Da giorni il termometro continuava a fermarsi tra i trentotto e i trentanove gradi, ma la sensazione era che qualcuno si fosse dimenticato un enorme forno acceso sotto la città. Il sole faceva la sua parte, certo. Ma il peggio sembrava arrivare dal basso.

L'asfalto restituiva il calore come una stufa. Perfino i muri delle case, dopo il tramonto, continuavano a irradiarlo lentamente, come se durante il giorno lo avessero immagazzinato per riconsegnarlo alla notte.

Camminando, avevo l'impressione di abitare sopra un vulcano addormentato. Non uno di quelli che esplodono all'improvviso, ma uno che da anni covava sotto i nostri piedi, deciso a ricordarci, ogni estate, che era ancora lì.

La città aveva cambiato abitudini.

I bar erano pieni di persone che ordinavano acqua prima ancora del caffè. Qualcuno attraversava la piazza con un ombrello aperto sotto un cielo senza una nuvola. Altri si fermavano davanti ai nebulizzatori dei dehors come se fossero piccole cascate.

Le fontane erano diventate punti di ritrovo. C'era chi si bagnava il viso, chi immergeva le mani, chi si toglieva persino le scarpe per mettere i piedi nell'acqua.

Era come se tutto il paese stesse cercando, disperatamente, qualche grado in meno.

Fu allora che cominciarono a circolare le prime voci.

Qualcuno diceva che, in un punto preciso, l'aria fosse rimasta fresca.

Bastava che qualcuno dicesse una cosa al bar perché, nel giro di un'ora, la sapessero tutti.

«Hai sentito?»

«Pare che ci sia un posto dove si sta al fresco.»

«Dove?»

«Non si sa.»

Ogni persona indicava un luogo diverso.

Ma tutti aggiungevano la stessa frase:

«Quando ci arrivi... il caldo sparisce.»

Da bambino le estati erano diverse. O forse eravamo diversi noi.

Quando il sole finalmente mollava la presa, le persone uscivano di casa con una sedia sotto il braccio. C'era chi portava una vecchia pieghevole da picnic, chi una sedia di legno presa dalla cucina, chi addirittura una di quelle vecchie sdraio con le listelle di plastica colorate, ormai scolorite dal sole. Si sedevano sul marciapiede, davanti ai cancelli o in mezzo alla via, dove passava qualche macchina ogni tanto e tutti la salutavano spostando appena le gambe.

Le zanzare non mancavano mai. Ogni tanto qualcuno si dava una manata sul braccio, un altro agitava uno strofinaccio come fosse un ventaglio. Si parlava delle ferie, del temporale che non arrivava mai, delle notizie sentite al telegiornale. Qualcuno raccontava sempre la stessa storia e nessuno glielo faceva notare.

Faceva caldo anche allora.

Ma sembrava un caldo che si sopportava insieme.

Adesso le strade si svuotavano.

Le finestre restavano chiuse.

Ognuno cercava fresco per conto proprio, chiuso in casa col condizionatore, davanti a un ventilatore, dentro un centro commerciale.

Nessuno tirava più fuori una sedia.

Fu forse per questo che la storia dell’ombra fresca cominciò a interessare tutti.

All’inizio erano in pochi a conoscerla.

Un uomo l’aveva trovata per caso, cercando un po’ di sollievo durante una passeggiata. Aveva raccontato di essersi fermato sotto un vecchio muro, in una strada secondaria che quasi nessuno percorreva più e di aver sentito qualcosa di strano.

Lì faceva fresco.

Non fresco come quando ci si mette all’ombra di un albero. Fresco davvero.

Abbastanza da smettere di sudare.

La cosa più strana era che succedeva nelle ore peggiori, quando il sole picchiava forte e il resto del paese sembrava una padella arroventata.

Il giorno dopo ci tornò.

E trovò altre tre persone.

Il giorno dopo ancora erano una decina.

Qualcuno arrivava con una sedia. Qualcuno con una bottiglietta d’acqua. Qualcuno si presentava semplicemente per vedere se era vero.

C’erano soprattutto anziani. Uomini e donne che durante il giorno avevano poche occasioni per incontrare qualcuno. Sotto quell’ombra si parlava. Si conversava del caldo, naturalmente. Ma anche dei figli, dei nipoti, dei dolori alle ginocchia, delle vacanze di una volta. Si tiravano fuori vecchie fotografie dai portafogli. Qualcuno raccontava episodi che aveva già raccontato il giorno prima.

Sembrava quasi di essere tornati a quelle sere d’estate della mia infanzia, quando bastava portare una sedia fuori di casa per ritrovarsi in mezzo agli altri.

Solo che adesso non aspettavano più la sera.

Si ritrovavano in pieno giorno.

Proprio quando il sole era più forte.

L’ombra diventò un appuntamento.

A una certa ora arrivavano le prime persone e prendevano posto lungo il muro. Poi ne arrivavano altre.

Poi cominciarono le file.

C’era chi aspettava con il cappello in testa e il fazzoletto premuto sulla fronte. C’era chi teneva la sedia piegata sotto il braccio.

La notizia aveva ormai superato i confini del paese. Arrivavano persone dai comuni vicini. Qualcuno aveva sentito parlare dell’ombra al bar, qualcuno da un parente, qualcuno da un collega di lavoro.

Una mattina un uomo si mise a distribuire numeri scritti a penna su piccoli pezzi di carta.

«Per cosa sono?» gli chiesero.

«Per l’ombra.»

Poi, un giorno, il fresco sparì.

L’ombra era ancora lì. Il muro, la strada, tutto sembrava esattamente come il giorno prima.

Solo che non rinfrescava più.

La gente arrivò come al solito, con le sedie sotto il braccio e le bottiglie d’acqua nelle borse.

Si sistemò all’ombra, aspettando quel sollievo che ormai dava per scontato.

Ma il caldo era quello del resto del paese.

Trentanove gradi, forse quaranta.

Qualcuno provò a scherzarci sopra.

«Sarà finita la magia.»

Altri rimasero lì qualche minuto, come se aspettassero che tornasse.

La frescura non tornò.

Il giorno dopo nessuno fece più la fila.

Eppure qualcosa era cambiato.

Quelle persone avevano cominciato a conoscersi.

Avevano imparato i nomi degli altri, conoscevano le loro storie, sapevano chi aveva un nipote all’estero, chi prendeva le medicine dopo pranzo, chi non aveva mai imparato a usare uno smartphone.

Soprattutto, avevano scoperto di non essere soli.

Così continuarono a cercarsi. Cominciarono a incontrarsi sotto i portici, nei giardini pubblici, all’ombra dei pochi alberi della piazza.

Ogni volta qualcuno diceva:

«Qui si sta meglio.»

E qualcun altro rispondeva:

«Sì, ma non è come là.»

Nessuno aveva mai capito perché proprio là facesse fresco.

E nessuno seppe mai perché, un giorno, quel fresco fosse finito.

Però, per qualche settimana, nel pieno dell’estate più calda che si ricordasse, il paese aveva ricominciato a tirare fuori le sedie.

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