Pur comprendendo la necessità del dottore di mantenere un distacco emotivo dall’efferatezza della scena, Rolando trovò quasi irrispettoso il suo identificare le vittime con dei numeri. Fece qualche passo per dare un’occhiata ai corpi.

– Stia attento a dove mette i piedi! –, l’ammonì Milani.

Il commissario non rispose e gli fece un cenno con la mano per dirgli che aveva capito. Il primo uomo era riverso di lato. Il suo viso non esisteva più. Al suo posto un buco sanguinolento, coperto di mosche, si apriva dalle orbite fino al collo. S’intravedevano le vene, i tendini e quello che doveva essere un pezzo di trachea. Rolando respirò profondamente cercando di rimanere distaccato. Con cautela si spostò per osservare gli altri due scoprendo la stessa scena raccapricciante. Uno era supino, le braccia aperte e una voragine nella parte anteriore della testa. L’altro era stato rivoltato dal dottore e la piaga informe che occupava il posto della faccia era sporca di terra e di pagliuzze d’erba. C’era sangue dappertutto. Mosche e tafani non smettevano di volare tutt’intorno fiondandosi su quel banchetto insanguinato.

– Ora della morte? –, si udì chiedere con voce meccanica.

– Non si deve vergognare, commissario. Una scena così farebbe impressione a tutti. –, gli rispose il dottore consapevole del suo turbamento. – Massimo dodici ore. Sarà successo stanotte. –

– Avevano addosso dei documenti? –

– Non ho trovato nulla. Quando avrò finito ci penseranno quelli della scientifica a frugarli per bene. Altrimenti ci vorrà l’esame del DNA per identificarli. –

– Che idea si è fatto, dottore? –

– È presto per dirlo. Sarò più preciso dopo l’autopsia… spero. –

– Perché questo “spero”? Potrebbe non esserlo? –

– A prima vista direi che sono morti tutti nello stesso momento e nello stesso modo. Non ho notato segni di colluttazione. Voglio dire che non si sono neanche difesi da chi o da che cosa li ha aggrediti. È questo che mi suona strano. –

– E quella? –, chiese il commissario indicando la cassaforte.

– Non ho ancora finito i rilievi. Ci darò un’occhiata fra un po’. Poi i suoi potranno rilevare le eventuali impronte. Ci vediamo prima che vada via. –

 

Rocciu era nella stessa posizione in cui Rolando l’aveva lasciato. Quest’ultimo si sedette nuovamente vicino a lui dicendogli: – Dove eravamo rimasti? –

– Commissario, è inutile che lei ci giri tanto intorno. È chiaro che lei vuole sapere della cassaforte. –

– Allora l’ascolto –, rispose con finta indifferenza.

– Gliel’ho già detto, me l’ha regalata il ragioniere. Anzi, è stato proprio lui che me l’ha portata a casa con la macchina. Da solo non avrei potuto trasportarla dal cantiere. –

– Apparteneva alla società? L’hanno cambiata con una più nuova? –

– Nooo. Era sulla “Lady M”. –

– Non la seguo. –

– Lei è troppo giovane per saperlo. Una decina d’anni fa è arrivata una grossa barca al cantiere. Trenta metri. La “Lady M” era una meraviglia! Era stata ritrovata abbandonata in mare aperto, alla deriva. –

– Come sarebbe abbandonata? –

– Non c’era nessuno a bordo. Non si è mai capito che cosa fosse successo. La guardia costiera si è messa in contatto con il proprietario dopo averla recuperata. Un arabo, credo uno sceicco degli emirati. D’altra parte non ce ne sono molti che possano permettersi un panfilo così. Dopo un paio di settimane l’arabo ne ha commissionato al cantiere lo smantellamento completo. Non voleva saperne più niente e non voleva neanche venderla. Un vero peccato, perché era in condizioni perfette. Che spreco! –

– Perché il proprietario ha voluto disfarsene? –

– Non glielo so dire. Questi sceicchi sono strani e capricciosi. Secondo me c’entra la superstizione. Non abbiamo mai capito perché si fosse rivolto proprio a noi. Ce ne sono molti di cantieri specializzati nella demolizione di navi in disuso. Non è stato un lavoro facile, mi creda. Comunque per la società è stata una vera manna. Abbiamo lavorato per sei mesi di seguito e l’arabo ha sempre pagato. –

– Dov’è il cantiere? –

– Dal paese non si vede. È in una piccola baia a qualche chilometro. Io ci andavo a lavorare in bicicletta. Facevamo manutenzione per i pescherecci e per le piccole barche da diporto. Quando il turismo girava bene lavoravamo anche con barche a vela o piccoli motoscafi, principalmente per riparare motori, aggiustare le chiglie rovinate dagli scogli o rifare la pittura antivegetativa. –

– Quindi avete demolito la “Lady M”. Ci sarà stato un bel va e vieni di camion per portare via i pezzi. –

– No, è stato recuperato tutto via mare. Abbiamo tagliato lo scafo a pezzi con la fiamma ossidrica, smontato il motore, svuotato i serbatoi, smantellato gli arredi e tirato via il legno. Ogni cosa è stata separata e messa da parte. Ogni tanto arrivavano piccole navi mercantili per recuperare i pezzi. L’acciaio e il motore sono finiti in fonderia, i legni sono stati riciclati da un’industria di mobili, la strumentazione è stata venduta, anzi svenduta, a una ditta d’elettronica e quello che non si poteva riciclare è finito in un inceneritore. Una spesa assurda! –

– E la cassaforte? –

– Guardi, io mi sono sempre chiesto a che cosa servisse. Una barca così doveva averne una molto più moderna. E, in effetti, ce l’aveva, camuffata dietro un pannello scorrevole e saldata alle travi di ferro. Quella però era aperta e, dopo averla tagliata, l’abbiamo buttata insieme al resto del metallo. La mia invece era chiusa. –

– Come chiusa? E lei si è portato a casa una cassaforte chiusa che apparteneva a qualcun altro? –

– Non sono mica scemo! Gliel’ho detto che ho chiesto il permesso al ragioniere. Lui alla prima occasione ha girato la richiesta al proprietario. Quello ha confermato che non conteneva nulla e ha risposto che il cantiere poteva farne ciò che voleva. Era un ferrovecchio, un blocco di ghisa inutile. Però era graziosa. Mi sarebbe piaciuto averla in casa come soprammobile e allora l’ho chiesta al ragioniere. –

– Allora lei mi conferma che ieri, quando è andato da sua sorella, la cassaforte era in casa ed era ancora chiusa. –

– Sono dieci anni che è chiusa, commissario. Anche se avessi trovato la combinazione in tutto questo tempo, non avrei potuto aprirla perché non avevo la chiave. Nessuno l’ha mai avuta. –

– Mi faccia capire bene: lei si è tenuto per dieci anni una vecchia cassaforte chiusa come soprammobile. Così, per sfizio? –

– Sì, c’è qualcosa di male? –

– No, no, assolutamente. Ammetterà, però, che suona strano. E non ha mai avuto la curiosità di sapere che cosa contenesse? –

– Il proprietario ha detto che non c’era niente. Perché avrei dovuto dubitarne? Mi piaceva guardarla… Un bel pezzo di ferro bruno, ben squadrato, con gli angoli arrotondati. E poi è più interessante immaginare quello che non si vede che osservare quello che si vede. –

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