La luce del frigorifero si accende. Fuori è buio.
Resti con lo sportello spalancato senza prendere niente. Una bottiglia d’acqua, mezzo limone e un contenitore sigillato con la pellicola. Lo sposti di un centimetro. Richiudi.
Sul tavolo il telefono si illumina. Lo raggiungi pensando sia lei. Non lo è. Una notifica da cancellare subito. Ma non appoggi il telefono. Resti a fissare lo schermo acceso sull’ultima frase che vi siete scambiati.
La rileggi. Le parole sono le stesse da ieri, ma le rileggi sperando che la distanza le abbia consumate, o modificate. Spegni.
Quella sera non scrive. Il giorno dopo nemmeno.
All'inizio non ti preoccupi: ci sono giorni in cui sparisce e poi ritorna con un messaggio qualunque, come se il tempo in mezzo non fosse mai esistito. Poi impari. Impari la forma che prende la sua assenza, la curva delle ore, il modo in cui il silenzio cambia peso dal pomeriggio alla sera.
Cominci a capire quando tornerà. Non perché te l'abbia detto. Lo sai e basta.
Non è amore. È anatomia dell’attesa.
La mattina in cui si fa viva dopo tre giorni sei al supermercato. Il telefono vibra ma continui a spingere il carrello lungo la corsia dei detersivi. Ti fermi. Lo prendi. Tre parole. Distratte.
Rispondi subito. Ma quando rimetti via il telefono, l'aggancio con la realtà si è spezzato: non ricordi più cosa fossi venuto a comprare.
Cominci a capire che il problema non è la frequenza con cui vi sentite. È quello che succede nel tempo vuoto. In quelle ore lei ha una vita che si muove da un'altra parte, respira l'aria di altre stanze, parla con persone di cui non sai niente. E tu, per difenderti da quel vuoto, glielo riempi. Non con grandi fantasie. Con i dettagli.
La immagini mentre si toglie le scarpe. Mentre appoggia il telefono sul comodino e si dimentica di te. A volte la immagini mentre sta per scriverti, sfiora il vetro, e poi cambia idea.
Un pomeriggio ti manda la fotografia di una strada. Un'inquadratura storta, un pezzo di cielo grigio, la facciata di un palazzo.
Ti dice il nome del posto. Tu quel posto non lo conosci, esiste solo in quei pixel. Eppure, da quel momento, quando pensi a lei, la vedi lì. Non nella foto: fuori. Nel centimetro d'aria che l'obiettivo ha tagliato fuori. Chi le passava alle spalle? Che rumore faceva la strada?
Passano le settimane, un'abitudine che si nutre solo di segnali luminosi.
Vi cercate, vi perdete, vi riprendete. Ogni volta che si fa viva, la vicinanza regge solo il tempo di pochi messaggi. Poi si liquida.
Cominci a desiderare la sua assenza. Non per solitudine, ma perché la conversazione reale scalfisce continuamente l'immagine che ti sei costruito. Il silenzio, invece, non ha spigoli. Quando tace, resta lì. Non prende decisioni che ti escludono, non cambia ritmo, non ha una vita in cui non puoi entrare. Diventa una proiezione perfetta, piegata sul bordo preciso della tua solitudine.
Una sera sei al telefono con lei. «A cosa pensi?», ti chiede. Rompe l'incantesimo.
Stai pensando al gesto che farà tra poco per chiudere la chiamata. Alla sua mano che si allontana. All'istante preciso in cui tornerai a essere l'unica persona nella stanza.
«A niente», dici.
Lei ride. La conversazione va avanti, ma tu sei già scivolato via: stai solo aspettando che riattacchi per poter ricominciare a immaginarla.
Il giorno dopo ti scrive. Apri la chat e i tre pallini che lampeggiano mentre digita, la risposta che arriva con un ritmo sbagliato, un refuso, un'emoticon che non c'entra niente con l'umore in cui l'avevi immersa tu. Dettagli minimi, che scassinano l'immagine pulita che ti eri tenuta stretta al buio.
Ha un tempo che non ti appartiene, risponde a stimoli che non puoi vedere, rompe il monologo perfetto che stavate già avendo nel tuo silenzio.
I suoi messaggi si accumulano sulla linea della chat, ma più lei scrive, più senti la distanza. Non da lei. Dalla versione di lei che non ha bisogno di digitare per esistere.
Torni in cucina. Apri il frigorifero. La luce ti stordisce. Prendi il contenitore coperto dalla pellicola, lo scoperchi: è andato a male. Lo butti. Richiudi.
La sera arriva un altro messaggio. Rispondi per dovere. La conversazione dura pochi minuti, poi il suo nome smette di apparire in cima allo schermo. Rimani seduto al buio con il telefono in mano. Il display si spegne. Riflette la tua faccia per un secondo, poi più niente.
Non aspetti più che ti risponda.
Aspetti che si riattivi la versione di lei che esiste soltanto quando tace. La donna che non può ferirti, che non ha il tempo di deluderti, che non deve andare da nessuna parte.
In cucina il frigorifero è chiuso. Sul tavolo lo schermo è nero.
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