DI GRIGIO E DI AZZURRO

 

Marco sbadigliò distratto, tanto ormai non se ne stupiva più. Ogni mattina si risvegliava con la mente piena delle immagini di Tiziana. Lei era il primo pensiero del giorno che iniziava, o l’ultimo della notte passata a rigirarsi tra le coperte. Rimase disteso nel letto a fissare il soffitto della camera, avvolto dal tepore ambiguo di sensazioni che scemavano e di altre che ne prendevano il sopravvento. Provò a raccogliere le forze e dopo si alzò di scatto.

Camminava nell’appartamento silenzioso, seguendo tracce incerte sul pavimento, schivando i cocci taglienti di un sogno infranto. Ascoltava l’eco delle stanze vuote parlargli di lei che gli aveva rapito l’anima, sconvolto l’esistenza e poi lasciato. Così: senza che avessero litigato. Andata, punto. Fosse servito stare male, malissimo, per trattenerla, per convincerla a cambiare idea e continuare ad averla accanto. Avesse potuto spiegarle quello strano dolore che adesso gli alimentava la speranza, o quella frenesia che lo assaliva se pensava che lei c’era, da qualche parte nel mondo. E invece Tiziana era scomparsa, sparita nel nulla. Non aveva radici che la legassero ad un luogo dove cercarla. Uno spiccato senso di indipendenza l’aveva spinta via di casa appena maggiorenne e a farvi ritorno di rado. Telefonarle era inutile. Ovvio che ci aveva provato. Ma una interminabile serie di squilli era sempre stata l’unica risposta ricevuta. I social le procuravano l’orticaria, perché diceva che la sua vita non era uno show da dare in pasto a squali ed avvoltoi. Nella società per la quale lavorava gli avevano detto che era stata collocata in altra sede. Se Marco si voltava indietro, molti avvenimenti si sovrapponevano e si confondevano, appiattiti dalla prospettiva del tempo trascorso che li rendeva poco decifrabili. Ogni cosa gli appariva lontana anni luce da logica e coerenza, comprese le sue azioni e le sue reazioni. Eppure gli era impossibile comportarsi diversamente. Si nutriva di emozioni, qualunque esse fossero, a differenza di Tiziana, troppo cerebrale da riuscire a superare una storia sbagliata avuta prima di incontrarlo. C’era da perdersi nel labirinto delle sue spiegazioni, quasi lo facesse apposta per confonderlo e svicolare; per non dover ammettere di essere ancora prigioniera di chi l’aveva ferita.

Scosse la testa. Lo attendeva una giornata lunga ed impegnativa, meglio se evitava di impantanarsi già in supposizioni pericolose. Si disse che aveva proprio bisogno di un buon caffè e andò in cucina a prepararlo. Lo bevve in piedi, riavvolgendo il nastro dei ricordi a quando le faceva trovare la prima colazione pronta perché lei detestava alzarsi presto. Quello era il posto del tavolo dove si sedeva, di fronte a lui; quella nel pensile aperto sopra il lavandino era la tazza dalla quale sorseggiava il caffellatte, mentre nella credenza c’era sempre il pacco di biscotti al cioccolato dei quali andava matta. Si guardava intorno. Esitava perplesso al centro di uno spazio angusto sprovvisto di vie di fuga. Allora aprì la finestra della cucina e si affacciò. Gli giunse addosso l’aria pungente di quell’inverno metropolitano. Nuvole basse e pesanti sembravano voler sfidare la gravità, venir giù sommergendo il mondo con i suoi perché, la gente con la sua indifferenza, la rabbia urlata al vento per storie nate già morte. Aveva freddo, ma pazienza. Coprirsi gli sarebbe servito a poco. Altri erano i brividi che gli incutevano paura.

“Io ti amo” le aveva detto.

“Potrebbe non bastare” gli aveva risposto Tiziana.

“Proviamoci lo stesso.”

Lei s’era sistemata una ciocca di capelli dietro un orecchio. Aveva esitato come chi valuta insidie ed opportunità di una proposta interessante; detto: “Okay, proviamoci. Spero solo che un giorno non mi odierai per questo.”

Marco ignorava certi sentimenti, se ne considerava immune. Tuttavia dopo quanto successo aveva spesso rischiato di scivolarci dentro. Gli era andata bene, però aveva capito che passioni opposte hanno gli estremi che si toccano; si raccordano in circolo con continuità. E che perciò era facile passare dall’una all’altra senza rendersene conto, senza alcun contraccolpo.

Uscì di casa per andare al lavoro. Camminava col capo chino nelle strade che pulsavano di voci e rumori e clacson impazziti. Lo sorprese il solito carnevale fuori stagione, lo stesso per il quale negli ultimi tempi si affannava a togliere la maschera alle ragazze che incontrava. Quella mattina però non aveva voglia di farlo. Il desiderio di Tiziana gli rallentava i riflessi; si accresceva a dismisura ad ogni respiro trattenuto e poi liberato. Si domandò se fosse più difficile dichiararsi sconfitto e mollare tutto, oppure andare avanti ostinato da far pena; in quale dei due casi ci volesse più coraggio ed in quale più autolesionismo. Si ricordò di una frase del cantante Bob Marley: “Non è strano? Ignoriamo chi ci adora, adoriamo chi ci ignora; amiamo chi ci ferisce, feriamo chi ci ama.” Si fermò e concluse che lui di risposte non ne aveva; che sapeva solo essere quel che era.

Sollevò lo sguardo al cielo. Magari lassù era tutto meno complicato. Però nello spicchio di universo dove gli era toccato vivere bisognava avere spalle larghe. Ci si trovava per caso, si stava insieme a fatica e ci si lasciava con poco. C’erano silenzi che segnavano distanze; si facevano lunghi discorsi buoni soltanto a rimandare il momento dell’addio. Come quando gli aveva detto: “Ti auguro ogni bene. Te lo meriti.”

La sua attenzione si posò sulla spessa coltre di nuvole che adesso si apriva e lasciava il posto ad ampi squarci di sereno. Rivide gli occhi di Tiziana, luccicanti come lo sono l’acciaio che protegge e il mare che ondeggia sotto il sole che li bacia. Erano grigi ed azzurri insieme. Stava con lei e pensava che erano proprio quelli i colori che desiderava, quelli nei quali puntualmente si abbandonava privo di qualunque difesa. Sentiva di non volerne altri, di colori; per il momento non li cercava nemmeno. Nel rigido inverno che lo circondava essi erano tutto ciò che aveva e se li teneva stretti. Avrebbe proseguito imperterrito a dipingere di grigio e di azzurro le sue giornate. Tra mille fragilità e nessun rimpianto, questa era una delle poche certezze che custodiva in fondo al cuore. Si alzò il bavero del cappotto che indossava e riprese a camminare con passo spedito.

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