Intanto la sirena sempre più incessante continua a rompere la quiete della sera. Quando arrivano con la sirena ancora accesa fino all’ingresso, vuol dire che il caso è grave. Con un rumore di gomme che graffiano la ghiaia l’auto si ferma di botto e ne scendono veloci gli ausiliari aprendo il retro. Io e Elisa accorriamo con la barella ma Sergio, uno dei due addetti, mi  fa cenno che l’infermo non può essere toccato. Bisogna portarlo dentro sulla lettiga. Al primo sguardo non noto presenza di sangue, un segnale positivo ma, ovvio, non vuol dir niente. Chiedo cos'ha il paziente e dove dobbiamo portarlo. Sergio mi prende da parte e lo vedo titubante nel parlare. Sembra  imbarazzato nel rispondere, mi abbraccia con delicatezza. Questo gesto mi scuote e mi mette in allarme. Sono gesti standard fra di noi quando capita di gestire casi disperati. Lui conosce il mio carattere emotivo, nonostante gli anni ancora partecipo al dolore dei pazienti.  Mi divincolo da lui e corro verso la lettiga che Elisa stava portando di corsa all’interno. Chi c’era là sopra?

«Fermati Elisa, chi c’è su quel letto, dove lo porti?»

«Ha detto Sergio che deve andare in cardiologia, sospetto infarto dovuto al caldo, devo correre, dai vieni anche tu.»

«Non c’è bisogno che tu me lo dica, sarei venuta comunque, fammi vedere chi è, se lo conosco.»

Arrivo a toccare la lettiga e con una tremenda ansia in corpo sollevo un lembo del lenzuolo. Il viso bianco come la cera, i capelli arruffati e sottili come seta è il quadro che si presenta al mio sguardo. Una nonnina deliziosa, quasi una bambolina di porcellana, immobile sul lettino. Non riesco a sentire il respiro, deve essere proprio al limite. Un moto di rabbia mi prende, non so nemmeno io contro chi. Possibile che ci debbano essere ancora queste morti fra persone che hanno creato la storia, gente che ha definito il mondo che oggi, noi più giovani, stiamo vivendo…. Sono arrabbiata e afflitta, consapevole di dover assistere ancora una volta impotente a una perdita. Questa gracile signora chissà che ruolo avrà avuto durante la sua vita. Sarà stata una giovane innamorata, una mamma premurosa, una nonna attenta e prodiga di storie da raccontare. Ora per un’ondata di caldo deve andarsene prematuramente.

Arrivati a reparto io e Elisa ci diamo da fare per accelerare le procedure previste. Il dottore di turno procede con un ECG veloce non prima di aver iniettato un cardiotonico. Dopo l’esame provvediamo a spogliarla dagli abiti troppo pesanti e umidi di sudore. Al momento lei non dà segni di ripresa. Prepariamo un letto pulito e arieggiato e la trasferiamo dalla lettiga. Per fortuna la stanza è vuota, c’è solo lei, è notte e l’aria, con le finestre aperte a ghigliottina, lasciano entrare un minimo di aria più fresca. Lavoriamo in silenzio, l’animo non è predisposto a esternare le nostre problematiche. Elisa è efficiente come al solito, io mi dò da fare ma quel senso di impotenza continua a frullarmi nella testa. Ogni tanto volgo lo sguardo verso il letto dove la nonna riposa, sembra che la situazione sia stazionaria, persiste un barlume di speranza. Abbiamo finito tutte le incombenze e ci risposiamo, Eli va fuori a fumare una sigaretta, io mi siedo vicino al letto a osservare la paziente. Ho l’impressione che il respiro sia diventato regolare, vedo affiorare sul viso un leggero colore roseo, la rabbia che ho in corpo si sta trasformando in speranza. Ha ancora gli occhi chiusi ma vedo del movimento e poco dopo si aprono lentamente con un’aria smarrita.

«Dove sono?»

Mai come adesso il suono di quella vocina debole mi ha procurato una gioia tale che mi sarei messa a saltare intorno al letto. Rispondo con tutta la calma possibile, mentre invece il cuore sembra esplodere.

«Tranquilla signora, si è sentita male a casa ed è stata portata qui in ospedale, ora sta bene, io sono Giovanna e le sto vicino. Mi può dire come si chiama?»

Lei mi guarda con uno sguardo da rassegnata, prende fiato, sospira piano poi, risponde.

«Prima o poi doveva succedere, sa, io sono anziana e vivo da sola. Per fortuna ci sono dei vicini di casa gentili e premurosi che mi aiutano. Devono essere stati loro a chiamare l’ambulanza, io non avrei mai potuto farlo. Mi chiamo Elvira e ho 85 anni, non ho malattie importanti, ma la solitudine e i pensieri fanno più male di molti malanni. Soffro da quando l’anno scorso è venuto a mancare il mio compagno di vita. Mi avete salvata ancora una volta, ma onestamente non so se vale la pena continuare, questa strada non porta da nessuna parte.»

«No! Signora Elvira non dica queste cose, deve pensare che la sua vita non è finita, avrà dei figli, dei nipoti, lei ha il dovere di insegnare loro come percorrere il cammino. Prenda me per esempio, io sono rimasta senza nonni, senza genitori e senza marito, ho solo un figlio ed è a lui che dedico la mia esistenza. Non ha idea della gioia che ho provato quando lei ha aperto gli occhi, sono felice di poter parlare con lei e starle vicino.»

«Cara, sei una persona gentile, ma questo non cambia la situazione, domani, magari, uscirò e tornerò alla mia solitudine in attesa che si ripeta un episodio come quello di oggi e non ci sarà nessuno ad aiutarmi. La realtà supera tutte le buone intenzioni, i propositi, le speranze; bisogna che ce ne rendiamo conto.»

Volevo replicare, ma cosa avrei potuto dire? Solo delle parole che sapevamo, entrambe, inutili se non superflue. Era vero, la realtà non lascia spazio a illusioni, avrei voluto fare di più, ma era ovvio che non potevo aggiungere nulla. Una cosa mi venne in mente per quanto riguardava la solitudine. Quella più terribile da affrontare non era la mancanza di persone, ma quella interiore, quella che ti accorgi di sentire dentro, un vuoto che nessuna compagnia potrebbe colmare.

«Elvira cara invidio la sua forza, la sua lucidità di pensiero, ha ragione, ma l’essere umano per sua natura è portato a sperare sempre. Soffre ma continua ad andare avanti perché in cuor suo sa che: «non si è mai soli se si guarda il cielo».

 

 

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