L’uomo allora iniziò a parlare un italiano traballante con marcato accento teutonico. Si chiamava Hans Sturz…Storz qualcosa, veniva da Amburgo e si era imbarcato a Kiel. Tacque, forse aspettando un riscontro dall’altra parte del tavolo. Non arrivando risposta, il tedesco si guardò attorno come se volesse comunicare a l’uomo seduto di fronte una qualche cosa che non doveva essere ascoltata da altri, poi prese coraggio e disse: «Io…ucciso…meine Frau…ehm…mia moglie.» Pronunciò l’ultima parola alla tedesca separando la g dalla l. 

Giorgio saltò sulla sedia. Per un attimo pensò che Hans stesse scherzando, la sua faccia tonda ghignava. Si rese conto, non seppe perché, che il suo interlocutore faceva sul serio, un brivido gli corse lungo la schiena. Un senso di orrore e nausea lo pervase. Guardando quella faccia da crucco tonda e unta, l’unico sentimento che provò fu in realtà un impulso: conficcare nell’occhio sinistro di Hans la forchetta posata sopra il tovagliolo alla destra del piatto. Ma in realtà non fece nulla di tutto ciò. Frenò l’impulso bestiale. Si stupì nel chiedergli:

«P…Pe…Perché me lo dici?» si sentì un idiota per una domanda così cretina. 

Hans lo guardò quasi stupito poi cominciò a ridere tanto da abbassare la testa. La rialzò e lo guardò di nuovo; era paonazzo e il ridere aveva deformato il suo volto in una maschera da diavolo. Giorgio ebbe l’impulso di alzarsi, tornare nella sua cabina, ma si trattenne nel constatare che il riso del tedesco si stava calmando e ben presto quel viso tondo ritornò alla sua naturale espressione. Hans bevve un sorso d’acqua, fissò Giorgio dritto negli occhi e gli chiese: 

«Tu sei qui perché? Che cosa hai fatto?» 

A questa domanda Giorgio si irrigidì, tutte le membra del suo corpo erano diventate come di marmo, la sua mente, i suoi pensieri, si annullarono di colpo. Un senso di panico lo pervase. Solo un ricordo gli venne in mente: il nostromo cipriota un giorno gli raccontò di aver sparato a un tizio a cui doveva dei soldi, uccidendolo, un altro marinaio, un lituano, gli riferì che aveva sgozzato l’amante della moglie, la quale, dopo averla picchiata quasi a morte, la annegò nella vasca da bagno. 

«Ch…ch…chi ti ha imbarcato?» fu l’unica frase che Giorgio riuscì a dire, una domanda come risposta.

«Il capitano. Si chiama Louis Charon, franzӧsisch. A me dato opportunità, ero Kiel per lavoro, sono andato a porto per gettarmi in mare, ich zeige Reue.» disse Hans mimando il gesto di strozzare qualcuno e poi le mani chiuse a pugno a strofinare gli occhi: pianto, commozione.

Giorgio capì il senso della frase, l’uomo aveva rimorso per quello che aveva fatto; la cosa però che più lo inquietò era la storia che il tedesco gli aveva appena raccontato: era tremendamente simile alla sua. Anche lui si trovava sulla banchina di un porto, non ricordava se Genova o Livorno, deciso a farla finita, quando un francese dall’età indefinita e barba bianca con il berretto da capitano, gli offrì di imbarcarsi sulla nave. Il suo nome era Louis Charon. Nessuno poteva rifiutare la sua richiesta, se lo si fosse guardato dritto negli occhi, già i suoi occhi…       

                                                                           *

Una notte di un 30 aprile di un passato recente troppo recente per non bruciare dentro la mente, Giorgio e Francesca, che gli faceva da palo, stavano rubando una macchina di lusso da un concessionario insieme ad altri membri della banda, quando all’improvviso sbucarono dal buio le luci azzurre delle volanti della polizia; una soffiata aveva informato gli uomini in divisa blu del colpo. Alcuni banditi si arresero ma Giorgio, spinta Francesca dentro quella BMW sportiva, partì a tavoletta. Le volanti lo inseguirono implacabili. Le auto sfrecciavano lungo le strade deserte della città. Giorgio aveva seminato i suoi inseguitori grazie alla potenza dell’auto che stava guidando, si era appena voltato per vedere se aveva qualcuno di loro alle spalle, si stava avvicinando a forte velocità a un passaggio pedonale regolato da un semaforo. Il semaforo era rosso. Sbucarono dall’angolo due ragazzi: un ragazzo e una ragazza. Lui stava guardando indietro, l’urlo strozzato di Francesca gli squarciò un timpano, lui si voltò di scatto in avanti ma era troppo tardi. Per cercare di evitare i due giovani pedoni Giorgio fece un testacoda che li travolse e gli fece perdere il controllo dell’auto. La macchina come una trottola impazzita si schiantò, lato passeggero, contro lo spigolo di un palazzo. 

Francesca spirò all’istante: testa fracassata e collo spezzato. I due ragazzi erano stati sbalzati a grande distanza. Il ragazzo si era sfracellato la testa contro un idrante, la ragazza giaceva esanime lungo la via parallela a quella di provenienza della macchina a circa trecento metri di distanza dal luogo dell’incidente. Giorgio illeso e disperato con la testa che gli girava come dopo un giro su un otto volante, guardò Francesca incredulo di quello che era capitato, tentò di tirarla fuori dalle lamiere di quella BMW, ma era troppo confuso e debole per riuscirci. Sentì le sirene avvicinarsi. Il suo istinto da bravo ragazzo prese il sopravvento: l’autoconservazione del criminale allergico alle sirene. Con un riflesso condizionato, barcollante, si allontanò in fretta dal luogo dell’incidente e…Francesca? 

Spiacente, ragazza, cose che succedono in questo mestiere, io in galera non ci finisco.

Fu il suo ultimo pensiero in quella maledetta notte, quasi un epitaffio inciso sulla sua anima.

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