Il ricordo più intenso della scoperta della televisione, quello che ancora oggi riaffiora con una nitidezza sorprendente, è legato a uno sceneggiato televisivo: L'isola del tesoro.

Soltanto molti anni dopo avrei saputo che quello sceneggiato era tratto dal celebre romanzo di Robert Louis Stevenson. Allora non conoscevo gli scrittori e i libri da cui nascevano le storie, né sapevo che dietro le immagini ci fossero attori, scenografie e persone impegnate a costruire un mondo finto.

Per me, quel mondo esisteva, era reale. E tanto bastava.

I pirati, le imboscate, i duelli, i volti minacciosi e le voci sinistre mi attiravano e mi spaventavano allo stesso tempo. Durante la trasmissione, però, non avevo troppa paura. Ero nel salone di Peppino, circondato dagli adulti e dagli altri bambini. Sentivo il calore della stufa, percepivo la presenza di chi mi stava accanto e, ogni tanto, bastava una risata o un commento sottovoce a riportarmi alla realtà.

Il pericolo restava confinato dentro il televisore.

Almeno fino alla fine della puntata. Perché le puntate terminavano a sera inoltrata, quando fuori era già buio. E allora accadeva qualcosa di strano: la storia non finiva affatto. Continuava dentro di me, come se le immagini avessero trovato una porta attraverso cui uscire dallo schermo.

Ricordo ancora la filastrocca della sigla:

Quindici uomini, quindici uomini,
sulla cassa del morto,
yo-oh-oh, yo-oh-oh,
e una bottiglia di rhum.

Quelle parole, accompagnate dalla musica, avevano qualcosa di lugubre. Mi mettevano i brividi, ma non avrei mai voluto perderle. Era proprio quella paura a rendere la storia così irresistibile.

Poi si accendevano le luci, gli spettatori si alzavano, le sedie venivano riprese e il salone tornava a essere una stanza qualunque. Gli adulti si salutavano e parlavano delle faccende del giorno dopo. Qualcuno rideva, qualcun altro si avviava verso la porta.

Fuori, intanto, ci aspettava la notte. E ci aspettava un’isola sperduta in mezzo all’oceano, regno di pirati, bucanieri e corsari.

Ed era lì che cominciava la nostra vera avventura.

Mio fratello e io uscivamo dal portone di Peppino e ci ritrovavamo nella piazza quasi deserta. I pochi lampioni gettavano a terra una luce debole, lasciando gli angoli e i vicoli in una penombra profonda. Le case, che di giorno conoscevamo una per una, sembravano cambiare aspetto. I muri diventavano più alti, le porte più scure, le finestre più misteriose.

La storia dell'isola del tesoro si impadroniva del paese.

Le stradine diventavano sentieri sperduti, le case si trasformavano in taverne di marinai, i portoni nascondevano passaggi segreti. Dietro ogni angolo poteva esserci un pirata. Magari un uomo con un uncino al posto della mano, un gambadilegno, un guercio dall'occhio bendato o un Barbanera armato di sciabola.

Sapevamo, naturalmente, che il nostro paese si trovava in montagna, lontano dal mare e dagli oceani. Ma quella consapevolezza, per quanto ragionevole, serviva a poco. La fantasia non conosceva distanze e non rispettava i confini della geografia.

Bastava un'ombra per farci dubitare. Bastava un rumore improvviso perché il cuore cominciasse a battere più forte.

E così correvamo.

Correva mio fratello e correvo io, a perdifiato, lungo le stradine dal fondo irregolare. Salivamo e scendevamo scalinate dai gradini sconnessi, saltavamo buche e ostacoli, attraversavamo le chiazze di luce dei lampioni per tuffarci subito dopo nel buio.

Dietro di noi, nella nostra immaginazione, una ciurma di pirati ci inseguiva senza mai stancarsi. Sentivamo quasi il rumore dei loro passi, il tintinnio delle armi, il respiro affannoso di uomini decisi a catturarci.

Non ci voltavamo. Avevamo paura che, guardando indietro, li avremmo visti davvero.

Erano soltanto ombre, rumori, fantasie nate da uno sceneggiato televisivo. Eppure la paura era autentica. Ci stringeva lo stomaco, ci toglieva il fiato, ci faceva accelerare il passo. Il cuore batteva come se la nostra vita dipendesse da quella corsa.

Oggi mi fa sorridere pensare a quei due bambini che attraversavano il paese inseguiti da pirati immaginari. Ma allora non c'era proprio nulla da ridere.

La nostra salvezza aveva un nome semplice: casa.

Quando finalmente raggiungevamo la porta, entravamo in fretta e la chiudevamo alle nostre spalle. Soltanto allora ci fermavamo, ansimanti, con il cuore ancora in tumulto. Ci guardavamo forse con un sorriso imbarazzato, come per dirci che ce l'avevamo fatta anche quella sera.

Fuori restavano i pirati, le sciabole, gli archibugi e le pallottole vaganti. Dentro c'erano le pareti familiari, le voci di casa, la quiete delle stanze. Il mondo tornava al suo posto.

Andavamo a letto, ma non sempre riuscivamo ad addormentarci subito. Le immagini dello sceneggiato continuavano a passare davanti agli occhi, e ogni rumore proveniente dalla strada sembrava confermare che il pericolo non fosse del tutto scomparso. Restavamo immobili, in ascolto, finché la stanchezza non prendeva il sopravvento.

Poi, lentamente, arrivava il sonno.

E al mattino il paese era di nuovo quello di sempre. I muri non nascondevano pirati, i vicoli non conducevano a isole misteriose e la piazza apparteneva soltanto a noi e alla gente che la attraversava per le faccende quotidiane.

Fino alla puntata successiva.

Perché, quando tornavamo da Peppino, la storia ricominciava. E noi, senza bisogno di velieri o di oceani, tornavamo a essere due piccoli fuggiaschi in un mondo pieno di pericoli.

Oggi, a distanza di tanti anni, non ricordo soltanto la scoperta della televisione, ma soprattutto l’atmosfera che la circondava.

Ricordo il calore della stufa, il salone affollato, la fascina di legna sulle spalle. E poi il buio della piazza, le ombre lungo i vicoli e la corsa affannosa verso casa, inseguiti da pirati che esistevano soltanto nella nostra fantasia.

La televisione ci apriva una finestra sul mondo. Ma il vero prodigio avveniva quando lo schermo si spegneva e le storie continuavano a vivere dentro di noi, trasformando il paese in un luogo pieno di avventure e misteri.

Eravamo bambini, eravamo poveri di cose, ma ricchi di fantasia e immaginazione.

E tutto era cominciato con una fascina di legna portata in spalla e una grande scatola scura posata sopra un tavolo.



 

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