“Nulla sarà più come prima” avevo pensato, uscito da quello stesso bar. Era passato un po’ di tempo da quella constatazione che era prima di tutto una promessa fatta a me stesso, mentre vedevo Elena allontanarsi nella piazzetta del mio paese. Partiva, ritornava nella città dove viveva. Ultime istantanee di un amore concepito ma che non sarebbe mai nato, dopo lunghi discorsi fatti per sondare intenzioni e decifrare reazioni. Cambiare vita. Certo che avrei potuto farlo: ero disoccupato, non avevo un lavoro che mi legasse alla mia terra; nulla che mi impedisse di fare scelte importanti e, a quel punto, anche necessarie. Avevo conseguito la maturità da diversi anni; avevo provato a trovare un’occupazione, con un entusiasmo che scemava ad ogni – Ti terremo presente – o – Mi dispiace, c’è crisi – e altre frasi preconfezionate per l’occasione. Conducevo un’esistenza che scorreva indolente; la paragonavo al fiume che attraversa la valle dov’ero nato e cresciuto, circondato da alte montagne che sembravano voler preservare amicizie ed abitudini. Mi rifugiavo spesso nel bar davanti al quale quella mattina m’ero fermato; là dentro mi ritrovavo con l’anima in gabbia in compagnia degli amici di sempre. A loro mi accomunava la stessa condizione, ovvero le tante ore vuote che di passare proprio non ne volevano sapere. Intanto i nostri genitori invecchiavano ed i sogni sbiadivano. Poi era comparsa lei, Elena, e quel fiume aveva preso a scorrere impetuoso come nella stagione delle piogge. Sentivo crescere un sentimento; lo sentivo ricambiato, eppure ci giravo intorno, ora invocando il diritto di ognuno a restare aggrappato alle proprie radici, ora soffocato dall’abbraccio della madre terra che mi teneva stretto a lei pur non avendo più nulla da offrirmi. Azzerare tutto per giocarmi altrove le mie carte; ricominciare tra la nebbia e lo smog: quello era il vero dilemma. Il resto rischiava di essere sabbia buona per nasconderci sotto la testa. Alla fine Elena se ne era andata, dopo un caffè ed un’ultima Marlboro. C’eravamo salutati, c’eravamo detti di sentirci ogni tanto; che non dovevamo perderci di vista. Però la mia non decisione rendeva i nostri buoni propositi solo pure formalità, un espediente per mascherare un saluto che sapeva già di addio. L’avevo seguita con lo sguardo fino a quando non era scomparsa in fondo alla piazza, immobile e con le immagini della quotidianità intorno a me che inumidivano e perdevano definizione. Da allora nel bar non avevo voluto rimetter piede e con gli amici capitava mi sentissi ogni tanto per telefono. Contatti col mondo: zero o quasi. Tuttavia quel fiume non s’acquietò. La stagione secca che giunse più arida che mai non bastò a renderlo una vena esangue, anzi. Il sentimento di sconfitta che avevo provato all’inizio si trasformò in determinazione; la rabbia latente che negli anni precedenti s’era accumulata adesso veniva rilasciata da una diga a monte, irrorando una volontà in tante, troppe occasioni molle come burro al sole. Ripresi a cercare lavoro, a propormi non solo alle aziende dov’ero già stato, ma anche a tutte quante le altre, battendo a tappeto le aree industriali del mio e dei paesi limitrofi, spinto dal bisogno di trovare un’occupazione, qualsiasi cosa pur di giustificare una scelta che diversamente avrebbe finito per generare rimpianti inaccettabili. Uscivo presto la mattina di casa e distribuivo curricula a destra e a manca; facevo chilometri e chilometri con la mia vecchia utilitaria, mangiando a pranzo tramezzini ed ingoiando tanti bocconi amari. Ma non mollavo. Pensavo spesso ad Elena. Mi domandavo se stava bene, cosa faceva; se nel frattempo aveva stretto un legame con qualcuno. Rivedevo i bei momenti che avevamo comunque vissuto insieme, eppure non cercavo il suo nome nella rubrica del mio cellulare, bloccato da un senso di colpa strisciante. Lei nemmeno si faceva viva. La novità giunse improvvisa, confezionata in una e-mail: l’anziano magazziniere di una concessionaria di auto andava in pensione. Me lo comunicava il titolare che mi proponeva di prenderne il posto, perché l’avevo favorevolmente impressionato durante il colloquio avuto. Così aveva scritto. Ero rimasto col dito sollevato sul mouse del pc. Il luogo dove sarei dovuto andare non era vicino e all’inizio lo stipendio non sarebbe stato granché; avrei dovuto viaggiare sei giorni su sette senza alcun rimborso. Pensai che in seguito potevo legittimamente sperare di essere spostato in ufficio perché un diploma ce l’avevo, ed allora avrei guadagnato anche di più. Per cominciare, e ricominciare, andava bene. Accettai. Il primo giorno di lavoro mi ricordò il primo giorno di scuola, quando col grembiule infiocchettato l’emozione mi scuoteva l’anima. Dunque quella mattina indugiavo davanti all’entrata del bar, sopraffatto da una moltitudine di sensazioni diverse. Avevo chiesto ed ottenuto un giorno di permesso per sbrigare alcune faccende familiari. Mi ero liberato prima del previsto ed avevo voglia di un aperitivo. Entrai. Ogni cosa era come l’avevo lasciata: la televisione appesa ad un muro che trasmetteva video musicali di MTV; i faretti sempre accesi nella controsoffittatura, il bancone pieno di ogni ben di dio. Ed i miei amici seduti ad uno dei tavoli sistemati sopra una pedana, tra quotidiani sportivi e buste di patatine aperte. Ci salutammo, mi unii a loro, iniziammo a parlare di noi. Domandai come andava e le risposte che mi diedero erano le stesse che avrei dato io prima di incontrare Elena. Provavo una certa reticenza nel parlare del mio lavoro, ritenendo di sottolineare in quel modo la triste condizione nella quale loro continuavano a dibattersi. Mi soffermavo sui volti che rivedevo, notando le prime rughe di espressione ai lati di due occhi spenti o alcuni peli bianchi in una barba intonsa. A me dissero che ero ingrassato, che avevo fatto la pancia da commentatore. Uno scherzando ipotizzò che se ero scomparso e li avevo abbandonati era stato per colpa di una donna; che chissà quali relazioni galanti intrattenevo. La discussione prese una piega diversa. Iniziarono a raccontare di amori passati, di ragazze conosciute ai tempi della scuola: conquistate, possedute e mollate quando s’erano fatte troppo appiccicose. Li ascoltavo non senza stupore. Ero l’unico a sapere che dicevano cose false o vere al contrario, considerato che all’epoca ero stato il confidente di ognuno. Quasi non li riconoscevo. Conclusi che forse ero io a non essere più lo stesso; che forse quell’aggrapparsi ai ricordi e modellarli a seconda delle necessità era soltanto un tentativo di manipolare il passato sperando prima o poi di riuscire a cambiare il presente. Una recita a soggetto dove la realtà diventando finzione risultava meno insostenibile. Mi invitarono a raccontare la mia storia, a dire la verità. Li guardai in silenzio, mentre provavo tutte insieme quelle che definivo emozioni dispari, ovvero legate ad un evento vissuto, ai suoi effetti che si dilatavano nel tempo e a qualcos’altro che non riuscivo mai a decifrare. Gli odori del bar finirono presto per sottrarre ossigeno all’aria che respiravo. Accennai ad una scusa, salutai ed andai via tra sguardi perplessi. Quando fui fuori m’incamminai verso casa, il passo veloce ed il timore pressante di diventare una statua di sale se mi fossi voltato indietro.

