Le manovre incominciarono quand’era ancora notte, cosa assai singolare perché con la luce del sole sarebbe stato più facile esplorare il terreno, valutarne le insidie e sondare l’eventuale capacità difensiva degli assediati, specialmente nei punti ciechi. La macchina si muoveva lentamente e gli uomini di fatica che la attorniavano, tentando di dirigerne i movimenti con grida e fischi indirizzati ai manovratori, non si facevano scrupolo d’essere uditi anche da lontano. Ai loro occhi, l’ingrato e delicatissimo compito loro imposto era senza dubbio più importante dell’attenzione prestata da chiunque stesse in agguato a osservare i loro maneggi o ad ascoltare i loro comandi. Erano ancora lontani. L’oggetto delle loro premure, un marchingegno enorme, alto più di tre alberi d’alto fusto, avanzava di pochi passi alla volta, tornando puntualmente indietro quando un ostacolo ne impediva il movimento.

 

Antonio si rigirava nel suo giaciglio. Anche il suo gatto, Malco[1], si arrotolava ora tra le gambe, ora vicino alla testa del suo custode odorandone i riccioli e leccando di tanto in tanto, alternatamente, il suo orecchio e il proprio pelo. In quello stadio temporale del sonno in cui i rumori esterni interagiscono per magia con i sogni del dormiente, Antonio decifrò un urlo giunto all’improvviso al suo inconsapevole ascolto come il lamento di qualcuno che fosse stato ferito da un dardo. O forse, più verosimilmente, perché gli avevano schiacciato un piede. Malco, dal canto suo, interpretò i rumoreggiamenti esterni come avvisaglie di un incipiente temporale, inducendolo a cercare conforto e protezione tra le rotondità carnali dell’umano che aveva adottato.

 

Una pausa nelle attività degli intrusi stranieri ingentilì i sogni di Antonio rimemorandogli il quarto d’anguria che si era sbocconcellato prima d’andare a dormire. Ebbe anche un mezzo pensiero di nostalgia per la carne d’agnello arrostita che ora insidiava gli interstizi tra i suoi molari, benché si fosse applicato con dovizia a rimuoverne i resti con un legnetto spezzato. La lettura delle gesta d’Archimede l’aveva poi fatalmente traghettato al cospetto del Dio della forma.[2]

 

Un clangore, come di mazze che percuotono il ferro e di scalpelli che scavano il suolo, strappò definitivamente Antonio alla tregua del sonno, da lui inopinatamente confusa per pace. Malco trovò un rifugio alternativo in un angolo della stanza e abbandonò l’umano alle sue angustie, tra fastidio e apprensione. La macchina si era avvicinata di molto, benché Antonio non avesse potuto apprezzarne la progressione mentre dormiva. 

 

Incominciava ad albeggiare e, in quella luce indefinita, non più grigia ma non ancora fulgente che ammanta d’imprecisione ogni cambiamento, egli la vide in tutta la sua imponenza. Una costruzione immensa forgiata nelle fucine di Efesto[3], un braccio lunghissimo, proteso nel cielo, terminante in un artiglio che cingeva un uomo, sicuramente un guerriero, abbigliato d’una corazza mai vista e il capo cinto di un elmo lucente. Una luce giallastra lo sormontava lanciando lampi di fuoco; che però, stranamente, non bruciava. “I romani stanno prendendo Siracusa”, pensò Antonio con sgomento.

 

– Si tolga di lì –, gli intimò il soldato.

Antonio, appena emerso dal sonno, non capiva perché gli assedianti avessero scelto la via più insidiosa. La porta del suo appartamento era spessa al massimo tre centimetri e sarebbe stato facilissimo sfondarla con un ariete. Perché dunque assaltarlo dal balcone?

– Si tolga di lì –, ripeté l’uomo, – non ha visto l’avviso affisso sul portone? Dobbiamo rimuovere il gruppo dell’aria condizionata sul tetto. Rientri in casa, è pericoloso star fuori!

 

Antonio si sporse ancora per un attimo dalla ringhiera del terrazzino quel tanto che bastava per scorgere una squadra di operai intorno all’autogru parcheggiata nella stretta piazzola antistante al suo residence. In quel momento l’inquilino del piano di sotto protese la testa dal suo e, guardando in su, gli gridò:

– E veda di non sbattere più la tovaglia dal suo balcone. È proibito dal regolamento condominiale! -

 

 

[1] Nome di scarsissima diffusione, di origine biblica: nel Vangelo di Giovanni (18:10), infatti, Malco è il nome attribuito al servo del sommo sacerdote Caifa al quale Pietro taglia l’orecchio con la spada. 

[2] Morfeo è il Dio del sonno della mitologia greca, figlio di Ipno e di Nyx. Il suo nome deriva dal greco da μορφή che vuol dire "forma" poiché lui era la divinità che di notte prendeva la forma e le caratteristiche dei sogni.

[3] Efesto (in greco antico: Ἥφαιστος, Hēphaistos) nella mitologia greca è il dio del fuoco, delle fucine, dell'ingegneria, della scultura e della metallurgia.

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