L’orologio sul cruscotto segnava le sette e quarantatré. Fuori, il lunedì mattina non aveva colore: solo un grigio uniforme e denso che inghiottiva i palazzi, tagliato da una pioggia che non cadeva dritta, ma sferzava l’asfalto ad alzo zero.

Claudio rimase seduto in auto per altri dieci secondi, con il motore acceso e il riscaldamento al massimo per disappannare il parabrezza. L’aria dalle bocchette sapeva di polvere e umidità accumulata. Guardò il completino grigio antracite riflettersi nello specchietto retrovisore. La giacca era stirata di fresco; il colletto della camicia rigido al punto giusto. Tutto, in quell’involucro, dichiarava un’ordinata appartenenza al ceto medio aziendale.

Poi un'occhiata al display del telefono. Notifica della banca: saldo disponibile 38,59€.

E lì scattò la bestemmia. Rotonda, colossale, sillabata con feroce accuratezza interiore. Non ad alta voce, ma risuonò nella scatola cranica con la nitidezza di una campanella di scuola. Era il segnale di inizio trasmissione. Buon lunedì.

Era il venticinque. Lo stipendio sarebbe arrivato il dieci del mese successivo. Quindici giorni. Più di due settimane a pane, scatolame dimenticato sul fondo della dispensa e caffè annacquato. Ma se qualcuno in open-space gli avesse chiesto perché a pranzo saltava la mensa per masticare una mela portata da casa, Claudio avrebbe risposto con un mezzo sorriso e una mano sulla pancia: “Sto tagliando i carboidrati per la linea. Un po' di detox prima del weekend”. La dignità ha un prezzo, e quasi sempre coincide con una menzogna raccontata con sufficiente disinvoltura.

Raccolse la ventiquattrore dal sedile del passeggero. Tra la portiera della macchina e l’androne dell’azienda c’erano forse trenta metri. Trenta metri di pozzanghere, vento trasversale e gocce pesanti come pallini di piombo.

Aprire l’ombrello sarebbe stato inutile: le raffiche lo avrebbero rovesciato al secondo passo. Restava un’unica opzione: la corsa. Un’assurda, sgraziata volata in avanti, piegato a metà, proteggendo la borsa di pelle al petto per salvare i documenti e sperando che la stoffa dei pantaloni assorbisse il meno possibile.

Un abito bagnato fa brutta figura.

Non era una questione di vanità. Era una questione di difesa. In un ufficio dove tutti cercavano un debole da azzannare per scaricare l’isteria del trimestre in perdita, presentarsi con l’orlo dei pantaloni inzuppato e i capelli incollati sulla fronte equivaleva a presentarsi disarmato. Significava segnalare vulnerabilità.

Claudio tirò un sospiro profondo, strinse la presa sulla maniglia, spalancò la portiera e si lanciò nella tempesta.

L’impatto con l’aria fredda gli tolse il fiato. Il primo passo finì dritto in una chiazza d’acqua di cui aveva sottovalutato la profondità: la scarpa sinistra affondò fino alla caviglia con un suono sordo e liquido. L’acqua gelida arrivò istantaneamente fino alla pelle, inzuppando la calza di cotone. Ogni passo, una bestemmia. Un, due. Un, due. Batteva ritmica contro i denti serrati, un tamburo da galera a proteggerlo dal freddo che gli risaliva lungo lo stinco.

Quando varcò le porte a scorrimento dell’edificio, il contrasto fu quasi doloroso. L’aria condizionata sparata a palla, il profumo sintetico di detergente per vetri, il brusio dei neon.

Si fermò nell’atrio di marmo, ansimando leggermente. Si guardò le gambe: i pantaloni erano scuri d’acqua dal ginocchio in giù, pesanti e appiccicati ai polpacci. La scarpa sinistra emetteva un piccolo squitsc ad ogni movimento delle dita.

«Giorno, Claudio! Che gran tempo, eh?»

Era De Blasi. Completo blu scuro, impermeabile tecnico smanicato ancora intonso, ombrello da golf con il manico in legno riposto con cura nella custodia. Uno che si era accaparrato uno dei trenta posti auto coperti nei sotterranei, mentre Claudio era bloccato al numero quattordici della lista d’attesa da quasi due anni.

«Già, una bella rinfrescata,» rispose Claudio, raddrizzando la schiena e forzando un cenno del capo. Cencioso dentro, impeccabile fuori. O almeno, ci provava.

La sala riunioni al terzo piano puzzava di chiuso e di ansia stantia. Alle 09:05, otto persone erano sedute attorno al tavolo in radice di noce. Al centro, la presentazione proiettata a parete mostrava un grafico con una freccia rossa rivolta verso il basso: il tasso di efficienza del settore logistico.

Il Dottor Vianello, responsabile di divisione, sedeva a capotavola. La sua tazza di ceramica fumava di caffè nero. Non aveva ancora aperto bocca, ma il suo sguardo vagava lento sui presenti, misurando le reazioni.

«Allora,» esordì Vianello, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita. «Sapete tutti perché siamo qui. I costi operativi del reparto vanno tagliati del 12% a partire dal mese prossimo. La soluzione la conosciamo tutti. È sul tavolo da sei mesi. Ma voglio che siate voi a formalizzarla. Voglio la vostra firma in calce al documento di ristrutturazione entro venerdì.»

Claudio sentì lo stomaco contrarsi. Un vuoto acuto, amplificato dalla mancanza di colazione.

La "soluzione" di cui parlava Vianello era l'esternalizzazione del servizio consegne. Significava tagliare sei contratti determinati e caricare il lavoro residuo sul personale interno. Una scelta che avrebbe paralizzato l'operatività nel giro di tre settimane e scatenato le proteste dei clienti.

Vianello sapeva benissimo che era una mossa suicida. Ma se la decisione fosse partita "dal basso", come proposta corale del team di lavoro, la colpa del fallimento imminente sarebbe ricaduta interamente su di loro. Se invece l'avesse imposta lui dall'alto, ne avrebbe risposto al consiglio di amministrazione.

«Io credo...» cominciò De Blasi, schiarendosi la voce, «che valutare una riorganizzazione dei flussi esterni sia l'unica strada ragionevole in questo momento economico.»

Il classico discorso da servo. Un'ovvietà formulata nel gergo aziendale per compiacere il capo senza prendersi la responsabilità diretta di usare la parola "licenziamenti".

«Claudio?» Vianello girò la testa verso di lui. «Tu che ne pensi? Sei sempre così attento ai numeri. Il tuo report cosa dice?»

Mentre Vianello articolava i suoi periodi ovattati e De Blasi annuiva come un fantoccio a molla, nella testa di Claudio la bestemmia risuonava a frequenza costante, coprendo le loro voci. Era un'anestesia acustica. Un muro di suono interiore che gli impediva di urlare in faccia a entrambi quello che valevano davvero.

Claudio abbassò lo sguardo sul proprio taccuino. Sentiva il calzino sinistro ancora zuppo che gli congelava il piede sotto il tavolo. L'odore di lana bagnata della sua stessa giacca gli saliva al naso, sottile ma inconfondibile.

I suoi occhi scivolarono sulle cifre scritte a penna: la simulazione dell'esternalizzazione parlava chiaro. Nel secondo trimestre i disservizi e le penali dei clienti avrebbero fatto lievitare i costi del 20%. Vianello lo sapeva. De Blasi lo sapeva. Tutti in quella stanza lo sapevano.

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