Abitavo in una casa popolare, dove più generazioni brulicavano in appartamenti tutti uguali. I miei genitori condividevano con me e mia sorella la loro camera, perché l’altra, quella più piccola era occupata da nonna Berta, che era un po' avulsa da tutto il resto della famiglia, rimanendo spesso, per il pranzo e la cena, solitaria nella sua stanza. La mamma sosteneva fosse un'ubriacona, papà la giustificava, a me, che mi coccolava, bastava.

A metà anno scolastico sopraggiunse nella nostra classe, la terza elementare della scuola Giolitti, Roberto, un bambino paffuto e divertente, con il grembiule sempre in ordine. Non parlava il dialetto e così fui costretto, con fatica, a mettere nelle mie parole tutte quelle doppie e quelle vocali alla fine che non usavo mai. La sua casa era distante dai condomini popolari, proprio l'ultimo villino in mattoni in fondo alla via, e per raggiungerla si saliva una breve carrabile che la distraeva dalla strada. La scena era quasi sempre la stessa: attraversavo quel giardino ordinato con l’erba fitta fitta e rasata, arrivavo alla porta, mi sistemavo un pò alla meglio, suonavo il campanello e compariva la signora, che poi era la mamma di Roberto, ma non la chiamavo mai per nome, forse perché l’avrebbe inclusa nel nostro mondo e lei non era un bambino, né sembrava volesse esserlo ancora. Era una mamma diversa dalle altre, mai affannata, magra, con i cappelli in ordine e la bocca rossa. Mi salutava, mi squadrava (non superavo mai l'esame) e poi squillava forte il mio nome a Roberto, che arrivava di corsa portandomi via.

Il giardino era il nostro campo di battaglia e di sfide infinite in pomeriggi, che credevamo non sarebbero finiti mai. Ancora non c'era ombra di edifici protesi a impadronirsi di quell'intimità, giocavamo indisturbati e lo scambio era equo, Roberto proponeva le gare, io le vincevo. A casa mi allenavo, tra un intralcio e un disturbo, su due metri del fondo di quel corridoio, lanciando la pallina sulla parete per riprenderla con la racchetta di cartone, ma il tavolo di ping pong di Roberto era un'altra cosa.
Improvvisamente Il cielo di quel pomeriggio si fece scuro, cominciando a brontolare. La solerte signora apparse dal nulla: "Entrate in casa prima che inizi a piovere!", era più che un invito. "Nooo…", Roberto sbuffò e mi guardò con quella faccia tonda, remissivo per l’obbligo e contrariato per quell'interruzione mentre proprio quel giorno stava vincendo. 
In cucina, che era grande quanto il nostro soggiorno, erano già pronte a rincuorarci abbondanti e sparse su un enorme piatto con decorazioni floreali fette biscottate spalmate con la cioccolata, che solo in quella casa avevo il privilegio di mangiare. Come sempre sgranocchiavo i bordi più abbrustoliti, per poi attardarmi e godermi la parte centrale più morbida e ricca. Avremmo potuto continuare con altre sfide, ma la signora non era di quell'opinione e, mentre ridevamo come cretini, con quei baffi cioccolosi, irruppe perentoria: "Sta piovendo e non smetterà. Prendi l'ombrello grande, accompagna Marco a casa sua e poi ritorni subito, mi raccomando…".

Spesso la pioggia non era solo acqua, ma un pretesto petulante. Non organizzammo nessuna rivoluzione, Roberto raccolse mansueto l'ombrello e io lo seguii, salutando con lo stesso entusiasmo. La signora, immobile sulla soglia della porta, ci osservava mentre scendevamo il vialetto, Roberto accennò un saluto rischiando di perdere l'ombrello, ma fu così lesto nel recuperarlo da sorprendermi. Subito dopo iniziò a piovere più forte. "Eccole là!", e cominciammo a strattonarlo, quel benedetto ombrello, per catturare le gocce più grosse. Con risultati incerti, ma inzuppati e divertiti.
A metà tragitto, una strana figura stava attraversando la strada per raggiungere il nostro lato.
Una gomitata, Roberto iniziò a ridere e io con lui. Era ferma con i piedi immersi in quella canaletta di scolo che era diventata un ruscello. Come scarpe un paio di ciabatte, proprio quelle in feltro che si usano in casa. 
Poi la vedemmo salire titubante sul marciapiede ed era davanti a noi. Una vecchia fradicia e smarrita. Sentii quell’odore di cane bagnato, indossava un paio di calzini srotolati alle caviglie e un impermeabile di un colore indefinito. Tutte le sue cose in una borsa gonfia.
Tra quei capelli grigi, spettinati e gocciolanti uscì una suono afono: "È forse questa la fermata per il centro?". Roberto alzò l'ombrello e vedemmo l'insegna sopra di noi. Lei rimase in attesa con la bocca aperta. Pochi denti e due occhi spenti. "Sì", rispose Roberto e scappammo via. A un certo punto mi girai un attimo e la vidi sempre lì, curva ad aspettare, incurante di tutta quell'acqua.
"È una barbona", disse Roberto. 
"Cos'è una barbona?"
Come Roberto mi guardò lo sentii allontanarsi.
"È una morta di fame, una povera", e sorrise, da solo.
Io un po' mi sentivo povero, e adesso anche diverso. Per un paio d'anni rimasi con il timore che lo diventassimo così tanto, fino a quando trovai nella dispensa un barattolo di cioccolata, il mio confine della povertà. 
Quei pomeriggi invece finirono lì. Evitai di frequentare Roberto, non sapendone allora il motivo preciso, ma assecondando il mio disagio e forse il suo. Per fortuna a fine anno scolastico si trasferì con tutta la famiglia a Milano, dove c'erano maggiori opportunità, così si diceva, e non ci incontrammo mai più.

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