Il mattino era plumbeo e fresco, e l'aria era graffiata dai rumori degli spari dei moschetti e delle artiglierie da campo. Un odore intenso pervadeva il campo: carne viva, sangue, polvere nera.
Il capitano era stanco, la faccia sporca di fuliggine e sudore rappreso, ma con grande senso del dovere non accennava a fermarsi, come del resto aveva fatto negli ultimi mesi di questa cruciale campagna.
Il riposo non era un'opzione contemplata, gli obiettivi dovevano essere raggiunti, le posizioni tenute, lo slancio mantenuto.
La tromba quel giorno, all'alba, era stata perentoria e non aveva lasciato spazio a dubbi o esitazioni. Era il momento dell'assalto finale, dell'ultima carica e della fatica ripagata. Così il Capitano aveva cominciato a passare in rassegna gli uomini, che vestivano ormai in modo disordinato e non ricordavano neppure il giorno in cui erano partiti dalla loro casa, elegantissimi, con pantaloni rossi, giacche blu, berretto, stivali lucidi e determinazione. Esausti, così apparivano in un primo momento quei poveri avanzi di un qualche ideale, ma chi si fosse soffermato sui loro giovani occhi invecchiati troppo velocemente, avrebbe visto una fiammella che ardeva. Forse lontana, forse debole, forse trascurata, ma sicura.
Il Capitano recupero' con un lungo respiro le energie necessarie, quasi a volerle trovare nell'aria fetida di una mattina di Settembre; poi balenò in testa al suo manipolo di prodi, e ordinò di assicurarsi che le armi, ormai logore, fossero cariche e che la baionetta fosse innestata.
La risposta fu positiva, tutto era pronto.
Il Capitano allora strinse la mandibola, sfiatò dalle narici in un lampo, cominciò a correre, diresse la spada verso il nemico e lanciò un grido bestiale.
Ma il suo plotone iniziò a scompaginarsi, disperdersi, svanire. 
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