Durante il periodo del primo superiore la stagione che attendevo con trepidazione era senz'altro l'estate per potermi finalmente rilassare e dedicare ai miei hobby, principalmente a giocare ai videogames, andare al mare, nella lettura dei fumetti, di libri e soprattutto a guardare la televisione, anche fino a tarda notte, insomma  per dirla in gergo: a menarmela!
Non lavoravo ancora nel negozio dei casalinghi, ci sarei andato in qualità di commesso/magazziniere l'anno dopo in quanto diventai più responsabile, per cui l'estate del 1999 protagonista di questo racconto fu l'ultima in totale libertà.

Dopo vari ripensamenti ho deciso di narrare, anzi, di confessare un episodio... cough, cough, cough, cari lettori, scusate la tosse, il fatto è che mi vergogno un pochino, chissà cosa penserete al termine della lettura.

Ok, dai, niente seghe mentali, sono sicuro che assieme a me ci riderete sopra, ragion per cui vado avanti.

Mi ricordo che in quell'anno, qui a casa (vivevo e vivo tutt’ora con i miei genitori) nel soggiorno tenevamo un grande televisore a schermo piatto con un grazioso tavolino basso al centro e ogni sera discutevo con mio padre su chi dovesse piazzarsi davanti all’apparecchio, usufruendo tra l’altro di una comodissima poltrona sdraio per visionare i film e i programmi tv di proprio interesse. In caso contrario, in un'altra stanza ci sarebbe stato il computer per svagarsi, io con i giochi o ascoltando degli mp3, oppure scrivendo raccontini e poesie, mio padre invece con l'installazione e l'uso di svariati software inerenti all'informatica, una delle sue grandi passioni.
Da precisare che non avevamo ancora internet, ma francamente non ne sentivamo la mancanza.
Mia madre assieme alle mie sorelle, invece preferivano una modesta televisione collocata in cucina con un altrettanto confortevole divano con gli immancabili format che già cominciavano a proliferare, in primis l’immancabile Stranamore.
In una afosa notte di luglio, causa la solita mancanza di sonno, dopo aver preso in "ostaggio" la TV, mi misi a cazzeggiare con il telecomando alla ricerca di qualcosa di interessante, comodamente spaparanzato nella citata già poltrona sdraio, con addosso dei pantaloncini corti, delle mutande e rigorosamente senza maglietta.

Si erano fatte le 3:00 passate e dopo innumerevoli zapping, finii in un canale privato in cui veniva trasmesso uno stuzzicante film erotico, credo di produzione francese.

«Minchia!» esclamai quasi a voce alta, inumidendo le labbra e con lo sguardo allupato più che mai.

Mi alzai di scatto per assicurarmi che la porta del soggiorno fosse ben chiusa e con passo veloce ritornai verso la mia postazione.

L’eccitazione era alle stelle, del resto, in piena età adolescenziale, gli ormoni risultavano praticamente impazziti, sebbene anche adesso a 34 anni posso garantire che non si sono calmati per niente.

Dalla tasca estrassi un pacchetto di fazzoletti per sfilarne uno per metà: il cannone era carico e pronto per essere sparato!

In men che non si dica abbassai il vestiario, cominciai a massaggiare lo sventrapapere che quasi istantaneamente divenne eretto come un palo della luce.

Dall'ultima manovella, erano passati soltanto due giorni, un po' troppi per un minatore come me, non per questo a scuola qualcuno mi chiamava Segaiolman, un soprannome che mi dava l'aria da supereroe tanto da immaginarmi orgogliosamente con una grande S davanti al petto, stile Superman.

Ancora oggi ricordo benissimo le piccanti sequenze di quel film libidinoso trasmesso in fascia notturna: una francesina molto magra, dai capelli neri a caschetto con una bella frangetta, un atteggiamento particolarmente voglioso in cui con una sensualità assurda si prodigava a cavalcare appassionatamente un altrettanto giovane ragazzo che in quel preciso istante le toccava nonché le succhiava con avidità le deliziose tettine piccole ma ben proporzionate. 

Entrambi i personaggi, godevano sempre di più come dei forsennati, mentre il sottoscritto aveva già superato la rampa di lancio.

«Oh, oh, oh sì, sì, si oh, oh ohhhhhhhh!!!» quei gemiti e sospiri si fecero via via sempre più arditi, l’immedesimazione fu totale, mi sentivo come se sostituissi quel marcantonio e a scopare quella morettina ci fossi io.

L'asta del pene aveva raggiunto il massimo, continuai a muovere sopra e sotto sempre con maggiore vigore, i due erano all'apice, stavo quasi per venire anch'io finché sentii il rumore della maniglia della porta del soggiorno.

Venni interrotto, nel vero senso della parola, proprio sul più bello, e avevo pochi secondi di vantaggio per non farmi trovare in quello stato.

In maniera goffa mi alzai mutande e pantaloncini, il pacchetto di fazzoletti mi cadde sul pavimento e li coprii con un piede scalzo mentre col telecomando pigiai un tasto a caso finendo in un canale di televendite in cui un tizio proponeva a gran voce dei tappeti persiani.

Entrò mio padre per prendere i suoi occhiali da vista ed un pacchetto di sigarette con relativo accendino sopra il tavolo della stanza. 

Mi ritrovai così in una posizione un po’ strana, non più disteso ma quasi seduto, la gamba sinistra a terra, quella destra sul poggiapiedi, il telecomando più o meno adagiato sopra l'erezione, il braccio sinistro appoggiato sul bracciolo e quello destro che alzai per strofinarmi un occhio con il palmo della mano.

«Tappeti persiani di Tabriz, originali, donano ad ogni ambiente un'atmosfera orientale grazie ai loro splendidi colori...» reclamava il televenditore con estrema disinvoltura e con una vaga somiglianza al noto Roberto da Crema per via dei suoi baffi.

Piano piano ritornai nella posizione originaria, cercando di mantenere un atteggiamento calmo, freddo e impassibile.

Da un lato mi scappava da ridere, dall’altro mi sentii a disagio, speravo dentro di me che mio padre non avesse capito una sega di quanto mi stavo cimentando a fare poco prima e si incamminò in direzione del tavolo, prese gli occhiali e li pulì lentamente con un piccolo panno, mentre io continuai a guardare con finta aria annoiata quel programma televisivo pubblicitario.

Ad un certo punto il babbo assunse un'espressione maliziosa, me ne accorsi poiché nonostante fosse di profilo lo guardai fugacemente per poi indirizzare nuovamente lo sguardo verso l’apparecchio.

«Oh Peppe, chi fà? T'accattari un tappitu?» mi disse in siciliano con un leggero sorriso che tradotto sarebbe «Oh Peppe, che fai? Ti devi comprare un tappeto?»

«No, no, no, è che… è che…  non c'è un cazzo!» provai a farfugliare.

«Sa avia caputu, buona continuazione!» («Si era capito, buona continuazione!») concluse annuendo con aria divertita e se ne andò accendendosi una sigaretta.

Mi aveva sgamato!

 

Avevo 15 anni.                     

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