Gli uomini, dopo aver ascoltato le previsioni del tempo alla radio, decisero che l’indomani si sarebbe dato inizio alla vendemmia. I proprietari delle vigne avevano predisposto tutto ciò che serviva per dare inizio all’evento più importante dell’anno. Tutti i raccolti avevano la loro importanza, il grano, il granturco, il fieno, tutti i prodotti della terra coltivata meritavano attenzioni particolari, ma il fascino della vendemmia era diverso. Era una festa nella festa, un evento capace di catalizzare l’attenzione del mondo contadino intorno a sé.

Noi ragazzi eravamo in fibrillazione già da tempo, i più grandicelli speravano nella visione prolungata delle pigiatrici e di quanto si potesse mangiare. Gli adulti responsabili, invece, erano tesi e preoccupati, temevano che qualcosa potesse non andare per il verso giusto. Una pioggia, una giornata umida, il vento. La loro ansia era quasi  visibile sulla pelle.

Le donne, più pratiche, sapevano che era in programma un bel po’ di fatica supplementare oltre a quella solita di tutti i giorni.

Da parte mia ero solo curioso di assistere a quest'evento, ne avevo tanto sentito parlare per tutta l’estate, ma non avevo idea di cosa mi aspettasse. Mio zio, nonostante fosse impiegato al comune, e quindi non aveva niente a che fare con quei lavori, era eccitato quanto lo erano i contadini. L’amicizia e il senso di solidarietà, che da sempre regnava in quella corte, facevano in modo che tutti fossero coinvolti.  

La vendemmia più importante,  quella che impegnava più uomini e donne, era del “Baffo” il nostro vicino di casa. Per finire il ciclo completo, dal raccolto, alla pigiatura e alla messa nelle botti a fermentare, passavano diversi giorni, durante i quali, dall’alba al tramonto, erano tutti impegnati senza tregua.

Venne il giorno e fin dalle prime luci a ognuno fu assegnato un compito che doveva svolgere in fretta e nel modo giusto. Noi bambini dovevamo fare  la spola, da chi raccoglieva l’uva e il carro che aspettava l’arrivo delle ceste colme.

Era tutto un correre su e giù per i filari. Nelle ore più calde c’era la pausa e allora noi, addetti alle ceste, portavamo l’acqua per dissetare i lavoranti.

Al tocco tutti fermi, mezz’ora, per il pranzo che si consumava sul posto.

 A quello provvedevano le donne, ogni moglie, sorella o figlia, in grado di cucinare, preparava qualcosa e, al tocco, si aprivano i fardelli, i panieri contenenti le cibarie e, in quel breve tempo, tutti erano sull’erba a mangiare e bere.

Il pasto non doveva essere molto pesante, c'erano poche semplici cose, energetiche e leggere, perché c’era ancora del lavoro da fare e bisognava essere in grado di poter continuare. Il pasto vero e proprio si faceva la sera. A pagare era il Baffo, il nostro vicino di casa, perché sua era la vigna più grande, quella che richiedeva più lavoro. Spesso s’intonavano canti, ma duravano poco, nel giro di poco tempo il silenzio regnava sovrano. La stanchezza prendeva tutti e l’indomani si doveva ricominciare.  

  Venne presto il momento di iniziare la pigiatura. Si preparò il grande tino che doveva accogliere l’uva e furono  chiamate le ragazze. Quello era il momento che i giovani maschi aspettavano. Erano tutti in prima fila in attesa. Arrivarono cantando un buon numero di giovani donne. Alcune previdenti, si erano messe in calzoncini corti, altre con vestitini leggeri di cotone. Si tolsero le scarpe e, tramite una scala messa per l’occorrenza, salirono fino all'orlo del grande tino, si tuffarono ridendo e strillando nell’enorme vasca piena di grappoli di uva appena colta.

Accompagnate da canti e battute di mano, le ragazze, diedero inizio alla cerimonia.  Sembravano danzare su quei grappoli, su e giù quasi a tempo di musica. In poco tempo le gambe bianche e robuste diventarono prima rosse, poi viola, a decine, i chicchi spiaccicati, rimanevano attaccati alle cosce come nere sanguisughe. Dal foro praticato in basso nel tino usciva un rigagnolo di liquido profumato.

Solo il respirare quegli effluvi faceva girare la testa a noi ragazzini. Io, mio cugino e tutti gli altri, eravamo su di giri eccitati al massimo. Ci univamo agli uomini che incitavano sempre di più le ragazze ad accelerare il ritmo, ma le poverine dopo l’euforia iniziale cominciavano a sentire il peso dello sforzo e la danza diventava sempre più un movimento lento, cadenzato e senza forze. Furono fatte fermare, le sollevarono di peso fuori dalla grande vasca. Erano veramente esauste.

Si massaggiavano le estremità con smorfie di dolore cercando di asciugarsi alla meglio. In un tripudio di gambe, cosce e pizzi nascosti, rimasero sulle panche a riprendersi.

 Nel frattempo, un altro gruppo di ragazze sostituì le prime e i canti ripresero. Era notte fatta. La giostra del vino era finita.  Il giorno dopo, stanchi da morire, restammo a letto oltre il solito e stranamente nessuno venne a chiamarci come spesso accadeva. Finalmente, quando ci alzammo e uscimmo sull’aia, gli uomini stavano smontando il grande tino che era stato al centro dell’attenzione. Le donne stavano ripulendo tutta la corte da ogni segno visibile. Tutto doveva ritornare alla normalità.  

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