«Sei ebrea?»

Angela non rispose e si limitò a un cenno di sì con la testa, per poi fissare un punto indefinito del pavimento scrostato di quel rifugio occupato poche ore prima, un rifugio non proprio sicuro e scarsamente arredato. Ci fu uno strano silenzio che venne spezzato alcuni istanti dopo dai bombardamenti via via sempre più vicini.

«Lo supponevo!», affermò Horst Kleine, capitano delle SS che, assieme all’infermiera di guerra, risultava uno degli unici due sopravvissuti del decimo battaglione, sebbene ne avrebbero avuto per poco.

L'ufficiale dall'uniforme grigia estrasse la sua Luger e la giovane donna sobbalzò di colpo per quel gesto inaspettato.

«Kommandant, cosa vuole fare? Vuole uccidermi? Tanto ormai...» 

Horst appoggiò la pistola sul grosso tavolo di legno collocato in un angolo della stanza, proprio in mezzo a del pane raffermo e una brocca d'acqua con due bicchieri vuoti, e scosse la testa con fare rassicurante.

«Ho voluto soltanto alleggerirmi da questa inutile ferraglia!», espose sorridendo. 

«In verità non ho mai ucciso nessuno, la divisa che porto è stata una costrizione di mio padre. Forse non ci crederai ma prima di entrare tra le file del Reich ero un ballerino, e anche bravo, sai?», soggiunse malinconico.

Angela restò di sasso. In effetti in quell'uomo alto con i lineamenti fini, dai cortissimi capelli biondi e dai placidi occhi azzurri come il cielo non vi era alcuna traccia di ostilità e soprattutto quella voce calda le ispirò fiducia.  

«Anch'io non ho mai fatto morire nessuno, ma la morte ci è vicina!», disse Angela allentando la presa, al contempo ormai rassegnata al proprio destino. Anzi, al loro destino.

Alla sinistra del tavolo dove venne appoggiata l'arma d'ordinanza era presente uno sgabello con sopra un grammofono. Il militare decise di accendere il giradischi e nel rifugio cominciarono a propagarsi le delicate e armoniose note sinfoniche di Tannhäuser di Wagner.

 

«Balliamo!», esclamò l'uomo. 
«Io non so ballare, non ho mai imparato!», ammise mestamente Angela. 
«Se mi dai le mani», invitò delicatamente Horst, «posso insegnarti!» 
«Non penso che abbiamo abbastanza tempo», sottolineò la ragazza lacrimando copiosamente. «Senti il sibilo? Una bomba sta per colpirci!» 
«Dammi comunque le tue mani», chiese ancora Horst con dolcezza. «Ho paura di ballare da solo.»

Fecero soltanto in tempo a cimentarsi in poche sequenze di passi e a stringersi calorosamente prima del boato.

 

 

 

N.d.A. Ho rieditato il testo non perché presentava refusi o errori, ma semplicemente perché mi è stato chiesto da un regista quale dei miei tantissimi scritti desidero che un giorno ne venga tratto un cortometraggio.

Ho scelto “L'ultimo ballo” in quanto reputo ideale un possibile adattamento per via del connubio narrazione cinematografia, introspezione e musica di sottofondo.

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