Al centro dell’arena, circondato da affetto e grida d’incitamento, il Matador Miguel si inchinava davanti al proprio pubblico festante e ansioso di partecipare a un nuovo, emozionante spettacolo.
Il cuore del torero si riempì di gioia nell’udire il suo nome scandito ripetutamente dalla folla.
Uomini, donne, giovani e anziani: tutti erano trepidanti in quel catino rovente di sole e passione, desiderosi di assistere all’ennesima battaglia tra uomo e toro, una rinnovata sfida che il Matador lanciava alla morte.
Miguel si tolse la montera, il tipico copricapo del torero, e portò l’indice davanti alla bocca, chiedendo al pubblico un momento di silenzio. Ogni singolo spettatore, rispettosamente, obbedì. Il Matador lanciò verso il cielo il tradizionale cappello che ricadde dritto sulla sabbia. La folla esplose in un urlo di gioia: quel segno era di buon auspicio, la Corrida sarebbe andata bene.

Nel silenzio generale entrò il toro. Le sue lunghe corna opache si contrapponevano al vestito rosso granata scintillante di alamari dorati e paillettes che Miguel indossava, e la sua corporatura potente e agile faceva presagire a un imminente attacco.
Toro e Matador erano uno di fronte all’altro nell’arena. Si scrutarono. Il pubblico li osservò, rapito.
Il torero cercò di leggere negli occhi del suo avversario, quasi a volerne anticipare i movimenti. Ma il suo sguardo si soffermò su un particolare: notò una lunga e profonda cicatrice sopra l’occhio destro dell’animale. A un tratto gli tornò in mente un episodio vissuto un giorno di pochi anni prima.
Quella mattina Miguel stava attraversando il prato di una ganaderia, un allevamento di tori da Corrida, poiché spesso lì si recava per studiare le varie razze ed allenarsi, quando sentì da lontano, provenienti da un fossato lungo il recinto del bestiame, i lamenti di un giovane torello intrappolato il cui occhio appariva tumefatto, ferito dal filo spinato in cui si era imbattuto qualche istante prima in un tentativo di fuga. Il giovane toro sarebbe certamente morto, immobilizzato com’era in quel fossato. Ma Miguel, impietosito dai pianti del piccolo, si calò nel canale e lo portò in salvo. E fu sinceramente felice di averlo fatto, aveva salvato una vita e l’animale in segno di profonda gratitudine gli leccò la mano.

Eccoli ora: per la seconda volta le loro esistenze si incrociavano, stavolta però erano su fronti opposti. Ognuno doveva lottare per la propria vita; l’altro non era più un amico, un salvatore, ma solo un avversario da combattere e uccidere.
Il toreador sentì un groppo in gola dall’emozione, questo duello sarebbe stato più duro degli altri. Egli aveva riconosciuto in quel feroce animale il piccolo toro che aveva salvato e un brivido di emozione gli attraversò il corpo.

Forse fu solo suggestione, forse un riflesso fuorviante del sole, ma a Miguel parve per un secondo che anche il toro lo avesse riconosciuto poiché una lacrima sembrò cadere dal suo muso bagnando la sabbia sottostante.
Il destino li aveva fatti nuovamente incontrare ma questa sarebbe stata l’ultima volta.
La folla fremeva e una leggera brezza trasportava la sabbia del campo di battaglia confondendo le figure dei duellanti.
Nessuno dei due fece il primo passo, forse dispiaciuti e arrabbiati con il Fato che sadicamente li aveva dapprima riuniti per poi separarli per sempre, facendo in modo che nella dura legge della vita solo il migliore sarebbe rimasto al mondo.
Per sopravvivere, Miguel, la vita che aveva salvato qualche anno prima avrebbe dovuto riprendersela.

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