Amavo molto le terrazze di sera. Mi ci rifugiavo spesso quando dovevo pensare, perché da lì contemplavo la città illuminata che era per me una continua fonte di ispirazione e di ricordi. Quante luci, quante storie si ammiravano dall’alto. Era incredibile quel brulicare di vicende e di racconti, quel fluire di vita incessante. Ma da lassù il vortice si fermava e l’ammirazione e il silenzio conquistavano il loro spazio, spesso sepolto e schiacciato dalla frenesia quotidiana. L’ammasso di luce era in netto contrasto con il buio del cielo; ormai il tramonto era passato, con i suoi colori rosacei e viola. L’ultima luce del sole era scomparsa ed ecco apparire la luna. In quei giorni molto freddi era meravigliosa, non era ancora piena ma poco ci sarebbe mancato. Ancora un piccolo spicchio. Così luminosa da risplendere più ancora del bagliore dei fari cittadini. Anche lei da lassù mi guardava donandomi la sua lattiginosa e candida luce, così bianca e pura. Ci si poteva perdere in quella sensazione piacevole, era come isolarsi in un manto di neve appena scesa, fresca e leggera, ancora non calpestata. Da lì osservavo il traffico molto fitto, nonostante l’orario tardo. Auto, mezzi pubblici, moto. Tutto scorreva velocemente. E tante finestre erano accese. Era anche per quello che salivo sopra la terrazza, per osservare le vite degli altri. Lì si verificava uno strano attrarsi di emozioni completamente contrastanti. Andavo su quel freddo e sporco porfido per dimenticarmi di te e improvvisamente tutto tornava a galla nuovamente. Non ti volevo, ma non potevo dimenticarti. Era impossibile. Ma cercavo aria, spazio di sopravvivenza, serenità. Ed ecco l’onda dei ricordi tornare a travolgermi, così impetuosa e invadente. Era stato talmente bello il tempo passato insieme, che ogni suo ritorno nella mente e nei pensieri cancellava tutto il resto. Il presente, il futuro, la sete, la fame. Mi ricordo ancora quando andavamo a mangiare la pizza in compagnia. Era il nostro rituale del fine settimana, ripetitivo sì, ma ogni volta con un’emozione nuova. Ci rendeva sempre allegri e spensierati. Le risate e le chiacchiere tra amici invadevano tutto il tavolo, ci divertivamo come non mai. Gustavamo il calore di quell’umanità, delle luci accese, della gioia che tra di noi prendeva forma e ci conquistava. Alla fine, la emanavamo tutti. Gli abbracci tra noi non erano mai scontati ma sempre sentiti, e veri. Le passeggiate per la città duravano a lungo dopo quelle serate. Anche se percorrevamo pochi metri la strada ci sembrava lunghissima. Chiudevo gli occhi e tutto si ripresentava ancora vivo e divertente. Mi sembrava di rivivere quei momenti, vibravano dentro di me. L’aria si era alzata, ero coperta poco e me ne accorsi solo aprendo gli occhi. Avevo stretto le mani, incrociandole sotto braccia, sperando di scaldarmi un po’ma senza riuscirci. Volevo restare seduta così nonostante il freddo, sapevo che la terrazza era un luogo dove mai nessuno sarebbe venuto a disturbarmi. Attimi, quelli passati lassù, che mi facevano sentire ancora viva, con un cuore che pulsava e il sangue caldo che scorreva nelle vene. Me ne accorgevo solo quando ero immersa nel silenzio incredibilmente invadente di quelle sere, penetrante nonostante i rumori della città sottostante. Lì tutto si isolava in una bolla che non riusciva ad essere bucata dai motori, dai clacson, dalle grida, e iniziavo a ripercorrere le pagine della nostra storia. Ci piaceva molto leggere insieme. Avevamo sempre nuovi argomenti di cui discutere, sui quali confrontarci. La luce soffusa delle lampade dipingeva un’atmosfera fatata e lì scoprivamo nuovi mondi; pur restando chiusi tra quattro mura sognavamo i profumi e gli odori d’Oriente, i freddi inverni dell’Alaska. Salpavamo i mari, insieme valicavamo la magia dei più vasti oceani. Nei nostri racconti si incontrava qualsiasi genere di esperienza sensoriale. Un odore mi stuzzicò le narici facendomi rinsavire. Usciva da un comignolo. Anche in città si sentivano quei profumi, ma solo in alto perché lo smog e gli effluvi delle strade li coprivano prepotentemente. Il camino era la nostra passione durante le vacanze natalizie, si riuniva intorno ad esso tutta la famiglia, amici e conoscenti. Passavamo le ore parlando, festeggiando, scambiandoci confidenze. Percepivo quel calore, ed ero felice. Arrivò una folata di vento gelido a distrarmi. Fu così forte che, da seduta, mi ritrovai quasi a terra. Ero tornata su quella terrazza, nella fredda sera che pian piano si stava impossessando di me e voleva cancellare i tuoi ricordi e le sensazioni ancora percettibili, facendomi sentire solo il vuoto. La mancanza. Quella non poteva sferzarla. Mi riportò al silenzio, ad osservare ancora quel buco nero che mi pervadeva e mi annientava. Voleva risucchiarmi. Mi dimenticai per un attimo di me stessa, lasciandomi invadere senza difese dall’atmosfera circostante. Il mio vuoto, ora meno insistente, voleva lasciare spazio a qualcosa di nuovo, all’anima sconosciuta delle cose che cambiano. Non era forza di volontà, non era coraggio. Solo un’accesa sensazione che desiderava pervadermi e che io lasciavo entrare. Le stavo dando il permesso. Ma dentro di me sognavo ancora la certezza, quel senso di sicurezza e immutabilità, quel rifugio sicuro del tempo passato. E quel senso di sorpresa era insostenibile, ma indescrivibile nella sua grandezza. Mi sovrastava ma senza opprimermi. Chiedeva solo che ci fossi, senza sapere il come, il quando o il dove. Quale straordinarietà, pensai, quel percorso del quale mi sembrava di conoscere ogni passo e ogni movimento, e che invece mi aveva fermato, strappato il cuore dal petto, fatto cadere a terra, schiacciato come un insetto al muro. E che ora mi chiedeva di alzarmi, di partire, di non sapere, di buttarmi nella mischia, di vivere. Dovevo scendere verso il basso con il mio oscuro bagaglio carico di nuove attese. Entrare nelle luci della città, percorrere le strade trafficate, attraversare la frenesia della gente, le loro storie sconosciute, le loro richieste di aiuto. Entrare in quel flusso inaspettato e continuo, ripetitivo ma sempre aperto al cambiamento. E camminare, andare senza sosta. Percorrere, conoscere, amare. E ti avrei trovato nel sole che sorge, nei bagliori sfumati del tramonto calante. In quella luce che riveste ogni cosa di un’aura dorata, in cui speravo un giorno di poterti raggiungere danzando il nostro ultimo valzer, prima di diventare brezza incantata che diffonde il suo profumo. Avrei sempre potuto tornare lassù, sulla mia terrazza, vicina a quel cielo che ci osserva silenzioso e immutabile. Ma non come spettatrice, solo come pedina in movimento capace di creazione. 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