Nota per i lettori: Questo racconto approfondisce le motivazioni e le origini della protagonista già incontrata in "Pedicure".
 

«Giacomo è partito?» mi chiese uno dei ragazzini che giocavano a calcio nel cortile del condominio.

«Avete di nuovo tirato il pallone contro la sua saracinesca?»

«Sì, ma è rimbalzato e l’abbiamo ripreso!»

«Smettetela di dar fastidio al vecchio Giacomo.»

«Forse è partito. Non si sente più nulla», continuò il ragazzino.

«Non lo so!»

«Comunque ci ha sequestrato due palloni!» disse frignando.

Iniziai a preoccuparmi; la voce della sua scomparsa iniziò a spargersi.

«Speriamo che muoia, quel vecchio straccione!» Mia madre fu sempre esplicita su Giacomo.

Era una domenica come tante: la tavola finemente apparecchiata, mia mamma con la perfetta messa in piega fatta il giorno prima e mio padre che commentava i programmi trasmessi in tv, nell’attesa di gustarsi un mignon allo zabaione.

«Mi fai il caffè, cara?», disse mio padre.

Manifestava come sempre lo stesso astio verso qualsiasi forma di diversità, figuriamoci verso il grosso problema dell’emigrazione.

«Questi selvaggi, ladri e delinquenti... che stiano a casa loro!», continuò mio padre.

«Non saranno tutti uguali, no?», intervenni io.

«Cosa dici, Eli?», disse mia madre.

«Qualcuno scapperà dalla fame, dall’orrore… magari…»

Fu la mia prima voce, diciamo così, ribelle; infatti calò un gelo polare. I miei si guardarono e mia madre mi fece un cenno, come a dire: stai zitta che è meglio. Mio padre spense la tv e mi spiegò con voce dura, che non avrebbe dato spazio a repliche. Sciorinò tutto il manifesto della brava ragazza: tutto ciò che avrei dovuto fare, pensare e soprattutto dire; i pericoli che correvo e, non ultimi, i loro infiniti sacrifici per educarmi come una ragazza ammodo, assennata e amorevole.

Sapevo tutto a memoria.

«Hai capito, Eli? Occhio, sono brutti momenti. Non voglio che tu dica più fesserie del genere.»

E se mi fossi presentata con un ragazzo di colore, lavoratore, laureato, educato? Oh, non lo avrei potuto neppure pensare, eppure ne era passato di tempo da Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer. Era il 1967!

D’altra parte lo diceva anche il vecchio Giacomo che ero una brava ragazza. Quindi lui se n’era approfittato? Io ero stata, come dire, una scriteriata? Lui non era nero, ma uno ai margini. Uno straccione. E chissà cos'altro.

Nonostante fossi ancora giovane, capii abbastanza velocemente che ero più dura e anticonformista di quello che potevo apparire.

Iniziai a pensare come mi pareva e, ancor meglio, a riflettere seriamente su come procedere quando si è così "brave ragazze": come iniziare ad avere un pensiero proprio, una propria autonomia di comportamenti legati alla personalissima osservazione del mondo e alla propria sensibilità.

Ero consapevole dei pericoli e anche degli agi procurati da una famiglia che ti vuole bene; sapevo di avere un futuro prevedibile e sicuro.

Ma era davvero così?

No. La vita poteva essere anche imprevedibile e rovesciare tutto; lo sapevo, ascoltavo, leggevo, mi guardavo intorno. Forse a volte era proprio l’imprevedibilità a renderla più interessante.

«Eli?»

«Sì, mamma?»

«Quel ragazzo che ti aveva inviato i fiori… hai scoperto chi era?»

Avrebbe voluto che dicessi: Un laureando in legge, figlio di una famiglia benestante, bianco candido, educato, pulito e carinissimo, e magari aggiungere: Domani ve lo presento.

Invece i fiori li aveva inviati Giacomo, il vecchio malconcio e stronzo che viveva nel garage e che mi aveva pregato di offrirgli un pedicure perché gli dolevano i piedi. Per fortuna non si era saputo. Sarebbe stato scandaloso e incomprensibile. E forse lo era anche, perché, a dirla tutta, chi me l’aveva fatto fare di pagare un trattamento estetico a un vecchio e stravagante vicino di casa, sconosciuto, che sopravviveva in un garage e di cui si diceva molto, ma di cui non sapevo niente? In fondo, però, era stato un piccolo gesto irrisorio e senza conseguenze.

Era notte e guardavo la luna dalla finestra della mia camera, come a cercare una risposta sul mio futuro. E chissà, forse fu la primavera alle porte a soffiarmi quell’aria fresca sul viso.

Giacomo aveva capito che gli avrei fatto quel piccolo favore non solo perché ero "troppo buona", ma perché mi credeva capace di un piccolo gesto rivoluzionario: un gesto che andava contro la mia educazione familiare e che si sposava con la mia voglia di essere libera, di scegliere e di guardare oltre.

Quindi avevo sbagliato? No. Quel vecchio mi aveva lasciato solo una grande tenerezza e molta curiosità. Era sbagliato? Era soltanto una strada per comprendere che esiste anche l'altro.

Giacomo mi osservava da sempre: mi aveva vista quando ero nata, mi aveva vista correre e giocare con i bambini del cortile, crescere e festeggiare il mio diploma. Ma si manifestava solo per sequestrare i palloni dei ragazzi che sbattevano contro il suo garage adiacente al cortile. A volte sentivo la sua voce mentre accarezzava la sua gatta siamese, ma ne avevo paura: per me era sempre stato invisibile, fino al giorno in cui mi chiese di trovargli un pedicure.

Ora, piano piano, se ne stava andando. Dopo alcuni giorni, trascinandosi, montò sull’autobus dove l’avevo incontrato qualche tempo prima dell’appuntamento fissato dal podologo. Voleva regalarmi una raccolta delle sue poesie che lessi per il resto della mia vita. Per me non fu mai più invisibile.

Mi stesi sul letto e non mi parve un caso leggere dalla prima pagina del mio nuovo libro:

«Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi.»

 

— Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche

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