A cinquantacinque anni passavo molto tempo a camminare. Avevo perso il lavoro da otto mesi e le mie giornate seguivano un ritmo semplice: uscivo al mattino, raggiungevo il parco, camminavo per un paio d’ore e tornavo a casa. All’inizio cercavo ancora lavoro, poi le passeggiate erano diventate il modo abituale di riempire le mattine.

Una mattina trovai un piccolo quaderno blu sotto una panchina. Aveva la copertina rigida, gli angoli consumati e alcune pagine piegate. Lo aprii. Le pagine contenevano poche annotazioni scritte a mano. La prima diceva: «Bar, 8.15». Più avanti compariva: «Cane nero». In fondo al quaderno trovai una data. Mancavano cinque giorni.

Durante il ritorno continuai a pensare a quelle tre annotazioni. La prima offriva una verifica semplice. Il mattino seguente arrivai al bar qualche minuto prima delle 8.15. Mi sedetti vicino alla vetrina e ordinai un caffè. Alle 8.15 entrò un uomo sulla sessantina, con un cappotto scuro e una cartella sottile. Si fermò sulla porta, guardò verso i tavoli e raggiunse il bancone.

«Un caffè.»

Bevve in piedi, poi uscì e rimase sul marciapiede. Prese il telefono e fece una breve telefonata. Dopo qualche minuto attraversò la strada e si allontanò.

Tornai a casa e guardai il quaderno. Qualcuno aveva osservato quell’uomo abbastanza a lungo da conoscere la sua abitudine mattutina.

Il giorno dopo tornai nel parco. Camminavo lungo il vialetto centrale quando vidi un grosso cane nero. Aveva il pelo corto e lucido. Una donna anziana lo teneva al guinzaglio e procedeva lentamente. Il cane avanzava di qualche metro, poi si fermava ad aspettarla. Poco dopo arrivò l’uomo del bar. Lo riconobbi subito. Si avvicinò alla donna e accarezzò il cane. L’animale gli andò incontro con familiarità. I due parlarono per qualche minuto, poi l’uomo riprese la strada.

Il cane nero era il secondo elemento del quaderno. Ora quelle poche parole cominciavano a formare una storia.

Quella sera guardai la data. Mancavano due giorni.

Il giorno indicato uscii presto di casa. Alle otto ero già nel parco. Raggiunsi il bar e mi sedetti vicino alla vetrina. Alle 8.15 l’uomo entrò, ordinò il caffè e uscì. Lo osservai attraversare la strada e salire sulla sua automobile.

Verso le nove tornai verso casa. Davanti a un’edicola vidi una macchina della polizia e due agenti che parlavano con alcune persone. Poco distante, in una strada laterale, avevano trovato un uomo morto dentro un’automobile.

Riconobbi subito la descrizione.

Era l’uomo del bar.

A casa appoggiai il quaderno sul tavolo. Guardai le tre annotazioni: il bar delle 8.15, il cane nero, la data. Tre elementi che avevano seguito la vita di quell’uomo fino alla sua morte. Restava da capire chi li avesse scritti.

Il giorno seguente tornai nel parco. Cercai la donna con il cane nero e la trovai seduta sulla stessa panchina. Mi avvicinai e le raccontai del quaderno, del bar e dell’uomo morto. Quando nominai la data, la donna cambiò espressione.

«Quel quaderno apparteneva a mia figlia.»

Le mostrai la copertina blu.

«Era suo.»

Mi spiegò che sua figlia conosceva quell’uomo da tempo. Aveva cominciato a seguirne gli spostamenti dopo una vicenda accaduta alcuni anni prima. Voleva capire che cosa fosse successo a una persona della sua famiglia.

«E quella data?»

La donna strinse il guinzaglio.

«Mia figlia aveva appuntamento con lui quel giorno.»

«Che cosa voleva sapere?»

La donna guardò il cane.

«La verità.»

Consegnai il quaderno alla polizia e raccontai quello che avevo visto: il bar, l’uomo, il cane nero e la data.

Qualche giorno dopo tornai nel parco. La panchina era ancora lì. Mi sedetti e guardai il vialetto. Poco dopo passò la donna con il cane nero. L’animale si fermò a fiutare l’erba, poi riprese a camminare accanto alla padrona.

Li osservai finché scomparvero dietro gli alberi.

Per mesi avevo seguito gli stessi percorsi. Quel giorno mi alzai e imboccai un sentiero diverso.

Continuai a camminare.



 

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