La signora Concetta viveva a Terranova di Poggio, in una zona costruita in fretta quando c’era bisogno di case. Palazzine basse, cortili asfaltati, strade senza alberi. Il Comune passava a raccogliere l’immondizia a giorni alterni. I servizi arrivavano tardi, e quando arrivavano erano sempre insufficienti.

Era vedova, con una pensione minima. Non guidava più: con la rottamazione della vecchia utilitaria non aveva più rinnovato la patente. Quando doveva spostarsi prendeva l’autobus, aspettando anche quaranta minuti sotto il sole. Le giornate erano tutte uguali: la spesa al discount, la casa, il cane.

Il cane lo aveva preso dal canile pubblico, gestito da una cooperativa che si occupava di tanti servizi a cui il Comune non riusciva a far fronte. Le avevano fatto compilare una marea di moduli senza nessun colloquio vero, nessuna domanda sulle condizioni di vita, sulle possibilità.

Le avevano detto solo che era “vivace” e che serviva pazienza. Era un modo per chiudere la pratica. In sostanza si erano liberati di un ospite. 

Il cane era arrivato con un collare usato e un foglio stampato in piccolo: obblighi, vaccini, sanzioni. Nessun riferimento all’assistenza, a un supporto, a un numero da chiamare. La responsabilità era tutta sua, come spiegavano bene le clausole.

E con l’arrivo del cane, la sua casa, dal silenzio assoluto era diventata vivace e in alcuni momenti la vivacità diventava rumore. Il cane si agitava per  i passi sulle scale, le porte che sbattevano e le voci dei vicini. Abbaiava a lungo. 

La donna non urlava. Non chiamava nessuno. Non c’erano servizi veterinari pubblici per il comportamento, non c’erano sportelli, non c’erano consulenze accessibili. Lei adesso era diventata l’educatrice di Birillo, così lo chiamava.

"Io faccio quello che posso," disse Concetta rivolgendosi a Birillo. "Ti do da mangiare, ti porto giù, ti tengo pulito. Ma certe volte sei proprio irrequieto".

Birillo batté una volta la coda sul pavimento, poi continuò ad abbaiare. "E quando abbai così, pare che ce l’hai con tutto il mondo. O forse col rumore. Non capisco. Anch’io, se potessi, a volte abbaierei, ma …" disse Concetta.

Ma il cane non voleva sentire ragioni e perdeva il controllo, e allora Concetta prendeva il sacchetto di croccantini del discount e ne buttava una manciatina nella ciotola. Il rumore del cibo sul metallo riportava la pace in casa: Birillo mangiava i croccantini e si acquietava. Non per addestramento e nemmeno per riconoscimento. I croccantini lo distraevano dalla vita che lo circondava.

Quel gesto a Birillo non gli era nuovo. Quel modo di calmarsi non era stato appreso lì. Veniva da prima e da un altro luogo. Era innato.

Era stato assimilato in una classe affollata, con i banchi troppo vicini e le voci che rimbombavano. Anche allora la soluzione era stata il cibo spezzettato e consegnato in silenzio: un modo rapido per fermare l’eccesso, per riportare quiete, per permettere agli altri di andare avanti.  Era la stessa soluzione che aveva già conosciuto, quando il corpo era un altro.

La scuola media stava alla periferia del paese, vicino alla campagna. Un edificio grande, mai davvero ristrutturato. Classi affollate, rumore continuo, insegnanti che cambiavano ogni anno. L’alunno Michelino aveva una diagnosi scritta in un fascicolo dell’ASL: sigle, codici, timbri e in fondo la diagnosi: “autismo di secondo grado”. Mancava tutto il resto.

L’educatrice di sostegno era precaria. Le ore venivano tagliate, recuperate, spostate secondo logiche amministrative. I progetti individuali restavano nei cassetti. E nelle ore che l’educatrice non c’era, la classe doveva andare avanti lo stesso.

Quando il bambino si agitava, non c’erano molte alternative. La professoressa apriva una borsa e spezzettava in tante fregole una o due patatine economiche. Le poneva sul banco del bambino adagiate su un fazzolettino di carta. Nessun discorso, nessuna spiegazione. Era una pratica acquisita sul campo, un compromesso tacito tra il bisogno di un freno e l’assenza di strumenti.

Il bambino mangiava e si fermava. Non disturbava. Non creava problemi. Così veniva lasciato lì.

Col tempo, il bambino era uscito dal sistema. Nessuna continuità terapeutica, nessun passaggio reale ai servizi per adulti. Nessun progetto. Il fascicolo era stato archiviato. Pratica chiusa.

Per le istituzioni, per i genitori e per il mondo intero Michelino aveva cessato di esistere.

La sua anima non era morta. Non aveva trovato un posto migliore. Aveva semplicemente proseguito.

Era passata in un altro corpo, più basso, più veloce, più accettabile. Senza diagnosi da aggiornare, senza diritti da garantire ma solo bisogni elementari. Nel cane, la stessa anima conservava ciò che aveva imparato: il cibo come freno all’euforia, la masticazione come appagamento, la quiete come unica forma di sopravvivenza possibile.

Dopo aver mangiato, il cane si stendeva sul pavimento fresco, vicino al balcone. Fuori passavano motorini, un’ambulanza, le voci del quartiere. Concetta lo guardava asciugando i piatti e pensava che fosse diventato più tranquillo. Che il problema si stesse risolvendo.

L’anima era stata solo spostata più in basso, dove il rumore dava meno fastidio agli altri e non produceva richieste burocratiche. Nessuna scuola da adattare, nessun servizio da garantire, nessuna responsabilità pubblica da assumere.

In quella casa assolata del Sud, dove lo Stato appariva a intermittenza e poi spariva, non c’era cura, ma solo gestione del silenzio.

La manciata di cibo funzionava. Ma funzionava solo per chi aveva bisogno che tutto tacesse  e addestrava il dolore a non farsi vedere, lo spingeva ai margini, dove non obbligava più le istituzioni, le famiglie e il mondo intero a riconoscerlo. 

Era questo il vero miracolo che il sistema pretendeva: non guarire, non comprendere, non accompagnare, ma ridurre al silenzio ciò che chiedeva cura. 

E così, a ogni cambio d’abito, l’anima imparava la sola legge che la società sa applicare con efficienza: non aiutare chi soffre, ma far sparire il fastidio che produce.

Una sera, mentre il sole si ritirava lentamente dai balconi, Concetta si sedette con lo strofinaccio in mano e guardò Birillo disteso vicino alla porta. "Birì, ma tu che vuoi da me?" disse sottovoce.

Allora Birillo si alzò, le si avvicinò piano e posò il muso sul suo ginocchio.
"Va bene, tu non fiatare, restiamo così" disse lei, accarezzandogli la testa ruvida.

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