Quando la Grande Artista guadagnò la scena sul palco spoglio, il ronzìo del chiacchiericcio in sala si arrestò sull'istante, e l'intero teatro era pronto a pendere da quelle labbra troppo sottili.

La Grande Artista era vestita di fumo viola. Fumo esaltato dal raggio potente del riflettore a luce fredda puntato su di Lei. Fumo che le usciva lento dalla bocca e dalla froge del suo naso a becco d'aquila; fumo che diventava una nuvola densa e avvolgente, intorno al suo corpo impudicamente nudo. Prese un'ultima boccata di veleno dalla sigaretta che stringeva tra le dita, per poi lasciar cadere, sulle assi color nocciola del palcoscenico, il mozzicone ancora acceso che avrebbe tormentato un attimo dopo rigirandoci sopra il suo piede scalzo. Il pubblico dinanzi a Lei era come intrappolato nel rigido e rispettoso silenzio di chi assiste a una cerimonia solenne. Quegli spettatori, incastrati tra i braccioli di comode poltroncine amaranto, non staccavano gli occhi da Lei neanche per un secondo. Seguivano ogni movimento, registravano ogni gesto, ogni più piccola contrazione di quei muscoli tenuti insieme da quella pelle diafana, ogni minima pulsazione di ogni singola vena un tantino più in vista. Conoscevano ormai bene quel corpo, avevano imparato ad amarlo. Quei seni grandi e flosci che penzolavano arresi, che erano nascondiglio di costole spigolose; quel ventre fasciato da uno strato sottile di grasso molle; quei riccioli di un rossiccio spento che spiccavano in mezzo a pallide gambotte, tozze e decisamente troppo tornite. Dalle piccole cicatrici alle pieghe della sua pelle, la sala conosceva ormai tutto di Lei. E la Grande Artista lo sapeva bene. Avrebbe potuto accomodarsi su di uno sgabello per lasciarsi ammirare, sempre uguale a se stessa, da un pubblico assuefatto. Da un pubblico che l'amava per abitudine, che la voleva ma che aveva smesso di desiderarla. Avrebbe potuto farlo, ma un grande artista non sceglie mai la strada più facile.

La Grande Artista fece un passo in avanti. Stringeva a sé dei fogli bianchi. In una mano, una preziosa penna stilografica argentata. I fogli sui seni morbidi e la penna saldamente impugnata con la punta verso l'alto. Con un gesto rapido ed elegante, si portò il pennino dorato della stilografica alla base del collo e iniziò a spingere delicatamente sulla fossetta del giugulo. Teneva la costosa penna tra due dita e ne spingeva la punta contro la pelle, con forza sempre maggiore, ruotando il polso con dolcezza. La punta metallica si aprì un varco e la penna si insinuò tra le clavicole. Illuminato dalla luce azzurrognola del riflettore, il sangue della Grande Artista sembrava nero. Fiottava denso in mezzo ai suoi seni e imbrattava i fogli che teneva ancora stretti a sé, le rigava i polsi e colava lungo le braccia per poi gocciolare giù dai suoi gomiti appuntiti.

Nel buio della sala qualcosa si mosse: quegli spettatori, fino a un attimo prima abbandonati alle comode poltrone, si erano staccati dagli schienali e stavano seduti dritti in punta ai sedili. La Grande Artista capì che stava per catturarli di nuovo. Lasciò che la penna e i fogli sporcati dal sangue scivolassero lungo le sue gambe, verso il pavimento ligneo sotto di Lei. Ora aveva le mani libere. Mani dalle unghie molto lunghe e bianche come perle. Le dita, sottili come fusi, erano già immerse nella sua carne, risucchiate dal buco sanguinolento che aveva aperto sul suo collo pochi istanti prima. Rigiravano in quella ferita che non smetteva di rigurgitare sangue. Affondavano nel buco un millimetro alla volta. I microfoni, disposti a semicerchio davanti a Lei, catturavano ogni più piccolo suono. Ogni gorgoglìo, ogni lamento, anche il più sommesso. Il buco era diventato uno squarcio, straziato dalle dita sottili della Grande Artista che continuava a tormentare quella ferita orribile, lacerando la carne, strappando i tessuti nervosi un pezzetto alla volta.

Il pubblico assisteva attonito a quello spettacolo sconvolgente. Qualcuno, tra i più impressionabili, cercò riparo per gli occhi affondando il viso nella stoffa di qualche cappotto appallottolato, ma la possente amplificazione del teatro continuava, impietosa, a raccontare alle orecchie un'esibizione terribile fatta di suoni grassi, languidi.

