La Stazione

 

Il treno era in perfetto orario. Il Capostazione guardò il vecchio orologio da taschino e sorrise. La stazione era quella di sempre, mattoni rossi e panchine di legno, anche se niente lasciava intendere i mille anni e i tanti treni passati su quei binari. Di questo il Capostazione era particolarmente orgoglioso. 

Il treno rallentò con il solito stridore e poi, di colpo, si fermò là dove avrebbe dovuto. In cielo nubi grigie, pesanti come il risentimento covato in silenzio, opprimenti come un dubbio mai chiarito. Un vento leggero lambiva il marciapiede, una carta svolazzava senza fretta. 

Il Capostazione prese a camminare spedito controllando il convoglio. Nessun viaggiatore sarebbe arrivato o partito a quell’ora, eppure si sentiva agitato. Il fischietto dorato stava per dare il segnale, quando un movimento inatteso fermò ogni cosa. 

Una porta della seconda carrozza era aperta. Il Capostazione chinò la testa su un lato per essere certo di quel che vedeva. Poi scorse qualcuno che stava per scendere e prima che riuscisse a farlo gli si parò davanti. 

Il Capostazione era un uomo massiccio con grandi baffi e ciglia folte. La donna aveva capelli corvini e occhi profondi. Un cappello a larghe tese le copriva la fronte, piccoli guanti neri di pizzo nascondevano le mani, con una reggeva un ombrello. 

– Lei ha sbagliato, signora, non è qui che deve fermarsi – disse l’uomo in maniera educata ma ferma.

– E che ne sa? – rispose la donna cercando di spingersi fuori con un portamento elegante. Il           Capostazione non si spostò.

– Mi fa passare per favore? – chiese sfoggiando un sorriso inquietante.

– No. Non è qui che deve scendere.

La donna sembrò spazientirsi, fissò l’uomo: - Lei non può dirmi cosa devo fare...

– Forse, ma lei qui oggi non scende! – il tono era deciso e il viso di pietra.

– Noi ci conosciamo vero?

– Ci siamo già visti.

– E allora si faccia da parte, se ricorda non ha senso fermarmi.

– Non è questione di logica ma di momenti!

La donna serrò le labbra, il viso sembrò trasformarsi: - Mi lasci passare – intimò.

– Ho detto no. Nessuno l’aspetta e nessuno l’ha chiamata.

La risata esplose improvvisa, fredda, senza allegria: - Son pochi quelli che mi aspettano… cerchi una scusa migliore per arrestare il mio passo.

– Nessuno l’aspetta e nessuno l’ha chiamata – ripeté il Capostazione scandendo ogni parola. I suoi occhi erano fermi, senza indecisioni. Il treno cominciava a far sentire la forza del suo motore.

La donna stizzita fece una smorfia e tornò sul vagone. Con un rumore secco la porta si chiuse da sola mentre il fischio del Capostazione incitava la macchina ad andare.

 

– Tornerò, lo sai che tornerò… - disse la donna mantenendo il cappello con una mano.

 

Il Capostazione ripose l’orologio nel taschino: – Lo so… ma non è oggi il tuo tempo – e, guardando lontano, s’accorse che il cielo ora sapeva di primavera.

 

NB: Le maiuscole utilizzate, la punteggiatura stessa e quant'altro può non corrispondere ai canoni tracciati dall'Accademia della Crusca per una scelta precisa dell'autore. 

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