrinologo americano, cominciai a valutare l’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, la vaginoplastica.

Dopo molte ricerche su internet, scoprii che in Thailandia esisteva una clinica all’avanguardia per questo tipo di operazioni e che lì avevano sviluppato una tecnica innovativa per la lubrificazione naturale della neovagina. Dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie, decisi di partire per Bangkok e sottopormi all’intervento.

Angelo avrebbe voluto accompagnarmi, ma gli dissi:
«Devi restare qui. Hai due persone che contano su di te: tua madre e la piccola Beatrice».
Così partii da sola.

L’intervento, una colonvaginoplastica, fu complesso ma riuscito. Durante la mia convalescenza venni a sapere che in Svezia era stato sperimentato con successo il trapianto di utero su alcune donne con problemi di fertilità: nove interventi su dieci erano andati bene e le pazienti erano rimaste incinte.

Quella notizia accese in me una speranza nuova.
Pensai: se il mio corpo, grazie agli ormoni, è ormai femminile, perché non potrei anch’io ricevere un trapianto di utero?

Scrissi ai medici svedesi, che mi risposero con gentilezza, dicendo che un giorno sarebbe stato possibile anche per le donne transgender, ma non ancora.

Rientrata in Italia, ripresi la mia vita da donna a tutti gli effetti. Dopo sei mesi, una sera Angelo mi invitò a cena per discutere del nostro futuro.
«Ufficialmente abbiamo una figlia», mi disse. «Perché non darle anche una famiglia vera?»

Io, che da tempo speravo in quelle parole, risposi con cautela:
«Forse potremmo iniziare a convivere. Vediamo se siamo davvero fatti l’uno per l’altra… poi si vedrà».

Angelo restò un po’ deluso, ma io sorrisi e dissi scherzando:
«In compenso, possiamo passare tutte le notti insieme… se Beatrice ce lo permette».
Lui rise, gli occhi pieni di emozione.
«Maria Grazia», disse, «ti amo. Credo di averti sempre amata, anche quando mi facevi arrabbiare.»
«Anch’io ti ho sempre amato», risposi. «Ma volevo che i tempi fossero maturi.»

Così, quella sera, decidemmo di vivere insieme. Quando lo dissi a Marianna, lei rise divertita:
«Sei sicura che Angelo dormirà davvero? O non dormirete affatto?»
«Non stiamo a badare ai dettagli», replicai sorridendo.

Marianna ci abbracciò commossa. «Dopo tutto quello che abbiamo passato, credo di meritare un po’ di felicità. Vedere voi due così uniti è la mia gioia più grande.»

Le presi il viso tra le mani e le dissi:
«Marianna, sappi che ti voglio bene. Ti ho amata e ammirata fin dal primo giorno, per la forza con cui hai cresciuto Angelo, per il dono che mi hai fatto con Beatrice. Ti amo come madre di mia figlia e come madre dell’uomo che amo.»

Da quel giorno cominciò la mia vita di coppia con Angelo, che si rivelò un compagno dolce e premuroso.

Qualche tempo dopo lessi su internet un’intervista a un chirurgo indiano che parlava di trapianti di utero. Diceva che presto sarebbero stati possibili anche per le donne transgender. La notizia fece il giro del mondo.

Pochi mesi dopo, dall’Australia arrivò un altro annuncio: un’équipe di chirurghi aveva trapiantato con successo un utero in un maiale maschio dopo terapia ormonale, e poi, per via sperimentale, in una donna transgender volontaria. Purtroppo, a causa di complicazioni, la paziente morì dopo un mese.

Un anno più tardi lessi ancora: “Donna transgender diventa madre dopo trapianto di utero e parto cesareo.”

Non riuscivo a crederci. Contattai immediatamente l’équipe medica che aveva realizzato l’intervento per saperne di più. Dopo vari scambi di e-mail, decisi che era arrivato il momento: sarei andata a parlarci di persona.

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