Capelli rossi. Il mio colore preferito.

E che dire di quella vena pulsante sul collo, così evidente sul candore della sua pelle?

Il sole era ancora alto. Troppa luce.

La osservavo dalla penombra, come un timido innamorato che non trova il coraggio di dichiararsi. Ma il mio non era certo amore. Era desiderio. Un desiderio antico, irresistibile.

Sarebbe stata la mia prossima preda.

Aspettai che calasse la notte.

La osservai prepararsi per andare a dormire. Potevo percepire il suo profumo, quasi sentire il sangue scorrere sotto quella pelle così chiara.

Mi avvicinai.

Per un istante mi guardò sorpresa, quasi spaventata. Ma bastò incrociare i miei occhi perché la sua espressione cambiasse. La paura svanì, lasciando il posto a uno sguardo docile, incantato. Era sotto il mio controllo.

Il mio desiderio accendeva il suo.

Era mia.

Avrei potuto affondare subito i denti nel suo collo, ma non volevo avere fretta. Prima desideravo assaporare ogni istante, alimentare il suo piacere, lasciare che il sangue si scaldasse nelle vene.

Esplorai lentamente la sua pelle, risalendo dalla morbidezza e dal calore dei suoi seni fino a quella vena pulsante che aveva attirato il mio sguardo fin dal primo momento.

Sentii i canini allungarsi. Gli occhi farsi rossi.

La sete stava diventando insopportabile.

Era senza dubbio la preda migliore che avessi mai incontrato.

Restava soltanto da decidere cosa farne.

Prosciugarla fino all'ultima goccia oppure lasciarle abbastanza sangue da renderla mia schiava.

Non avevo mai scelto la seconda possibilità. Le mie prede avevano sempre avuto lo stesso destino.

Eppure, quella notte, esitai.

Se l'avessi prosciugata, quegli occhi si sarebbero spenti per sempre. Se l'avessi resa mia schiava, avrebbero continuato a guardarmi, ma senza quella luce che li rendeva così irresistibili.

Era proprio questo ad attrarmi: era così viva.

La guardai ancora una volta.

Poi, con un movimento rapido, puntai dritto al suo collo.

«AH! Ma che cazzo fai?!»

Mi immobilizzai.

Qualcosa era andato storto.

I canini si erano ritratti. I miei occhi avevano perso il loro colore sanguigno.

Lei si portò una mano al collo e mi fissò sbigottita. Nei suoi occhi azzurri non c'era più traccia di quell'incanto. Era come se si fosse appena svegliata da un sogno di cui non ricordava nulla.

Avevo appena tentato di morderla.

Evidentemente con risultati assai meno terrificanti di quelli che avevo immaginato.

«Io...»

Non sapevo cosa dire.

Come si spiega un morso sul collo a una donna senza sembrare completamente idioti?

Lei continuò a fissarmi. Poi abbassò lentamente la mano.

Nei suoi occhi vidi qualcosa cambiare. Lo stupore lasciò spazio alla curiosità, poi a un sorriso malizioso. Questa volta non c'era alcun incantesimo a guidarla.

«Ah, ti piace il gioco duro?»

Non ebbi il tempo di rispondere.

«Allora giochiamo.»

Fu così che, per la prima volta nella mia lunghissima esistenza, mi ritrovai soggiogato dalla mia stessa preda.

Mi condusse dove volle, attraverso piaceri che non avevo mai conosciuto. Io, che credevo di sapere tutto del desiderio, scoprii quanto ancora avessi da imparare.

E quella notte non affondai più i denti nel suo collo.

Neppure la notte successiva.

Le notti diventarono settimane, le settimane mesi, i mesi anni.

Ma cosa sono gli anni per un vampiro?

All'inizio non cambiò nulla. I suoi capelli erano sempre rossi, la pelle sempre chiara e quella vena sul collo continuava a pulsare, come se volesse ricordarmi ciò che avevo rinunciato a fare.

Anche i suoi occhi erano gli stessi.

O almeno così credevo.

Fu un cambiamento lento, quasi impercettibile.

Sorrideva ancora, ma sempre meno spesso. A volte mi guardava e avevo la sensazione che il suo sguardo si fermasse da qualche parte prima di raggiungermi.

Altre volte sembrava lontanissima, anche quando era tra le mie braccia.

Provai a sorprenderla, a farla ridere, a riportarla nei luoghi che avevamo amato. Cercai di ritrovare quella donna che una notte mi aveva guardato negli occhi e, anziché fuggire, mi aveva sfidato.

Qualche volta mi sembrò di riuscirci.

Poi quella luce tornava ad affievolirsi.

Soprattutto quando guardava me.

Non capivo.

Avevo rinunciato a nutrirmi del suo sangue proprio per non spegnere quegli occhi. E adesso li vedevo spegnersi comunque.

Finché un giorno mi risvegliai pugnalato al cuore.

Non con un paletto di legno, ma con una stupida penna.

Cosa credeva di fare? Una penna non può uccidere un vampiro. Non può nemmeno farlo sanguinare.

Colmo di rabbia, afferrai la lettera lasciata sul cuscino. Era stata scritta con quella stessa maledetta penna, dall'animo nero come il suo inchiostro.

Lessi.

E rilessi.

A ogni parola sentivo la ferita farsi più profonda. Il cuore cominciò a sanguinare, il corpo a diventare sempre più rigido e freddo.

Più leggevo, più mi sentivo umano. Un essere ferito, colmo di una rabbia che non sapevo contro chi rivolgere.

Non potevo odiare la persona che amavo.

Estrassi dal petto quella maledetta penna, che aveva osato dare voce a parole che lei non avrebbe mai trovato il coraggio di dirmi.

Con le ultime forze la rinchiusi in un cassetto.

Lì sarebbe rimasta.

Sola e abbandonata.

Come me.

Ma in quello stupido gesto trovai un po' di quiete.

 

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