Nei miei verdissimi anni ero un ragazzo assai timido, impacciato, impedito e indubbiamente smarrito, il rapporto con i coetanei e soprattutto con le persone più grandi mi davano un senso di inferiorità, difatti tra i vari aspetti negativi raramente riuscivo a reggere i confronti, persino a sostenere gli sguardi. Calavo la testa, specie di fronte alle ingiustizie e a tal proposito raramente riuscivo a impormi. Un simil-Fantozzi? Forse! C

on le ragazze? Semplicemente un disastro. Immancabilmente mi infatuavo di quelle che preferivano i fichetti o più semplicemente i cosiddetti ganzi. Il sottoscritto troppo acqua e sapone, esente di particolari pettinature, per non parlare dello scooter truccato e dei vestiti firmati, i grandi assenti.

Fisicamente apparivo magrolino, bianco come un cero pure in estate, per via del fatto che il mare lo vedevo esclusivamente col binocolo dalla terrazza, dal momento che lavoravo mattina e pomeriggio per una misera paga per dei negrieri proprietari di un negozio di articoli casalinghi. Una condizione da autentico sfigato.

Davo la colpa all’estrema sensibilità, molti mi dicevano che tale attitudine risultava dono da preservare, mentre altri fondamentalmente ne approfittavano.

Il bullismo delle superiori ai miei danni fu un'esperienza difficile, nei limiti del possibile cercavo di difendermi alzando le mani piuttosto che la testa o creandomi un mondo tutto mio col chiaro intento di ovattarmi. Non funzionava quasi mai.

Le lacrime cadevano spesso e (mal)volentieri, stringevo i pugni e i denti, per rabbia, per sgomento e per afflizione, al contempo cresceva maggiormente il desiderio di sentirmi parte di un gruppo, voluto bene o amato. In verità qualcuno mi trattò da amico, o perlomeno sembrava così rispetto allo schifo in cui ero circondato. Qualcuna poi inaspettatamente si invaghì di me, una salumiera coetanea piuttosto bruttarella e decisamente poco appetibile sortendo comunque l’effetto positivo che dentro di me si stabilì un barlume di speranza.

In seguito al diploma, arrivarono i VERI verdi anni nel verso senso della parola, ovvero il biennio nell'Esercito in qualità di volontario, dapprima nella compagnia Fucilieri per poi essere trasferito nella Compagnia Controcarri soprannominata Compagnia Controcazzi e le cose cambiarono in meglio.

La divisa diventò la mia migliore amica facendomi sentire protetto in una sorta corazza, specie all'esterno della caserma dove camminavo impettito manco fossi un monarca acquisendo via via sicurezza e padronanza di me stesso.

Il nonnismo ahimè fu evidente fin dal primo giorno però lo affrontai senza particolari difficoltà, probabilmente il precedente bullismo scolastico mi aveva in qualche modo forgiato contribuendo a farmi rispettare, tuttavia non subito in quanto i primi mesi, com'è facile immaginare, il dovuto spaesamento in un ambiente del genere non permette chissà quale raggio di azione e reazione se non quello di denunciare tirannici episodi, cosa che da parte mia non avvenne poiché adocchiai ben altri metodi. Ad esempio rispondevo agli sgarri con degli scherzi creativi oppure nei casi peggiori chiedevo il supporto di un paio di affidabili colleghi conterranei.

Ad un anno esatto di militare, dopo la riafferma, sentivo che l'evoluzione stava dando buoni frutti, diventando abbastanza spigliato, occasionalmente con la risposta pronta e misuratamente scanzonato, mancava soltanto di essere completamente disinvolto.

Arrivò l'agognato riscatto: il grado di caporale.

Ricordo perfettamente il pomeriggio successivo alla nomina. Io, la mia divisa e il meritato baffetto blu sul petto. Mi stavo avviando alla C.C.S. (Compagnia Comando e Servizi) per la consegna di una importante documentazione commissionata da un maresciallo capo responsabile della fureria della Compagnia Controcarri, quando all'improvviso una ventina di reclute collocati ai pressi della mensa, appena entrato nel loro raggio di azione visivo cominciarono ad assumere un'espressione ossequiosa.

Passando proprio dinnanzi al drappello, indossarono febbrilmente il basco in testa e si misero sull'attenti per il saluto militare facendo tremare il selciato con gli anfibi, azione naturalmente accompagnata con la mano sinistra a paletta sulla coscia e mano destra rigidamente alla fronte. Identica cosa avvenne con altri soldati semplici che incrociavo sul mio percorso. Non lo ritenni il classico quarto d'ora di celebrità anche perché l’episodio in questione si ripeté innumerevoli volte.

Finalmente le ultime barriere di insicurezza vennero distrutte, non ero più lo sprovveduto degli anni passati, il tanto sospirato equilibrio e "inquadramento" si concretizzò alla grande. Ero orgoglioso di me stesso.

Purtroppo non ci fu occasione per proseguire la carriera nell'Esercito, una scelta sbagliata mi portò al congedo, precisamente una ex fidanzata che non accettava di buon "grado" il mio lavoro che peraltro svolgevo appassionatamente con autentico amore. Non l’avessi ma fatto!

Mi pentii dolorosamente dell'azzardo che causò peraltro delusione ai miei genitori che, oltre il desiderio di vedermi sistemato in un posto statale, avevano pronosticato il rimorso che su certi versi mi accompagna tutt'oggi. 

Eppure, a distanza di quasi quindici anni, sento di indossare ancora l’amata mimetica e il distintivo blu, nonché le stellette brillano perennemente sul mio petto.

La divisa non si è divisa da me.

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