1
1
5

Zolfo - 2/3

20 March 2019

Chissà cos'è. Molto più importante dedicarsi alle incisioni, belle come un bassorilievo classico anche se la pietra ancora mi è sconosciuta, sembra un marmo nero, ma è esente da venature e dà l'impressione di essere molto più duro. Certamente non è una pietra di questa zona, quindi significa che [...]

Tempo di lettura: 4 minuti

3
1
6

Fango

20 March 2019

Flebile fiamma tra fetide favelas serpeggia nella notte in un fragile futuro Fuori feste, fiori e fama dentro fumo, freddo e fame È un frenetico fandango frasi fatte niente effetto come un film senza sonoro senza la parola fine Fuochi di notte di frivole falene si spengono tra i muri di case [...]

Tempo di lettura: 30 secondi

1
2
9

Zolfo - 1/2

19 March 2019

Mi immergo nell'acqua sulfurea, chiudo gli occhi e mi distendo. L'altezza è quella giusta, sfioro il pelo della superficie e mi appoggio sulla ghiaia del fondo. Il cielo, nonostante sia inverno, è assolutamente azzurro e limpido, sulla pelle la sensazione calda dell'acqua. Nelle orecchie il ritmo [...]

Tempo di lettura: 5 minuti

  • Giuseppe Scilipoti: Mi sta piacendo questo racconto, il protagonista lo reputo una sorta di antieroe [...]

  • ducapaso: Si, Giuseppe, il racconto è nato per confrontarmi col tema archeologico [...]

