Da qualche parte, nel Sud, viveva un giovane lavoratore precario della Pubblica Amministrazione. Avete presente il tipo? Uno di quelli da primo della classe, scrupoloso, mai sopra le righe o fuori dagli schemi?...Ecco, sì. Proprio uno così. Ebbene, a dispetto delle apparenze e della sua condizione, questo lavoratore era un inguaribile sognatore e sperava sempre che arrivasse presto anche per lui la tanto desiderata stabilizzazione.

Una mattina che in ufficio non c’era molto da fare, gli venne un’idea stravagante. Prese un foglio bianco e scrisse una lettera. Quand’ebbe finito la rilesse soddisfatto, ma subito si accorse che indugiava perplesso. Si interrogava se un giorno avrebbe potuto spedirla a qualcuno senza incappare nell’ennesima delusione. Purtroppo non gli veniva in mente nessuno. Storse il naso e concluse che allora era meglio se strappava quel foglio. Però prima volle interpellare un vecchio saggio che dispensava buoni consigli a tutti.

Andò a trovarlo al casolare in collina dove trascorreva il suo tempo in solitudine. Era estate, col sole da poco tramontato e con l’aria piena di profumi delicati. Il lavoratore precario camminava lungo stradine immerse nel verde, si guardava intorno e pensava che la sua terra era veramente il posto più bello del mondo.

Giunto a destinazione bussò alla porta.

– Ciao – disse al vecchio saggio quando gli aprì.

L’uomo rimase fermo sull’uscio. Lo scrutava mentre aggrottava le sopracciglia.

– Ho da leggerti una cosa – proseguì.

– Cosa? –

– Una lettera che ho scritto. Vorrei un tuo parere. –

Il vecchio saggio lo fece entrare nella sua umile dimora. Lo condusse in cucina e si sederono intorno al tavolo.

 – Perché l’hai scritta? – gli domandò.

– Non saprei. Forse perché non riesco a perdere la fiducia nel prossimo e nel domani. –

– Ti ascolto – gli disse, le braccia conserte.

Il giovane vide affiorare un sorriso benevolo tra le rughe del volto che gli stava di fronte. Tirò fuori da una tasca dei pantaloni il foglio ripiegato con cura, lo aprì e cominciò a leggere.

Egregio Presidente, sono un lavoratore precario impiegato nella Pubblica Amministrazione.

È con un senso di esultanza nel cuore che mi accingo a scriverle questa lettera. Il discorso che ha fatto l’altra sera in televisione mi ha emozionato, mi ha cambiato in meglio prospettive ed aspettative. Finalmente un politico che dimostra sensibilità ed attenzione verso i problemi di chi si trova nella mia stessa condizione lavorativa. Finalmente una voce, la Sua, che levandosi forte e chiara ha dichiarato di voler ovviare a ritardi e rinvii legislativi.

Sono ormai diversi anni che ricopro il mio incarico e, se da un lato mi ritengo fortunato ad aver avuto un’opportunità importante (in particolare al Sud dove vivo e dove la disoccupazione mortifica intelligenze e potenzialità), dall’altro ho dovuto ben presto imparare a fare i conti con la paura di ritrovarmi all’improvviso senza un impiego. Intanto il tempo passa e la vita va avanti. Un poeta latino ha scritto che l’amore vince su tutto, e noi cediamo all’amore. È quello che è successo a me quando ho deciso comunque di sposarmi. Sono diventato padre di due splendidi bambini, una femminuccia ed un maschietto, e con tanto entusiasmo sto cercando di assicurare loro il miglior futuro possibile. Con tanta buona volontà sto cercando di costruire una casa basandomi unicamente sui miei risparmi e sull’aiuto dei miei genitori, perché per un precario ottenere un mutuo è un miraggio.

Eppure, appena laureato, sarei potuto andare via, al Nord, dove di certo avrei avuto molte opportunità. Ma se il Nord lo ammiro, il Sud lo amo. E alla fine ho scelto di restare. Non ne sono pentito, spero soltanto che quest’atto di fede sia ripagato con la stabilizzazione. Sarebbe la conclusione più giusta non solo per l’impegno che metto nell’espletamento delle mie funzioni, ma anche per liberarmi dai ricatti più o meno sottili, dalle angherie e dalle umiliazioni che mi capita di subire da parte di alcuni colleghi per il fatto che loro sono assunti a tempo indeterminato ed io no.

Ogni volta che si avvicina la fine della mia convenzione con l’Ente presso il quale lavoro, inizio un rituale pellegrinaggio che mi porta al cospetto degli amministratori di turno per predisporli nel migliore dei modi alla fatidica scadenza, segnata in rosso sul mio calendario personale. Tutti ostentano umana comprensione, specie se siamo a ridosso delle elezioni. Quando però bisogna formalizzare il rinnovo del contratto, molti temporeggiano e mi tengono sulle spine fino all’ultimo. Sembra quasi che si compiacciano oltre misura di se stessi e del posto che occupano. Purtroppo non immaginano i nostri tormenti, di noi che dietro una scrivania oggi ci siamo e domani chissà.  

Con la presente volevo dunque ringraziarla, Presidente. Mi auguro che il programma del partito che Lei rappresenta possa essere realizzato nei prossimi anni, apportando prosperità e sviluppo al nostro Paese. Ce n’è bisogno soprattutto quaggiù, in questo angolo di Sud sperduto e dimenticato.

Ciò detto, l’occasione mi è gradita per porgerle distinti saluti.

 

Tra il lavoratore ed il vecchio saggio ci fu un breve silenzio.

– Potrò spedirla a qualcuno, un giorno, secondo te? – domandò poi il giovane.

L’uomo si strinse nelle spalle.

– Non so se potrai farlo – gli rispose. – È da un pezzo che ho tagliato i ponti col resto mondo. –

– Potresti almeno dirmi cosa ne pensi? –

– Beh, ecco… Io non presumo di giudicare l’operato delle persone, e se talvolta esprimo pensieri in libertà è colpa della mia solitudine che mi spinge ad ubriacarmi di emozioni altrui. –

– Mi sto accorgendo di aver perso tempo e sprecato energie. Forse ho sbagliato a scrivere questa lettera e non dovevo venire qua a disturbarti. –

– Nessun disturbo, amico. Mettiamola così: in realtà eri in un momento in cui il tuo ottimismo vacillava e sei ricorso a questo espediente per stimolarlo. Vedi, inseguire i propri sogni può essere pericoloso se essi dipendono dalla buona volontà di chi può ciò che vuoi. Il rischio che si corre è di muoversi in circolo e di ritrovarsi al punto di partenza: vecchi, stanchi e delusi. Aspetta e conserva le energie per affrontare la quotidianità, ne hai bisogno. Lascia che gli eventi seguano il loro corso, ma sii sempre pronto a cogliere le occasioni che dovessero capitarti. Coltiva la speranza in fondo al tuo cuore, ma mantieni il giusto disincanto. Non conosco altri modi per restare a galla e non affondare. Questo è quanto. –

Il lavoratore rimase a riflettere su quelle parole.

– Ho capito – disse. – Grazie, vecchio saggio. –  

Si alzò e lo salutò. Andò a casa e ripose la lettera in un cassetto. Dopo cena si mise sul divano, fece a lungo zapping davanti alla tv accesa e senza che se ne accorgesse si addormentò.

 

FINE

 

 

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