«Secondo me, Debora, la tua impressione non è casuale. C’è un motivo storico per cui Capo Verde può suonare caraibico, pur trovandosi dall’altra parte dell’Atlantico. È un luogo africano, portoghese e atlantico allo stesso tempo».

«Mi stai dicendo, Estevão, che ci troviamo su un’isola nel mezzo di una grande autostrada musicale?»

«Esattamente, mia dolce Debora. Per secoli queste isole hanno collegato Africa occidentale, Portogallo, Brasile, Caraibi e Nord America. Popolazioni, marinai ed emigranti attraversavano l’Atlantico e con loro viaggiavano ritmi e melodie. Fu proprio questo scambio a creare il carattere che percepisci».

«Sto pensando alla parola portoghese saudade… Eppure, la saudade non è necessariamente malinconica nel ritmo…»

«Questa è una delle cose più belle che la tua testolina potesse pensare! La morna è legata alla lontananza, all’emigrazione e alla nostalgia. Eppure, la malinconia si accompagna spesso a un ritmo ondeggiante. È una combinazione potentissima: un testo triste e un corpo che balla. Nella musica dell’Atlantico nero, una canzone non deve essere allegra per essere ballabile».

«Quindi il ritmo capoverdiano ha qualcosa di “caraibico” perché appartiene alla stessa famiglia culturale?»

«Più o meno. Il funaná, per esempio, non deriva necessariamente dalla musica caraibica: è una tradizione con radici africane comuni ad altre musiche, sviluppatasi autonomamente. Puoi trovare somiglianze con la cumbia colombiana, lo zouk, il calypso, il merengue, il son cubano e alcuni ritmi brasiliani e angolani. Poliritmie, sincopi, bassi ritmici e ripetizioni invitano il corpo a seguire il groove, senza rendere questi generi intercambiabili».

«E poi c’è questo mare… Mi fa sospirare…»

«È una sintesi poetica, ma efficace. La musica capoverdiana evoca in te un’isola tropicale, e non sei la sola in questo. Si tratta di un’immagine atlantica, non necessariamente caraibica. Voi europei associate il tropicale alle palme, al mare, ai ritmi sincopati, alla malinconia e alla danza. Capo Verde suscita sensazioni simili, ma nasce da una storia diversa».

«E il soul, Estevão? Sembra amplificare enormemente questo effetto».

«Immagino tu ti riferisca al vinile che Guilherme ha messo sul giradischi ieri sera».

«Sì».

«Negli anni Settanta e Ottanta, la musica capoverdiana ha arricchito la tradizione con funk, disco e reggae, senza perdere il proprio carattere. Ieri sera il tuo cervello riconosceva contemporaneamente Africa, Caraibi, Portogallo e soul anni Settanta. Nessuna impressione era del tutto sbagliata: è questa ibridazione atlantica a rendere il suono così particolare».

«Te l’ho già raccontato, Estevão: ho praticato per anni diversi stili di ballo latino. Eppure, faccio fatica a trovare un equivalente brasiliano di ciò che ho ascoltato ieri sera e in questi giorni trascorsi con te».

«Perché non cerchi un semplice genere o ritmo, Debora, ma una miscela quasi irripetibile di nostalgia lusofona, ritmo africano, tropicalismo e modernizzazione. È un suono meraviglioso».

«Spiegami perché, in questi giorni, mi sono sentita ai Caraibi senza esserci stata…»

«Capo Verde non è geograficamente caraibico, ma appartiene allo stesso grande mondo culturale che ha contribuito a generare i Caraibi».

«È parecchio lontano, infatti!»

«Sì, questo arcipelago si trova nell’Atlantico orientale, a circa cinquecento chilometri dalla costa africana, al largo del Senegal. I Caraibi sono dall’altra parte dell’oceano. Capo Verde è una “stazione” africana nell’Atlantico, non un’isola caraibica. Anche il paesaggio è diverso: le nostre isole sono spesso aride, vulcaniche e brulle, con poche palme e nessuna giungla tropicale. Eppure, questa analogia ti colpisce. Perché?»

«… Penso sia una faccenda culturale…»

«Capo Verde era disabitato prima della colonizzazione portoghese. Dall’incontro fra europei e popolazioni dell’Africa occidentale nacque una cultura creola, riflessa anche nella lingua quotidiana: il kriolu, che tu, pur conoscendo il portoghese, hai trovato così diverso e difficile. La cultura combina dunque elementi africani e portoghesi, e la musica occupa un posto centrale nella vita sociale. È qui che comincia la parentela con i Caraibi».

«Penso di aver capito. Il grande punto in comune è dunque l’oceano stesso!»

