Il sole quella mattina cadeva obliquo sulla facciata della casa dall’altra parte della strada. Abbandonata ormai da tanto era stata acquistata da una signora, o meglio solo metà della casa, l’altra era di proprietari differenti. Ricordo ancora quando, da piccolo, vidi le fondamenta con i ferri che spuntavano dal cemento. Sono passati una quarantina di anni, forse di più.

Era l’ultima a essere stata costruita, anche se la prima di via dei Partigiani, all’incrocio con la statale per Novi, subito dopo la discesa dal ponte.
L’ho osservata a lungo: sempre uguale, ma al tempo stesso sempre diversa. Non so neanche io il perché o forse sì. Mentre le altre erano in qualche modo carine per le facciate di mattonelle, quella casa di fronte alla mia era invece in nudo cemento, quello che in architettura viene definito “brutalismo”. Non apparteneva a un'estetica classica né risaltare per la bellezza, ma al contrario emergeva per una sua palese bruttezza.

Sul balcone restavano i segni e le venature delle tavole servite a gettare il cemento del parapetto. Anche avessero avuto un qualche intento estetico – nel ’70 circa, quando il brutalismo aveva invaso la penisola – ora denunciavano tutta la loro mancanza di gusto. O almeno così pensavo.

La casa era di proprietà di una coppia di Bologna che veniva qui in vacanza d’estate. Negli ultimi anni – ma sto parlando di una quindicina fa – dopo la morte dell’uomo, la signora non era più venuta e l’appartamento al primo piano era rimasto abbandonato. Ne osservavo i segni del decadimento: il parapetto del balcone screpolato, le sfrangiature della cappottina della porta-finestra sempre più deteriorata…

Ricordo quello che si diceva in giro sulla proprietaria, che fosse una delle figlie illegittime del Duce, una delle innumerevoli che il “mascellone” aveva disseminato in tutta Italia.

Una parte del piano terra era di un unico locale senza alcuna comunicazione con quello superiore e aveva due porte. Nel 2016 fu preso in affitto da un ragazzo diplomato al conservatorio, che vi aprì un piccolo negozio di strumenti musicali. Andai con la mia ragazza all’inaugurazione e fummo accolti dal proprietario in maniera molto fredda, quasi con indifferenza. Da allora non ci misi mai più piede. Ricordo di aver detto alla mia ragazza che quel posto non avrebbe resistito a lungo data l’aria altezzosa del gestore: per fare il commerciante occorreva approcciarsi in modo diverso ai potenziali clienti. Dopo due anni chiuse.

Il primo piano e il locale sottostante rimasero sfitti per una decina d’anni, quindi l’appartamento rimase vuoto. Poi due anni fa fu venduto a una signora di un paese qui vicino e iniziarono i lavori, terminati con la tinteggiatura esterna.

Un giorno mi fermai a osservare i tre addetti dell'impresa. Già dal primo sguardo si percepiva la precisione con cui si muovevano, ognuno concentrato nel suo compito.

Il primo, un uomo alto con capelli brizzolati e mani callose, stava chino sul pavimento del balcone. Non riuscivo a capire bene cosa stesse facendo: ogni tanto si muoveva con gesti lenti, misurati, come se stesse preparando qualcosa di invisibile. Forse stuccava, forse puliva… solo quando alzava la testa e scuoteva la polvere dai guanti capivo che seguiva uno schema.

Accanto a lui, un giovane con una maglietta blu piena di schizzi di pittura dipingeva la facciata usando un pennello rotondo, tracciando cerchi concentrici che pian piano davano vita a un motivo ondulato. La sua tecnica era curiosa.

Ogni tanto mormorava tra sé: “Se faccio così, viene più uniforme… Si sì, così va bene.”

Il terzo uomo era molto agile: si arrampicava su una scala portatile e dipingeva cornicione e parapetto. Ogni volta che si sporgeva sembrava un equilibrista, la mano ferma nonostante la precaria stabilità.

Dal basso il collega del pennello gli gridava: “Fai attenzione! Non cadere, eh!”

“Tranquillo, l'ho fatto mille volte.”

Rispondeva ridendo mentre stendeva il colore bianco con precisione chirurgica.

C’era un silenzio interrotto solo dal fruscio dei pennelli e dallo stridio della scala sul pavimento.

Ogni tanto quello sul balcone alzava lo sguardo e commentava: “Questo angolo va così… Meglio ripassarlo.”

Intuivo le loro capacità: l’attenzione maniacale di uno, la concentrazione creativa dell’altro, la sicurezza e l’esperienza del terzo. Più li osservavo, più il quadro prendeva vita: non erano solo uomini che dipingevano l'esterno di una casa, ma una piccola orchestra di gesti, movimenti, silenzi e parole, con il suo ritmo e con la sua tecnica. 

Quando due si fermarono per una pausa, si scambiarono battute leggere e piccole vicendevoli attenzioni. Il più vecchio offrì caffè in una tazza sbeccata, il giovane del pennello rise e l’uomo sulla scala guardò il lavoro fatto dall’alto. La facciata cominciava a sembrare nuova, ma più che la vernice a renderla viva era quella danza lenta e precisa di mani.

Rimasi lì ancora un po', rendendomi conto che con pochi gesti e qualche strumento – un pennello, un secchio di vernice, una scala – si poteva raccontare una storia intera, fatta di attenzione, pazienza e piccole strategie invisibili.

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