Lo Straniero senza Nome, per gli amici (e per i lettori) Lo Straniero, giunse a El Fica, una tranquilla cittadina del Colorado. 

L’uomo, affamato come non mai, entrò in un McLeone’s e, senza prestare particolare interesse al menù si fece preparare il Panozzo di Terence Hill un pagnottone farcito di carne di cavallo e fagioli con salsa di pomodoro. Lo divorò avidamente, per di più bevendo un lattina di gazzosa al cactus.

Uscì dal locale indeciso se dirigersi in un'armeria ad acquistare una scatola di munizioni per la Colt oppure cercare una locanda per riposarsi, dopo cinque estenuanti giorni a girovagare per monti e per dune a pigliare il cocentissimo sole tranne dove lì non batteva.

Dato che bocca e gola sembravano asciutti come il deserto per via dell’arsura,non ritenne urgente nessuna delle due opzioni, e preferì andare a bere qualcosa di fresco e di dissetante da qualche parte. 

Il paese appariva disseminato di saloon, tant'è vero che il cowboy ne scelse uno a caso ovvero il Salo'on e le 120 giornate di Sodoma, titolato così in merito a Sodoma, il nome della proprietaria che gestiva il pubblico esercizio per 120 giorni all'anno. 

Lo Straniero stava quasi per entrare nel locale quando la sua attenzione e quella di un nugolo di astanti venne catturata da uno sceriffo sbragato decisamente grosso, grasso e frescone e da un individuo guercio dallo sguardo malupino, dagli indumenti sporchi nonché lacerati. Entrambi, collocati nella corsia delle carovane a pochi metri di distanza l'uno dall'altro, assunsero una posa da duello oltre a ciò fuckoffandosi a Vicenza. (espressione italoyankee che indica: Prima ti insulto e poi vediamo!)

Lo Straniero pensò che una bella Yucca con ghiaccio poteva aspettare, dal momento che non si sarebbe perso la sfida nemmeno per tutto l'oro del Klondike, pur stupendosi di quell'insufficiente distanziato.

Nel frattempo, i due duellanti si studiarono, accarezzando l'impugnatura delle rispettive pistole.

«Questa città è troppo piccola per tutti e due!» espose il guercio.

«Hai ragione! Preparati ad essere sconfitto!» esclamò lo sceriffaccio.

I due contendenti si guardarono con intensità, immobili come due rocce del Gran Canyon.

«Perché nessuno chiama il becchino?» chiese Lo Straniero a uno dei curiosi seduto sopra una cassa di legno.

«Non ce n'è bisogno.» gli spiegò il tizio, un mezzo indiano d'America e mezzo indiano dell'India. «Si affrontano a chi viene per primo da ridere. Chi ride perde. Si stanno giocando la stella e il posto di sceriffo.»

Passarono circa dieci minuti. 

Il grassone scoppiò a ridere. Vinse il guercio, grazie a una serie di provvidenziali inarchi delle sopracciglia, un’azione talmente semplice e al contempo talmente buffa da sollecitare il riso persino ai presenti, al contrario dello Straniero, tutto paonazzo a causa del Panozzo, procurandogli quindi un terribile mal di pancia, dalla conseguente rumorosa scoreggia impossibile da trattenere.  Il guercio non ci vedeva bene; tuttavia ci sentiva benissimo, credeva che quel vaccaro venuto (o scappato) da chissà dove, voleva scorrettamente fregargli la stella con uno o più confetti di piombo. E il neo sceriffo, estraendo velocemente la Colt dalla fondina rispose allo “sparo.” 

Lo strabismo dello sbrindellato zozzone impedì di centrale lo Straniero ma bensì l'insegna del saloon che cascò in testa a quest'ultimo.

E fu così che lo Straniero senza Nome divenne lo Stranito senza Nome.

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