L’ombra del diavolo si allungava sulle macchie di ginepro, distribuendosi nera e fumante sull’innocenza del paesaggio.

Il dolo umano aveva invocato Lucifero. Il capriccio terreno a torto di madre natura; quanta povertà d'animo, quanta bassezza in quelle calunnie che rasentano la brutalità, come voler indispettire una quieta bellezza muliebre con una fiala d'acido. E così le fiamme avevano devastato tutto un lembo di terra; e il maestrale, povero vento, non poteva più pavoneggiarsi del profumo di bacche di mirto che si portava spesso e volentieri addosso, come il seducente odore lasciato sulla pelle da giocose amanti.

Fumo e terra bruciata.

E il mare, che aveva assistito allo scempio, nella sua inerzia si sentiva chiuso in una busta di plastica, tipo quelle che forniscono alle giostre quando vinci un pesce rosso; e nel suo moto di rinnovo, tra una risacca e un timido effluvio, ricordava i sospiri bianchi e soffocati di un vecchio. Vanitoso invece, il sole si specchiava sulle splendenti acque cobalto, manco che lo stesse contemplando Monet; la badiale esplosione di magnificenza in dono alle orbite vuote dell'uomo moderno.

La natura vestiva gli ultimi giorni di Agosto e come ogni fine estate portava nell'aria turbini di rabbia per le offese subite dall'arroganza del turista medio. Sarà per tale motivo, forse, che troppo spesso s'accendeva, e qualche figlio suo, per appicciare la scintilla, lo trovava sempre. Attendeva un profeta che la liberasse e nel mentre bestemmiava. Bestemmiava come impazzita, un’ossessa a cui non riconoscono diritti. “Possano trovare appeso l'invasore”, l'italiano medio con i sandali e l'accento fangoso, quello che spende 3 euro al giorno per mangiare panini alla mortadella, che si lamenta dei trasporti, delle strade, dell'acqua corrente, delle strutture. Il colonizzatore di ‘sto cazzo. Proprio quell'individuo lì, l'avrebbe voluto vedere a penzoloni, accoglierlo con lo scoppiettare di mitra, amputargli ambedue le orecchie, strappargli gli occhi e riempirne le orbite con la sabbia che ostinatamente continua a rubare.

C'era un uomo. Un certo Ismael, figlio di quella terra sarda. Stava a ridosso della scogliera, seduto sulla nuda terra con il sole che gli batteva sulla pelle cotta e sui folti capelli neri. Accanto a lui, tra un giovane tronco di olivastro e un palmo di margherite, una coccinella annaspava prigioniera nella tela di un ragno che, calmo e guardingo, ne attendeva la morte. Il broncio di Ismael, una mezza luna capovolta, non tradiva reazione, le morti troppo scontate non lo inebriavano. Lui era un piromane, il miserabile padre del fuoco, colui che ogni anno di mano propria contribuiva a deturpare ettari su ettari. Non c'era, seppure la volessimo cercare nella sua psicologia bacata, una ragione che giustificasse tale scempi. Tuttavia, Ismael non aveva fatto i conti con l'ordine degli eventi, il copione dettato dal più grande figlio di puttana mai esistito che, seppure fosse stato esso un semplice algoritmo, doveva avere un debole per il fiorentino volgare e un’inclinazione alla legge del contrappasso. Analogia e contrasto.

Alla madre di Ismael un cancro aveva precluso la vita, consumandola dentro, come un fuoco maledetto che passa e divora tutto. Ora in lui, figlio di quella terra tradita, rimaneva soltanto la puzza di birra pisciata che beveva ogni giorno, fragile palliativo, come cercare di annegarsi in un bicchiere d'acqua e non pensare alla misera persona che era. Fece l'unica cosa che un appicca incendi dovrebbe fare: si levò in piedi svuotando la 66 d'jchnusa sulla terra e, concentrandosi in uno slancio di rivolta emotiva, saltò dalla scogliera. Il mare l’accolse con riluttanza, accontentandosi di stringergli il fiato per ucciderlo lentamente.

Tutt'intorno, nel mentre, avveniva qualcosa di sicuramente singolare o quantomeno non captabile agli occhi dei sordi: i verzellini cinguettavano, sapevano che nel giro di un autunno l'economia sarebbe collassata. Un granchio cantava una canzone fregiandosi dell'idea che il sistema sanitario nazionale non avrebbe retto, il piccolo crostaceo tempo prima aveva perso una chela per via di un pezzo di plastica da imballaggio. Una volpe si inseguiva la coda in tondo, festosa, numeri alla mano contava i contagiati che rientravano in continente di ritorno dalla Sardegna.

Questo racconto finisce così, tuttavia è doveroso da parte mia informare il lettore riguardo le sorti della coccinella che riuscì a liberarsi dalla ragnatela e, spiccando il volo, canzonò il ragno e tutto l'intricato sistema di viluppi appiccicosi.

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