«Sì. La tratta atlantica, la colonizzazione, la diaspora africana e le migrazioni hanno creato un gigantesco spazio culturale. Da una parte Senegal, Gambia, Guinea-Bissau e Capo Verde; dall’altra Brasile, Caraibi, Guyana e Venezuela. Per secoli persone, idee, strumenti e suoni hanno attraversato il mare. Una struttura ritmica può ricordarti Cuba, la lingua rimandarti al Portogallo e le percussioni portarti in Africa. Sono frammenti di una stessa storia, ricombinatisi in luoghi diversi».

«Però c’è una differenza enorme. Capo Verde era privo di insediamenti umani: non ha avuto la stessa storia indigena dei Caraibi».

«È una distinzione fondamentale. Nei Caraibi vivevano popolazioni indigene decimate dalla conquista europea, dalle malattie e dalla schiavitù. La cultura caraibica moderna è nata dall’incontro fra elementi indigeni, europei e africani. Capo Verde, invece, non aveva una popolazione indigena insulare paragonabile: la società creola si è formata soprattutto attraverso l’incontro fra europei e africani».

«Penso che qui l’assenza di una popolazione autoctona abbia lasciato il posto a qualcosa di fortissimo. Mi riferisco alla diaspora».

«Questo spiega molto della musica che ti ha colpita. Una parte importante della popolazione capoverdiana ha vissuto all’estero. La musica ha assorbito influenze dagli Stati Uniti, dall’Europa, dall’Africa continentale, dal Brasile e dai Caraibi. Gli emigranti, a loro volta, l’hanno portata nel mondo. È una dinamica che ha reso le culture caraibiche altrettanto ibride e internazionali».

«Quindi non dovrei immaginare Capo Verde come un pezzo di Caraibi finito per errore davanti all’Africa, ma come un arcipelago africano affacciato sull’autostrada culturale dell’Atlantico…»

«È proprio questo che spiega le tue sensazioni. Nella nostra musica convivono la saudade portoghese, l’Africa occidentale, i ritmi di danza e le influenze brasiliane e caraibiche. Negli anni Settanta e Ottanta si sono aggiunti funk, disco e reggae. Ne nasce un suono profondamente capoverdiano, ma capace di evocare mondi diversi. È questa ambiguità a incuriosirti: percepisci un luogo tropicale, ma non riesci a collocarlo, perché è un crocevia».

«Guarda, Estevão, i pescatori hanno finito di tirare in secca le barche. Il tramonto è splendido, più arancione e scuro del solito. Se penso che domani, a quest’ora, sarò a casa, a Milano, sento già crescere una profonda nostalgia, mista a malinconia».

«Da domani sera chiamala saudade, Debora. È una parola che esprime tristezza e rimpianto, insieme al desiderio di qualcosa o qualcuno che è lontano. Ma ti prego, non lasciarti sopraffare. Canta e balla, portando nel cuore e nella tua testolina tutto ciò che hai vissuto a Capo Verde, mia dolce Debora».

Tutti i racconti

0
0
1

Nessuna risposta

31 October 2026

Questa è una storia di fantasmi e inizia nel solito, trito, dozzinale modo, con la Strega, la Morte e il Diavolo che mi affiancano mentre torno a casa in una sera d'ottobre. «Ma quello come si è conciato? Mi sa che ha sbagliato festa» grida uno di loro. Aguzzo la vista e intravedo, in fondo al [...]

Tempo di lettura: 5 minuti

0
0
3

Atlanto

Un tramonto più arancione e scuro del solito

31 October 2026

«Secondo me, Debora, la tua impressione non è casuale. C’è un motivo storico per cui Capo Verde può suonare caraibico, pur trovandosi dall’altra parte dell’Atlantico. È un luogo africano, portoghese e atlantico allo stesso tempo». «Mi stai dicendo, Estevão, che ci troviamo su un’isola nel mezzo [...]

Tempo di lettura: 5 minuti

0
0
1

Vi narro della Musa Talia

La musa dal sorriso contagioso

31 October 2026

Tra le alte vette dell’Olimpo, dove le nuvole si tingevano d’oro al tramonto e gli dèi trascorrevano il tempo tra banchetti, discussioni e melodie celesti, viveva una figura dal sorriso contagioso. Il suo nome era Talia, una delle nove Muse, figlie di Zeus e di Mnemosine, la dea della memoria. [...]

Tempo di lettura: 4 minuti

0
0
1

Vola!

31 October 2026

Vola con il tuo ramoscello di olivo. In cerca di un posto dove riposare ma senza trovare un appoggio. Muri non ne esistono più, solo pietre sparse, le spine del filo lasciano solo spazio che ti ferisce profondamente. Vola. Non perdere la speranza di trovare un approdo. Qualcuno ti tenderà [...]

