Da bambino passavo i pomeriggi ad aspettare mia madre tra le panche di una chiesa di periferia. Non pregavo; passavo il tempo a guardare l'abside e a farmi la mia personale teoria sul mondo.
Quella parete era un mosaico di scarti di cantiere, fatto di pietre spaccate a martellina. Tessere storte, visibilmente sbagliate. Nessuna combaciava davvero con quella accanto eppure, proprio in quelle sgranature, c'era la ragione per cui la parete non crollava. La calce riempiva i vuoti senza pretendere di livellarli, e tra una pietra e l'altra rimaneva sempre una fessura d'ombra in cui, verso le quattro, la luce infilava una lama perfetta.
Ho passato la vita a credere che l'amore fosse quella cosa lì: trovare un incastro imperfetto e avere la saggezza di lasciar passare l'aria.
Poi ho incontrato Sara e ho capito che la realtà non ha la pazienza del mosaico. La realtà pretende la fustella del puzzle.
Il puzzle non ammette lo spessore, rifiuta la calce e non perdona la luce che passa attraverso le crepe. Ogni pezzo deve avere il suo incavo, la sua sporgenza, la misura esatta del punto in cui andare. Se non combacia, non si mette in discussione il disegno: si smussa il pezzo.
Con Sara eravamo diventati maestri nel farlo. Non ricordo quando fosse cominciato. Nelle relazioni le trasformazioni più profonde raramente hanno una data; accadono attraverso una successione di micro-cedimenti che presi singolarmente sembrano perfino ragionevoli: una discussione evitata per stanchezza, una frase lasciata a metà, un desiderio posposto, un'opinione limata per non rovinare la serata. Si rinuncia a una spigolosità e, poiché nessuno muore per quel piccolo taglio, si finisce per chiamarla maturità.
Io avevo imparato soprattutto a prevedere.
Conoscevo le parole che avrebbero acceso una lite e quelle che l'avrebbero spenta, sapevo quando insistere e quando ritirarmi, quale parte di me mostrare e quale tenere in tasca. Non avevo paura di Sara; semplicemente, col tempo, avevo imparato a muovermi nel nostro spazio con una cautela automatica, diventata seconda natura.
La nostra vita, del resto, funzionava.
Avevamo una casa, abitudini consolidate, amici, vacanze prenotate in anticipo, quelle piccole complicità che nascono dalla durata e che scambiamo per un'intimità superiore. Sapevamo cosa ordinare al ristorante, chi avrebbe telefonato la domenica mattina, quale supermercato fosse più conveniente. Ci capivamo senza parlare. Essere del tutto conosciuti non significa essere visti.
Non ero infelice. Non avrei saputo indicare un momento preciso per esserlo. Avevo soltanto la sensazione, sempre più nitida, che qualcosa dentro di me si fosse fatto silenzioso. Nessun dolore acuto, nessuna mancanza imputabile a Sara, ma un lento prosciugamento.
Me ne accorsi davvero la sera in cui fallii.
Da mesi lavoravo a un progetto al quale tenevo più di quanto avessi mai ammesso. Vi avevo investito tempo, energie e una quantità di aspettativa che mi vergognavo di mostrare. Quando arrivò la risposta, fu una di quelle sconfitte senza dramma che proprio per questo non lasciano appigli: avevano scelto un altro, il progetto sarebbe andato avanti comunque.
Ringraziai, chiusi la telefonata e rimasi minuti interi a fissare lo schermo spento.
Quando Sara tornò a casa, glielo dissi. Le dissi che era andata male, che avevano preferito un altro e che avrei dovuto concentrarmi su altro.
Lei si tolse il cappotto, lo appoggiò allo schienale della sedia. «Mi dispiace», disse. Poi, dopo una pausa di servizio: «E adesso cosa pensi di fare?»
Era una domanda normale, persino affettuosa nel suo pragmatismo. Eppure sentii un muscolo irrigidirsi nel petto.
Avrei voluto dirle che ero a pezzi, che quella bocciatura mi faceva sentire mediocre, che per una sera soltanto volevo il permesso di restare a terra senza dover subito pianificare la risalita. Avrei voluto che mi lasciasse stare dentro la crepa.
Invece risposi: «Non lo so. Ci penserò».
Sara annuì e cominciò a raccontarmi la sua giornata. La ascoltai. Non c'era niente di sbagliato, eppure ebbi la certezza di aver appena perso qualcosa di irrecuperabile.
Più tardi, mentre parlava al telefono in salotto, la sentii ridere. Era una risata che non riconoscevo: più larga, spontanea, spigolosa. Con quell'amica non aveva bisogno di dosare il peso delle parole.
Invidiai quella risata. Non la persona all'altro capo del filo, ma la distanza tra loro. Quella distanza che le permetteva ancora di essere imprevedibile.
Io e Sara ci conoscevamo a memoria. Avevamo costruito una macchina efficientissima, incapace di farci davvero male, ma anche di sorprenderci.
Quella notte rimasi sveglio a lungo. Continuavo a tornare alla sua domanda: E adesso cosa pensi di fare?
Non capivo se non le avessi detto la verità per vergogna della mia fragilità o perché, molto semplicemente, avevo smesso di considerare la nostra relazione il luogo in cui poter essere imperfetto.
Nei giorni successivi cominciai a cercare una fessura. Un punto in cui la nostra superficie levigata potesse incrinarsi, una deviazione nella conversazione, uno spazio non ancora occupato dal nostro incastro perfetto.
Ma la superficie restava intatta. Colazione, lavoro, cene, il cercarsi a memoria nel letto. Niente era rotto, e proprio per questo la mancanza era soffocante.
Una sera litigammo per un'inutilità — un programma cambiato all'ultimo minuto. A un certo punto Sara si fermò, mi guardò e disse: «Non so mai cosa vuoi davvero.»
La frase mi colpì al petto. Avrei voluto replicare, ma mi accorsi che non avevo risposte. Non sapevo cosa volessi da lei, dalla nostra vita, né da me stesso.
Quella sera andammo a dormire in silenzio.
Pensai di nuovo a quel muro di scarti di cantiere della mia infanzia. Per anni avevo creduto che la forza di quelle pietre stesse nella calce che le univa. Ora capivo che la loro salvezza era nelle fessure: in quell'aria minima che impediva alle tessere di serrarsi fino a soffocare.
Cercavo quell'aria. Ma più la cercavo, più mi rendevo conto che quella che avevo scambiato per un'apertura non era una fessura.
Era una cicatrice.
Una linea dura, rigida, che non indicava un passaggio per la luce, ma il punto esatto in cui la carne si era spezzata e si era ricomposta per difendersi.
Ora, quando guardo Sara mentre si muove per casa, non riesco più a staccare gli occhi dalle superfici lisce.
Vedo la perfezione dei nostri incastri, il modo in cui ci schiviamo con garbo, la misura esatta con cui occupiamo la stessa stanza senza urtarci mai. E mi chiedo se tutto questo spazio che ci siamo lasciati sia davvero l'aria che ci tiene vivi, o soltanto il punto in cui abbiamo smesso di cercarci.
 

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