Lo squarcio si era ormai fatto strada fino all'ombelico. La Grande Artista stringeva tra le dita lembi di carne sfilacciata che di tanto in tanto cedeva, lasciandole in mano qualche straccetto di tessuto molle. Straccetti che Lei buttava via senza curarsene, con la stessa indifferenza che dimostrava nei riguardi del dolore fisico. Buttava via e continuava a strapparsi la carne, come a volersi tirar fuori da un costume eccessivamente stretto. Prima una spalla, poi un'altra. Poi un braccio, poi un altro. Nel giro di qualche minuto la Grande Artista strisciò fuori dalla sua carne, che adesso si trovava raccolta malamente in un angolo scuro del palco, come un cencio inzaccherato e di scarso valore. Si mostrava a braccia larghe, fiera. Niente più cicatrici evidenti. Niente più pube riccioluto o ventre cascante. Solo un corpo carminio. Tessuti connettivi al vento. Muscoli - non più così tonici - tesi, attraversati da piccoli budelli pulsanti in ogni variazione di colore dal blu al viola prugna.

Le persone in platea e nei loggioni iniziarono a lasciare definitivamente le poltroncine: alcuni per alzarsi in piedi e celebrare la Grande Artista; altri, in preda al disgusto, per andar via. E poi i fischi. Fischi di disapprovazione che non sapevano ferirla. Lei stava lì solo per offrire se stessa a chi avrebbe saputo capire. Una se stessa tutta nuova, nata dal disfacimento di ciò che era prima. Distruggere per creare... Non è forse ciò che fanno tutti i grandi artisti? Ma non sempre il pubblico sa accogliere le novità, e quelle persone che fischiavano con biasimo ne erano una prova piuttosto evidente. A quel punto, la Grande Artista si piegò sulle gambe tremanti, indebolite dalla consistente perdita di sangue, e, malferma, si accovacciò per liberare la vescica e gli intestini. Defecava e urinava copiosamente sulle assi nocciola, insozzando il palcoscenico, insudiciando i fogli di carta sparsi per terra. Una parte del pubblico, entusiasta, le aveva già incollato addosso l'etichetta di genio. Altri la trovavano ripugnante ma non riuscivano a non guardarla. Altri ancora, novelli critici disgustati, non riuscivano a smettere di vomitare.

La Grande Artista raccolse da terra la sua lucente stilografica. La stringeva tra le mani come si stringe un pugnale. Il pennino rivolto verso il basso. Lentamente, con tutta l'eleganza che le era solita, affondò la punta metallica della penna nei muscoli dell'addome. Quando la stilografica riuscì a trovare la sua strada tra i tessuti, in tutta la sala echeggiò il suono fiacco dei muscoli che cedevano. La sua mano nervosa guidava la penna tracciando un nuovo squarcio dal ventre fino alla vagina. Gli intestini, gonfi tubi carnosi e viscidi, scivolarono fuori con un risuono liquido che, catturato dai microfoni, si appiccicò alle orecchie degli spettatori ormai divisi in due, tra estasiati sostenitori e feroci detrattori della Grande Artista. Tutti i grandi artisti dividono il pubblico in due.

Con l'ultimo alito di vita, la Grande Artista raccolse i suoi fogli di carta dal pavimento e li lanciò verso la platea. Quei fogli lerci, sporcati da ogni genere di liquido organico, volteggivano in aria come sospinti da un vento silenzioso e impercettibile a chiunque. La folla in sala cercava disperatamente di agguantarli, ma i pochi che riuscirono a sfiorare quelle pagine sperimentarono il dolore che quei fogli taglienti potevano infliggere.

Quando la Grande Artista, ormai stramata, si accasciò senza vita sulle assi del palcoscenico, le persone in teatro smisero di inseguire i fogli fluttuanti. Calò il silenzio, riempito dopo pochi istanti dallo scrosciare di un applauso fragoroso. Tutti battevano le mani, tutti sembravano amarla da sempre, la Grande Artista. Anche i suoi detrattori si erano messi ad acclamarla: si erano serviti delle maniche delle loro giacche eleganti per togliersi dei rivoli di vomito ancora freschi dai lati della bocca, e poi, come tutti gli altri, avevano cominciato a battere le mani. Tutti erano commossi. Tutti dicevano "genio". Tutti volevano salire sul palco per toccarla, per rubarne un pezzettino, ma la calca era tale e l'irruenza era tanta da impedire a chiunque di avvicinarsi a Lei. Poi, quel verso. Secco, acido. Proveniva dal fondo della sala, e ci mise un istante a zittire tutti. Il suono di un frullìo smorzato e poi ancora quel verso. Ruvido, malevolo. Si palesarono d'improvviso: anime scure, nere come il piumaggio che rivestiva i loro corpi alati. Volavano sopra le teste di una platea congelata e col naso per aria. Urlavano e puntavano il palco, dritti al corpo lucido e straziato della Grande Artista. Ormai le erano sopra. Becchi adunchi. Becchi affilati per penetrare, per strappare, per rubare. Gli avvoltoi avevano appena iniziato il loro lavoro.

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