Tempo di lettura: 30 secondi

4
5
30

L'uomo che dorme 2/2

30 October 2026

«…Adesso e nell'ora della nostra morte…». Ancora il finale dell’Ave Maria. Il battito del monitor cessò di essere un rumore esterno per divenire la pulsazione stessa del suo pensiero: un metronomo di metallo che misurava non più le ore del giorno, ma la distanza tra ciò che era stato e l’abisso.… [...]

Tempo di lettura: 5 minuti

  • U2130: molti ma molti complimenti
    bel racconto

  • An Old Luca: Mai delusioni da Dario... bravo come sempre!

3
4
38

La galleria

Storie in 280 caratteri

30 October 2026

Il treno entra a gran velocità in galleria. Dopo un'ora siamo ancora dentro! Il nervosismo si diffonde tra i passeggeri. Ad un tratto la luce del giorno. Un sospiro di sollievo generale seguito però subito da tante grida isteriche. Mi guardo le mani, sono quelle di un vecchio

Tempo di lettura: 30 secondi

  • Riccardo: un bel viaggio nel tempo! in ogni caso tutti noi sappiamo la stazione di partenza [...]

  • Piso81: Un viaggetto tranquillo 🤣

2
2
16

La scoperta della televisione (2/2)

30 October 2026

Il ricordo più intenso della scoperta della televisione, quello che ancora oggi riaffiora con una nitidezza sorprendente, è legato a uno sceneggiato televisivo: L'isola del tesoro. Soltanto molti anni dopo avrei saputo che quello sceneggiato era tratto dal celebre romanzo di Robert Louis Stevenson. [...]

Tempo di lettura: 5 minuti

6
14
40

VECCHIO SCARPONE

Presepe fantastico

29 October 2026

Giovedì 24 novembre 2022: un pomeriggio sereno e stranamente tiepido mi invoglia a salire in montagna. I prati e i boschi mi chiamano. Abbandono la mulattiera e mi inoltro nell’ampio prato che fa da dorsale al monte; un boschetto di querce spoglie mi invita a curiosare, ma non ne ho il tempo. Tra [...]

Tempo di lettura: 1 minuto

  • Paolo Ferazzoli PRFF: Come un vecchio, con uno scarpone spaiato i tuoi nemici cercheranno di [...]

  • Goccia: Rubrus: si accorse che uno dei tre Magi aveva un piede scalzo.
    Goccia: [...]

4
4
33

L'uomo che dorme 1/2

29 October 2026

«…Adesso e nell'ora della nostra morte…». Si era svegliato così, quella mattina. L’ultima riga dell’Ave Maria gli risuonava nella testa come un tarlo, ritmica e aliena, accompagnata da una fitta alla tempia sinistra che non accennava a mollare la presa. Anche sotto il getto caldo della doccia, [...]

Tempo di lettura: 3 minuti

  • Virginia Lupo: Buongiorno signor Dario. Come sta?
    Ho letto la prima parte del suo racconto [...]

  • U2130: Bello. Mi è piaciuto molto l'incipit del racconto. Geniale ...adesso [...]

3
4
25

La scoperta della televisione (1/2)

29 October 2026

Sembrano trascorsi secoli. Il mondo è cambiato così tanto che, a volte, faccio fatica a riconoscere quello di allora in quello di oggi. Eppure sono passati soltanto settant'anni. Computer, smartphone, tablet, videogiochi e droni appartenevano a un futuro che nessuno di noi avrebbe saputo immaginare. [...]

Tempo di lettura: 4 minuti

  • Paolo Ferazzoli PRFF: I like
    Bei ricordi di un mondo scomparso in cui pressoché tutti [...]

  • Eco: Non ho vissuto quegli anni, sono figlio degli anni Ottanta, eppure il tuo racconto [...]

3
4
37

Tre notturni

29 October 2026

Sbuffa il battello, scricchiola e cigola che il fiume risale a fatica. Dietro l'ultima ansa, finalmente, il villaggio: i vecchi alle reti, festanti i fanciulli, le donne a condire pietanze. E festa sarà. Si udiranno racconti di faune feroci, flore carnivore, paludi e agguati di tribù dalle più [...]

Tempo di lettura: 1 minuto

4
7
35

La linea d’ombra del 25 (2/2)

28 October 2026

Se avesse detto la verità, avrebbe costretto Vianello a prendersi la responsabilità di una decisione arbitraria. E Vianello non perdonava chi lo costringeva a fare il suo lavoro. Una nota negativa sulla scheda di valutazione annuale avrebbe significato addio al minimo premio di produzione previsto [...]

Tempo di lettura: 5 minuti

  • Rubrus: Le esternalizzazioni di solito portano guai dentro e fuori dalle aziende. L'aziendalese [...]

  • An Old Luca: Ben scritto. Piaciuto.

Torna su