Questa è una storia di fantasmi e inizia nel solito, trito, dozzinale modo, con la Strega, la Morte e il Diavolo che mi affiancano mentre torno a casa in una sera d'ottobre.
«Ma quello come si è conciato? Mi sa che ha sbagliato festa» grida uno di loro. 

Aguzzo la vista e intravedo, in fondo al viale, la sagoma di Arlecchino. È un attimo e subito scompare, il costume che si confonde tra i colori frantumati dall'autunno.
Vorrei spiegare loro che Arlecchino, in origine, era un demone ctonio il cui nome deriva, forse, da Hölle König, “Re dell'Inferno”, e quindi è più adatto che mai ad Halloween, questa bizzarra festa di importazione, ma i tre mi sorpassano correndo.
Come ogni anno, percorreranno tutta la strada, bussando a ogni porta e minacciando “dolcetto o scherzetto” come impone la nuova, prepotente tradizione.
Terranno casa mia per ultima perché è una villetta, non un condominio, e quindi si fa in fretta e si tira su poco.
C'è un piccolo giardino che la rende un po' più buia e isolata delle altre, perfetta per questa notte dell'anno.
Arrivo sulla soglia e attendo un attimo, osservando un esile filo di fiato addensarsi sotto la luce dell'ingresso.
È arrivato un po' di freddo, finalmente, in questo mondo scombussolato in cui i tempi e i luoghi si confondono; me lo godo per qualche istante, prima di entrare e di chiudermi la porta alle spalle.
Mi aggiro per la casa senza uno scopo perché, anche se dovrei mangiare qualcosa, non ho fame. Mi rendo conto di non avere dolci: quando i tre bambini (o ciò che essi stasera sono: la Strega, la Morte e il Diavolo) busseranno alla mia porta e chiederanno “dolcetto o scherzetto” non avrò nulla da offrire.
Mi chiedo quale “scherzetto” mi toccherebbe. Forse qualche mostriciattolo di plastica dentro alla cassetta della posta, o una gomma da masticare sulla maniglia, o del liquido puzzolente sullo zerbino. Oppure qualcosa di peggio: un vetro rotto, le gomme dell'auto tagliate...
Mi arrovello sugli infiniti tormenti che l'essere umano è in grado di escogitare a danno dei propri simili e sul mito dell'innocenza infantile, su cui la mia esperienza d’insegnante mi ha ben presto disilluso.
Intanto, preparo i biscotti.
Mentre, seduto in cucina, ascolto il timer del forno che ticchetta come una minuscola, giuliva bomba a orologeria, il pensiero va all'Arlecchino che ho visto, o intravisto, lungo la via.
Deve essere il solo vestito in quel modo, stasera, e ciò me lo rende vicino, ma so che è solo un'illusione. Due solitudini non si fanno compagnia, meno che mai se colui o colei che potrebbe alleviarla non è che una sagoma variopinta intravista nella semioscurità.

Il timer scatta e sembra segnare la fine di qualcosa, anche se non saprei dire bene che cosa.
La luce del forno si è spenta e la casa è al buio.
Mi alzo e mi affaccio alla finestra: c'è un po' di umidità e le gocce corrono sul vetro come dita che cerchino di aggrapparsi. Il vento è caduto e, dal prato, sale un velo di nebbia. Fluttua, mossa da qualche refolo ostinato, come il vestito di garza di una ballerina invisibile. Non c'è nessuna luce, in giro, tranne il bagliore rossastro di un braciere. Viene da un carretto di caldarroste e, se mi concentro, mi pare di sentirne l'odore.
Fra un po', la Strega, la Morte e il Diavolo finiranno il loro giro e verranno alla mia porta, così apro la finestra e metto i biscotti sul davanzale perché si raffreddino.
Continuo a pensare ad Arlecchino. Mi pare di avere letto che il suo vestito è fatto con brandelli presi dai vestiti dei morti. Forse non è un caso che il suo volto sia nero, l'assenza di ogni colore, e fisso come quello di un cadavere.
Sento bussare e sorrido perché è proprio così che succede nei racconti dell'orrore: qualcuno racconta una storia spaventosa e, proprio mentre la narra, accade qualcosa di infinitamente peggio.
Dovrei uscire dalla cucina, percorrere il corridoio e tornare all'ingresso, ma decido di non farlo. Non subito, almeno.
Mi ricordo di tutte le storie di fantasmi che ho sentito o letto, e mi viene in mente che la parola “presenze”, con cui a volte li definiscono, è sbagliata. “Assenze”, dovrebbero chiamarli, perché altro non sono che il vuoto che si apre nelle nostre vite.
Ne abbiamo tanto terrore, mi dico mentre afferro il vassoio e chiudo la finestra, che lo riempiamo coi volti più spaventosi che riusciamo a concepire, pur di non essere costretti a guardarlo.
Maschere, penso percorrendo il corridoio, e rifletto su quelle che portiamo così a lungo che, quando le togliamo, è la nostra stessa faccia ad apparirci mostruosa.
Bussano ancora e mi fermo: mi viene in mente che dovrebbero farlo tre volte perché è così che accade nelle storie di demoni e di spettri, dove tre è un numero magico.
Penso a tutti coloro che sono parte del mio passato e del cui passato io sono parte. Penso al tempo che è passato e a come è passato. A come, ora, non siamo che reciproci ricordi, ancor meno concreti di un brandello di stoffa con cui rappezzare un costume. Ancora una volta, fantasmi.
Bussano per la terza volta e mi dico che potrei attendere ancora qualche secondo, aprire la porta ed essere io a fare ai tre (la Strega, la Morte e il Diavolo) uno scherzetto.
Penso alla mia lezione di stamattina e a come, parlando dell'ultimo cerchio dell'Inferno di Dante, quello dei traditori (traditori dei Parenti, della Patria, degli Ospiti e dei Benefattori), mi è venuto in mente che dovrebbero esserci anche i traditori di sé stessi. Ho pensato che dovrebbe essere il cerchio più profondo e peggiore di tutti, ma non ho detto niente.
Ascolto, tendendo l'orecchio anche se la mia porta è blindata ed è impossibile sentire qualcosa dall'altra parte, anche in una notte silenziosa come questa.
Penso alle scelte che ho fatto e a quelle che non ho fatto e a come sarei ora se fossero state diverse o se, semplicemente, ci fossero state; se sarei una persona migliore o peggiore di quella che, in questo momento, appoggia la mano sulla maniglia.
Così costruiamo le nostre vite: raccogliamo pezzi di noi stessi e ce li cuciamo addosso per essere presentabili. Allegri protagonisti di qualche festa ridanciana invece che demoni sotterranei.
L'idea mi è intollerabile e spalanco la porta, ma non c'è nessuno, a parte il costume da Arlecchino abbandonato sui gradini.
Mi chino e lo raccolgo, chiedendomi se sia lui lo scherzetto che mi è stato riservato per avere indugiato troppo prima di aprire, oppure qualcos'altro, ma dagli occhi vuoti della maschera, nera sopra i mille colori dell'abito, non viene nessuna risposta.

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