«…Adesso e nell'ora della nostra morte…».

 

Ancora il finale dell’Ave Maria.

 

Il battito del monitor cessò di essere un rumore esterno per divenire la pulsazione stessa del suo pensiero: un metronomo di metallo che misurava non più le ore del giorno, ma la distanza tra ciò che era stato e l’abisso.…

 

…Adesso…

Se la prima parte di quel versetto era sempre stato il suo unico imperativo — il presente da dominare, le scadenze da chiudere, il contratto da firmare — ora scopriva che  «L'adesso» gli era stato confiscato. 

Era diventato uno spettatore nudo e muto, sfrattato dal proprio corpo e immobile in un letto di un ospedale qualsiasi. In quell’oscurità senza confini, la mente si arrese ad ogni tentativo di riprendere il controllo, abbandonandosi ad un oblio inconsapevole.

 

Dentro di lui solo una presenza lo guardava: non un angelo, né una divinità giunta a giudicarlo — l’ateo pragmatico non poteva evocare ciò che aveva sempre deriso — ma una figura fatta della sua stessa sostanza, una versione eterea di sé, priva però di corazze, spogliata del completo sartoriale, dell’arroganza e di ogni lusso. 

 

«Hai scalato ogni cosa, disse, ma dimmi cosa ti resta adesso che non puoi muovere nemmeno una palpebra?». 

Non era una condanna, ma una constatazione semplice e crudele. 

 

Cercò di rispondere, ma le parole si frantumarono come polvere di vetro: sono ancora vivo. Ho costruito un impero. Il mio nome è importante. Io sono… Chi sono?

 

La figura inclinò appena il capo, come se stesse osservando un oggetto rotto. 

«Il tuo nome è una password che stanno già cercando di aggirare per accedere ai conti correnti. Sei semplicemente un codice, e i codici si sostituiscono, anche rapidamente». La coscienza proseguì, con una calma che era peggio di qualsiasi rimprovero: «Hai confuso l’esistenza con il controllo, credendo che il tempo fosse un bene da fatturare e una risorsa da prosciugare. 

La verità è che il tempo non ti appartiene: ti è stato dato in prestito, e tu l’hai speso come se non dovesse mai avere un termine». La figura si avvicinò, o forse fu lui a sentirla più vicina. 

«Sai qual è la parte più tragica? Non è che tu stia morendo: è che non hai mai vissuto davvero. Hai trattato ogni persona come una variabile e ogni relazione come un investimento, e ora raccogli esattamente ciò che hai seminato: lo zero assoluto».

 

«Non c’è nessuno fuori da quella porta, nessuno che stia chiedendo di te, nessuno che preghi per te. Sei stato un uomo circondato da tante persone, ma accompagnato da nessuno». 

 

Lui avrebbe voluto gridare, negare, difendersi.

 

«Hai passato la vita a misurare il tempo e ora il tempo prende la sua rivincita e misura te, secondo dopo secondo, senza fretta, senza pietà». 

La figura lo guardò come si guarda un bambino che ha finalmente capito qualcosa di semplice.

 

«Non ti sto giudicando, ti sto mostrando ciò che non hai mai voluto vedere. La tua vita non è stata cattiva, è stata piccola e stretta. Eri convinto di essere al centro, ma hai vissuto ai margini di te stesso». 

 

Un dolore puro gli si aprì dentro, come una fessura dalla quale finalmente entra la luce. 

«Se ti fosse concesso un minuto, solo un minuto, cosa faresti? Firmare un’altra delibera? O finalmente respirare?».

 

Dalle nebbie dell’infanzia riaffiorò — non come una conversione improvvisa, ma come una nostalgia disperata — la voce di sua madre mentre insieme recitavano la preghiera alla Vergine Immacolata, quando ancora il mondo sembrava sconfinato e il tempo, lui, non lo misurava in profitti, ma in pomeriggi spensierati. 

 

Risentì il calore di una mano sulla fronte prima di addormentarsi: era stato quello l’ultimo contatto umano davvero disinteressato e di puro amore, molto prima che imparasse a stringere mani solo per chiudere un accordo.

 

.…E nell’ora della nostra morte…

La seconda parte del versetto si completò: l’unica equazione che non ammetteva bilanci truccati. 

«Sei giunto al traguardo senza essere mai davvero partito, riprese la voce, con una cinica pietà. Un uomo ricco, abbandonato come un mendicante, nella solitudine più assoluta». 

 

Pianse. 

Se solo gli fosse stato concesso un solo minuto, un unico ultimo respiro, svincolato da quel maledetto soffio meccanico, non avrebbe firmato l’ennesima delibera: sarebbe sceso da quella torre di vetro per correre a piedi nudi nella terra. Avrebbe cercato uno sconosciuto per chiedere «Come stai?», desiderando davvero ascoltare la risposta.

 

Nel silenzio della sua gabbia, l’uomo d’affari smise di lottare. E in quella resa totale, mentre il Rolex sul comodino scandiva secondi ormai inutili, l’uomo che dorme, iniziò, per la prima volta, a svegliarsi davvero.

----------------------

Tre anni dopo

​I tre anni successivi furono una ricostruzione lenta, ostinata, condotta lontano, in Centri specializzati, nel silenzio di una riabilitazione anonima, dove i muscoli imparavano di nuovo a ubbidire e la parola tornava fluida. 

Non fu l'odio a dargli la forza, ma una lucidità ritrovata.

​

La pioggia batteva sui vetri della terrazza dello stesso ristorante, seduto allo stesso tavolo.

Poco distante ​il suo ex socio, visibilmente invecchiato e intento a chiudere un accordo con tre nuovi investitori, indicando percentuali e proiezioni di crescita con quel tono di voce persuasivo e privo di incrinature.

Fu un istante: alzò lo sguardo verso l'ingresso e lo vide.

Non portava più il completo sartoriale né l'orologio al polso; indossava un abito semplice, scuro, e lo osservava con una calma profonda, che rasentava l'indifferenza. Non c'era rancore nei suoi occhi, solo la consapevolezza tranquilla di chi è stato dall'altra parte del velo e sa esattamente quanto sia fragile la finzione su cui costruiamo le nostre certezze .

​I loro sguardi si incrociarono, il socio di un tempo dimenticato, s'interruppe a metà frase, sbiancando in viso; la mano che impugnava la penna iniziò a tremare impercettibilmente, aprì la bocca per dire qualcosa, ma le parole gli si congelarono in gola.

​L'uomo non si avvicinò, non fece gesti, limitandosi a sfiorare con due dita la propria tempia sinistra — lo stesso punto in cui tre anni prima era iniziato il crollo — e abbozzò un sorriso freddo, quasi di pietà.

​Poi si voltò e uscì nella pioggia, scomparendo nella folla.

​L'altro rimase immobile, il cuore che batteva ad un ritmo vertiginoso. Cercò di riprendere il filo del discorso, ma le voci degli investitori al tavolo gli arrivarono improvvisamente ovattate, lontane, come se qualcuno ne avesse abbassato il volume. Le cifre sui fogli persero definizione; la realtà intorno a lui cominciò a incrinarsi.

​Non sapeva se quell'uomo fosse tornato per riprendersi l'azienda, per denunciarlo o semplicemente per guardarlo. Ma in quel preciso istante capì che da quel momento in poi, ogni telefonata notturna, ogni notifica, ogni passo nell'ombra e ogni minimo dolore alla tempia gli avrebbero ricordato una sola cosa: che il tempo non gli apparteneva più.

​

Adesso e nell'ora della sua morte.

 

 

 

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