Luglio.

L’asfalto rovente sembra liquefarsi sotto il sole. Nessuno in giro. L’orizzonte svanisce, l’aria vibra, incandescente, quasi di fuoco.

Camilla cammina nervosa tra le vie silenziose del centro, non vuole pensare, cerca di confondere il rumore dei suoi pensieri, con quello dei suoi passi e dei tram sulle rotaie.

Da settimane, qualcosa non torna.

Lo sente, lo sa.

Le persone che incontra svaniscono un attimo dopo, i cartelli stradali cambiano direzione, i messaggi sul telefono scompaiono prima di essere letti.

Persino il suo riflesso, a volte, le restituisce un’espressione che non riconosce.

“Sto impazzendo?” Si chiede. “Cosa mi sta succedendo?”

Ed è proprio allora che lo vede.

 

Vestito interamente di bianco, fermo all’angolo di un negozio della Apple.

La guarda, sorride e le fa cenno di seguirlo.

Vorrebbe fuggire, ma quel gesto ha qualcosa di familiare.

L’uomo in bianco non ha età.

Il suo volto è liscio, incolore, con tratti indefiniti che sembrano cambiare a seconda di chi lo guarda. L'abito è candido, senza pieghe né macchie, come se fosse immune alla realtà fisica. Gli occhi non hanno colore: sono specchi liquidi. Non cammina: si muove come se fosse già ovunque.

La sua voce è calma, profonda, e sembra provenire da dentro la testa di chi ascolta.

È il guardiano e il custode del confine tra ciò che è percepito e ciò che è reale.

 

Non dà risposte: dissolve le domande

Non dà certezze: disorienta.

Non vive: esiste

 

Camilla lo segue, mentre la città si frantuma sotto i loro passi: edifici che barcollano, insegne che svaniscono, volti che si deformano.

Camilla non sa se sta dormendo o se sta sognando da sveglia.

Poi, tutto si ferma, si ritrova in una stanza bianca, senza porte né finestre.

 

L’uomo finalmente parla:

“Sai dove ti trovi? Guardati intorno. Non la riconosci?

Eppure ci parli ogni minuto.

A dire il vero… è lei che parla con te. Questa è la tua mente, Camilla.

Tu stai sognando questa città.

O forse… è questo posto che sogna te.”

Camilla si guarda le mani. Non le sente più, capisce che la realtà ha smesso di avere regole.

 

Lavora come consulente digitale per una start-up, vive in un loft minimalista con piante appese al soffitto e medita con un’app che le parla con la voce di un attore famoso.

Ha 33 anni, un taglio di capelli asimmetrico e una visione del mondo instabile, incerta come una connessione Wi-Fi nei sotterranei della metropolitana.

 

Il suo distacco dalla realtà è iniziato in modo sottile.

Déjà-vu sempre più frequenti, frammenti di conversazioni che si ripetevano identici, in momenti diversi: un collega che ogni giorno le chiedeva se avesse dormito bene, con la stessa intonazione di voce, un'auto della polizia che passava sempre alla stessa ora, lo squillo del suo iphone immancabilmente alle 17.17.

 

L'uomo in bianco parla con calma: “Tu cerchi la verità, Camilla.

Ma la verità non è là fuori.

È nel vuoto, tra i pensieri, la tua mente è un algoritmo stanco di simulare la realtà.”

Camilla lo guarda, confusa. È tutto così assurdo, poi trova il coraggio di parlare, con una voce che non è più la sua, o così crede.

“E se tutto fosse costruito? Se questa città, il mio lavoro, perfino il mio nome… fossero solo sequenze di una realtà virtuale, ripetute all’infinito?”

L’uomo le porge uno specchio. Camilla si avvicina, non vede il suo volto.

Vede frammenti. Pixel. Dati. Numeri di codice che formano la sua immagine.

E dietro di lei… il vuoto. Un vuoto che pulsa, un vuoto che respira.

 

“Ogni cosa che percepisci è creata dal tuo bisogno di continuità, ed è ciò che chiami quotidiano.”

Camilla si volta. Chiede: “Ma allora… chi sono io?”

L’uomo sorride:

“Tu sei il sogno di un’entità che crede di essere umana.”

Camilla chiude gli occhi.

Quando li riapre, è di nuovo all’esterno della propria mente.

Ma il cielo è viola.

Gli alberi parlano tra loro.

E il tram porta i passeggeri in direzione opposta al tempo.

Camilla ride.

Per la prima volta, non ha bisogno di capire.

 

Grazie per avermi ascoltato

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