Giorgio era sempre stato un sognatore, un carattere mite ma determinato nelle azioni. Quando decideva di fare una cosa nessuno poteva fermarlo o farlo ragionare, questo specialmente in età giovanile, la sua tranquillità era lo scudo della sua volontà. Le auto erano la sua passione, i motori mondi da scoprire; così si fece coinvolgere, alla soglia dei vent’anni, in un giro di auto rubate e corse clandestine. Auto di lusso rubate e rivendute nei paesi dell’est Europa, auto truccate da usare in circuiti dismessi per scommesse sulle corse gestite dalla malavita. 

Tutto quello che Giorgio voleva era accumulare più denaro possibile per poi andare verso lidi migliori con Francesca, la donna che lui aveva sempre amato. Sognava di comprarsi una fazenda in Argentina, ritirarsi a fare la bella vita, una famiglia con…Francesca. Lei, figlia di un notabile cittadino, allegra e ottimista di natura, ma annoiata da una vita che sembrava essere già pianificata da altri e non da lei. Suo padre avvocato e titolare di uno dei più prestigiosi studi legali della città, voleva che la figlia seguisse le sue orme, come lui aveva seguito quelle paterne, che avevano seguito quelle del nonno, che aveva seguito quelle del bisnonno fino a perdersi nelle generazioni passate. 

La frequentazione con Giorgio, conosciuto durante la sagra dell’ossobuco in un paese vicino, durante una gita domenicale, non era gradita alla famiglia di Francesca, nonostante ciò i due giovani continuarono a vedersi assiduamente. Lei era affascinata dalla leggerezza con cui lui affrontava la vita criminale che si era scelto, sebbene questa cosa all’inizio le avesse destato perplessità. Lui invece era attratto dalla sua allegria e dalla determinazione con cui avrebbe voluto costruirsi uno spazio nel mondo al di fuori della volontà della sua famiglia: a Francesca piaceva disegnare, era molto brava in questo, pertanto avrebbe voluto frequentare l’accademia di belle arti anziché la facoltà di legge. 

Così Giorgio cominciò a portarla a qualche corsa clandestina. Ansiosa e curiosa, Francesca aveva così tanto insistito da piegare la volontà del suo lui nell’introdurla in quell’ambiente sordido; in breve tempo la giovane donna, grazie alla gioviale abilità nel farsi ben volere in quell’ambiente poco raccomandabile, divenne la cassiera e la contabile del denaro raccolto in quelle nottate, somme che venivano consegnate a Giorgio che poi le consegnava a chi di dovere. Questa vita fuori dalle regole cementò il legame tra loro due, tanto da far prendere la decisione di andare a vivere insieme in città, cosa questa che mandò su tutte le furie il padre della giovane donna.

Lei sempre più coinvolta nella vita scapestrata del suo amore, insistette per accompagnarlo nei furti d’auto, cosa alla quale lui non osò opporre resistenza dato il precedente delle corse clandestine. A Francesca fu dato il compito di fare da palo mentre Giorgio e gli altri membri della banda razziavano le macchine nelle varie parti della città a loro assegnate. 

Fu una notte, il 30 aprile…

 

                                                                          

Il pensiero lo scosse nel profondo mentre stava terminando le riparazioni in sala motori. Giorgio appoggiò la testa contro il freddo metallo di un tubo che partiva dalla macchina motrice per andare non si sa dove nella pancia della nave. Chiuse gli occhi e le immagini vivide del passato, riemerse dalla mente, si fecero quasi reali; i sentimenti suscitati da esse invece erano reali tanto da farlo trasalire. Aprì gli occhi di colpo, come quando ci si sveglia dopo un incubo, aveva la fronte madida di sudore sia per il calore che c’era nella sala macchine, sia perché scosso dalle immagini del passato che riaffioravano nei suoi pensieri. Informò il capo sala macchine che aveva svolto il lavoro a lui assegnatogli e, finito il suo turno, risalì in superficie. Sentiva le gambe pesanti mentre saliva la scala di ferro che dalla sala macchine portava in coperta e poi quella che conduceva al ponte di comando dove c’erano le cabine del personale; si sentiva vecchio tutto di un colpo, come se avesse vissuto dieci vite in una. I ricordi hanno il potere, grazie alla loro atemporalità, di creare la percezione di aver vissuto molto di più di quello che in realtà è stato il tempo trascorso in questo mondo. 

Una volta arrivato in cabina, Giorgio si spogliò, si fece una doccia e rivestitosi scese in sala mensa. Ciò che non cambiava mai di quella sala dai muri bianchi ormai ingialliti e dai tavoli scrostati di compensato color verde stinto, era il silenzio che ne rendeva pesante l’ambiente attorno, un ambiente senza tempo, contemplativo. Giorgio era la prima volta che ci faceva caso; aveva consumato pranzi e cene senza mai realizzare tutto ciò, troppo preso o stanco a causa del lavoro, aveva creduto che anche gli altri membri dell’equipaggio fossero nel suo stesso stato mentale, invece gli bastò alzare la testa dalla scodella della minestra per notare le teste basse, gli sguardi stanchi, di una stanchezza di vita più che di fatica e la totale assenza di conversazione. Sembravano tutti in meditazione, una meditazione sulla loro vita, ognuno con un suo ricordo che lo tormentava. Nessuno aveva un collega seduto vicino o di fronte. 

Fu sorpreso quando di fronte a lui si sedette un uomo pingue dai capelli castani lunghi fino alla nuca, occhi azzurri della forma di due bottoni da giacca, viso tondo con doppio mento sul quale era cresciuta una barba di due giorni. Era tedesco. Giorgio non lo aveva mai notato, tanto da domandarsi se quell’uomo fosse mai esistito o se fosse stato imbarcato all’ultimo porto dove la nave aveva gettato l’àncora: il porto di Kiel. L’uomo a differenza di tutti gli altri sembrava avesse una gran voglia di parlare: si guardava attorno, cercava un contatto visivo con Giorgio.

Cominciò a borbottare qualcosa sul cibo ammiccando a Giorgio, il quale cercava di evitarne lo sguardo. Poi l’uomo cominciò a farsi più loquace a mano a mano che si riempiva lo stomaco, dapprima in tedesco, poi quando notò che il suo interlocutore non capiva nulla, gli chiese da che paese venisse e lui biascicò: «Italia.»

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