La mia vita è un lavoro e il mio datore è mio fratello. Siamo solo noi in questo appartamento, da tanti anni oramai. Lui non esce di casa e così sono io a dovermi occupare di tutto.

La mia serenità è di un colore azzurro, proprio come un cielo senza nuvole, ma dura così poco... vive in quegli attimi d'incoscienza prima di aprire gli occhi. La poesia finisce qua. È quella corsetta nervosa in corridoio, di Massimo, che mi turba e dà senso alla mia giornata.
Come da bambini, quando mi rincorreva perché​ gli scovassi una lucertola per poi mozzarne la coda, o catturassi una mosca per toglierle le ali e vederla roteare impazzita. I suoi trofei. Lo stesso sguardo eccitato. Vorrei girarmi dall'altra parte e addormentarmi per sempre con i miei peccati, ma non posso. Così tra un rantolo e un'imprecazione mi alzo e lui è già davanti a me, che mi sventola la lista della spesa, scritta in maiuscolo, con i prodotti elencati in sequenza per un preciso percorso nel market, che seguirò: "La candeggina? ancora?”. Allarga le braccia e sorride.
Non parla. Non parla mai quando c'è un ospite.
Mi vesto e vado al bar. Lo cambio spesso, come gli orari. La routine ti fa notare e questo è rischioso.
"Caffè noir", questo è il suo nome e il motivo per cui l'ho scelto.
È affollato, come sempre. Odora di caffè e brioche. Il brusio è un sottofondo che confonde.
Alla porta mi fermo un attimo, come a concentrami sulla parte che devo interpretare. Mediocrità che si mescola tra corpi frettolosi. Scelgo il percorso più sicuro per raggiungere il bancone.
Il barista è lo stesso da sempre e i clienti li annusa, ne distingue il tipo, la natura, spesso solo guardandoli un attimo, ma il mio, di odore, non è gradito e non riesce a nasconderlo, fingendo distrazione: “Prego?”
“Un caffè e una brioche”, stronzo.
Imperturbabile: “Marmellata o crema?”
Sgarbato: “Crema, grazie”.
Accosto le labbra alla tazzina, il caffè non lo zucchero, addento la brioche,​ mentre le briciole si placano sul bancone. Mi guardo attorno, non propriamente per noia, ma perché tra questi corpi ce ne sono alcuni interessanti. Anche quel barista così sospettoso si meriterebbe di diventare preda, come la cassiera dalle unghie smaltate che mi batte lo scontrino e mi dà il resto.

È in questo momento che scende fitta fitta una patina rosso amaranto, depositandosi su cose e persone. Devo affrettarmi, scivolo via e sono in strada. Mi dirigo al market. Quando esco, con quelle due borse di plastica piene, sento tutto il peso degli anni così trascorsi. Inizio a risalire la via fino a raggiungere il condominio. Un edificio degli anni 60 senza ascensore. L'appartamento è al terzo piano. Il corrimano consunto, le pareti beige, i gradini pepe e sale. Massimo mi aspetta, perché non può dedicarsi all'ospite senza di me. Ho l'affanno e le palpitazioni, al pianerottolo di mezzo devo fare una sosta. Sono davanti la porta. Entro. Scricchiola il pavimento in rovere. Faccio ancora un paio di passi, tutt'attorno respira indaco, un colore che conosco molto bene. Ci scivolo dentro e tutto si placa. Nella ciotola di bambù poso le chiavi, alzo lo sguardo con il timore di guardarmi.
Vedo Massimo, che dal fondo del corridoio mi chiama gesticolando goffamente. È davanti alla stanza dell'ospite che sento, ancora, inutilmente strattonare le corde. A Massimo piace quella fame di sopravvivere a ogni costo, lo stimola, lo eccita, ci fa continuare. Quando si rassegnano finisce tutto, non c'è più gusto e devo trovarne un altro.
Poso le borse in cucina e li raggiungo. Sono esausto e sto sudando, barcollo e mi appoggio allo stipite. Massimo freme e con un paio di cesoie gli stacca il pollice, l'ultimo dito rimasto della mano sinistra. L'ospite si agita, urina e sviene. Mi sale una botta d'ansia e una nausea feroce. Cado in ginocchio, un dolore terribile, improvviso, mi dilania il petto.

È il cuore a fermarmi. Sopra di me, con le cesoie in mano, lo sguardo smarrito di Massimo.

Non c'è più tempo per niente e tutto diventa, finalmente, nero.

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