1
1
13

MA… DOV’È FINITO?

19 March 2019

Due giovani ragazze brune entrano nell'Osteria ALLA STAZION D'ORO, segnalata dalle Guide più conosciute. Il locale è piccolo: una stanzetta fronte strada e un'altra, altrettanto piccola, in cima a una ripida rampa di scale. Cucina in basso 'a vista'. Si mangia casereccio, si servono piatti che [...]

Tempo di lettura: 1 minuto

3
4
15

Che gli dico a quelli

fine partita

18 March 2019

La partita era terminata da almeno dieci minuti e l’euforia dei vincitori contrastava nettamente con i volti tesi di chi aveva perso, la squadra perdente si era ritirata negli spogliatoi con aria mogia e le facce tristi. L’aria era pesante e l’allenatore stava guardando in faccia i suoi uomini [...]

Tempo di lettura: 1 minuto

  • Walter Fest: Bravo Lorenzo, anche allenatore!!! Che materia c'è che non conosci?

  • Lo Scrittore: più che uno scrittore vero e proprio mi ritengo un artigiano. chi lavora [...]

5
6
23

Abraxas – Riti dell’oltretomba

18 March 2019

“Abraxas - Riti dall’oltretomba”: terzo lungometraggio di Roger A. Fratter, regista indie bergamasco che si cimenta da più di vent’anni anni nella cosiddetta cinematografia di genere, rivivendola con peculiare dedizione e competenza, richiamando attraverso i suoi lavori gli antichi fasti di quel [...]

Tempo di lettura: 5 minuti

  • Puccia: WOW, superlativo, puoi aggiungere un altro tassello al tuo curriculum di scrittore. [...]

  • Giuseppe Scilipoti: x Dario: amico mio, grazie per l'augurio molto più che positivo, [...]

0
1
13

Il ragazzo d'oro - 2/2

17 March 2019

Dalle casse fuoriuscì la voce del front man dei New Trolls che cantava: «Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì. Mi nascondevo nell'ombra del grande giardino e lo sfidavo a cercarci: io sono qui». Prese un lungo respiro. Guardò fuori. Buio. Era l'atmosfera [...]

Tempo di lettura: 1 minuto

2
1
9

Rapido romanzetto

17 March 2019

Rotolandomi come un ramarro rugoso dell'Isola di Rarotonga, nella rena di una spiaggia di Rapallo, mi ricordai di dover raccogliere le adesioni per l'organizzazione della "Fiera del rutto libero" di Rivisondoli, subito dopo la "Sagra della bibita gasata" sponsorizzata dalla ditta romana di aria [...]

Tempo di lettura: 30 secondi

4
9
14

agiochi di ieri, di oggi e di domani

16 March 2019

i giochi di ieri non erano mai al chiuso, perlopiù avvenivano in strada. Ricordo che all'uscita di scuola giocavo con i miei compagni ai quattro cantoni, moscacieca, nascondino e tante altre forme ludiche con variazioni sul tema e ogni volta si inseriva una variante nuova allo stesso gioco. Come [...]

Tempo di lettura: 1 minuto

3
2
13

Il ragazzo d'oro - 1/2

16 March 2019

– Basta! A pallone non ci giochi più! – sbottò Claudio, suo padre. Quarantacinque anni. Burbero. Alito alcolico. Grasso. Si pulì la bazza con un tovagliolo. Trasecolò due dita di Tavernello. Ruttò. – Ma babbo. Lo sai quanto ci tengo, – miagolò Alan. – Lo sa... – Niente sa, – lo interruppe lui. [...]

Tempo di lettura: 5 minuti

  • flavia: Che tristezza l'egoismo dei grandi distrugge.i sogni di un bambino senza.comprensione [...]

  • Ilaria: Triste, spezza il cuore ma riporta alla realtà di questa società [...]

1
0
7

Il libro magico - 2/2

Gertrude si difende

15 March 2019

Così dicendo s’intrufolò in un buco nella parete della cucina, quello che serviva per far uscire i cattivi odori, e scomparve. Gertrude si allontanò per un attimo per poi tornare quasi subito, si mise seduta davanti alla porta e aspettò. Passarono più di dieci minuti prima che la maniglia della [...]

Tempo di lettura: 1 minuto

3
1
13

Quando posso

poesia

15 March 2019

Quando posso torno al portone dove non abiti più. Malgrado la vita che ci ha portati lontani il mio polo magnetico resta qui. Qui, dove si dipartono il Nord, il Sud, l'Est e l'Ovest perché tutte le storie del mondo dovrebbero iniziare con l'amore.

Tempo di lettura: 30 secondi

Torna su