Il nostro incarico a mio avviso aveva un non so che di paradossale, trovavo strano che noi soldati facessimo la guardia armata ad altri soldati e credo che in realtà non c'è ne fosse proprio bisogno.

Innanzitutto i militari statunitensi apparivano super attrezzati, dall'armamentario ai mezzi, da segnalare che dalla recinzione del Naval Air Station Sigonella non erano rari i casi in cui li vedevamo addestrarsi in maniera professionale, con armi da lancio, arti marziali, capriole ed esercizi di ogni genere.

Tra l'altro la base veniva anche sorvegliata con attenzione da varie pattuglie della polizia militare, automobili molto curiose perché esternamente apparivano di tipo civili dal colore bianco con sirene blu e rosse (come quelle che si vedono in TV) e gli agenti anziché indossare la canonica divisa nera, blu o beige, avevano la mimetica verde, con l'immancabile pistola, manganello e manette.

Scoprimmo in seguito che in un certo senso questi "poliziotti" sorvegliavano anche le nostre mute oltre gli avieri di Sigonella stessa, vigilando a più non posso, cercando inoltre di non far circolare più del dovuto i civili non autorizzati, di cui il più delle volte risultavano spacciatori che sfruttavano quei posti di campagna abbastanza sperduti ed anche isolati per i loro crimini.

Non per questo i carabinieri, tramite segnalazioni, il più delle volte ad opera degli americani andavano ad investigare oppure ad arrestare all'occorrenza alcuni sospetti.

In quei due mesi, non successe niente degno di nota, i giorni passavano lenti, nelle ore libere non c'era un granché da fare e quindi spesso, complice il poco riscaldamento, dormivamo parecchie ore al calduccio nei nostri letti che grazie a Dio i cuscini, le coperte e le lenzuola ci furono presto sostituite con quelle pulite dopo aver segnalato il disagio a chi di dovere.

Per i bagni non ci fu nulla da fare, rimasero sporchi, anzi, sempre più sporchi e con i soliti malfunzionamenti.

Se non dormivamo ci mettevamo a giocare a carte, a farci degli scherzi, a scrivere sms attraverso i cellulari, a parlare delle nostre vite oppure nella lettura di romanzi e riviste.

A tal proposito vorrei raccontare in breve un episodio degno di nota.

In un noioso pomeriggio di pioggia, mentre mi stavo cimentando a leggere "Nato per uccidere" un libro di guerra ambientato in Vietnam, all'improvviso un certo Costa si alzò di scatto dalla sua branda accanto alla mia per lanciarmi addosso un fotoromanzo pornografico colpendomi il viso.

«Fatti gli occhi compare! Te lo presto ma non me lo sgualcire, sto andando in bagno, la voglia chiama ancora!» mi disse ridendo.

Tornò dopo circa mezz'ora chiaramente esausto e si lasciò cadere a peso morto sul letto in posizione fetale per poi infine addormentarsi.

Il romanzo che stavo leggendo poco prima non destò più il mio interesse poiché avevo trovato qualcosa di più interessante e soprattutto più eccitante.

 

Come già detto, non essendoci molto da fare, trovavamo inutile girovagare la base americana visto e considerato che non ci si poteva acquistare nulla, mentre lo spaccio italiano, a parte la mattina, era mal fornito senza neanche la TV, e scendere a Catania non conveniva dato che gli autobus non rispettavano quasi mai gli orari, ed erano problemi se non ci si tornava prima delle 23 nonostante esenti dal servizio.

A proposito di punizioni, la maggioranza dei miei commilitoni fu punita, chi per una cosa o per un'altra, mentre io restai quota a zero cercando sempre di stare concentrato e attento durante i turni.

Essere puniti consisteva a non poter lasciare la caserma.

Alla fin fine cosa cambiava?

Puniti o non puniti restavamo rinchiusi pur sempre nelle nostre stanze a dormire o a fare altro, per cui non faceva la differenza.

I due mesi in qualche modo passarono, finché una mattina gli ufficiali finalmente ci annunciarono il ritorno a Messina, e ci furono date due belle notizie.

Per prima cosa per ogni singolo giorno di servizio prestato in trasferta avremmo percepito un indennizzo che unito allo stipendio gonfiava un po' le nostre tasche e poi una volta ritornati alla nostra caserma di provenienza, l'indomani avremmo ricevuto una graditissima licenza dalla durata di 10 giorni.

Inutile dire la felicità che albergava nei nostri animi, quei due mesi di "Operazione Domino" ci vennero ripagati in tutti i sensi.

Tornammo a Messina in tarda serata, dapprima ci fu la consegna del nostro equipaggiamento in armeria, per poi avviarci alle nostre camerate e una volta sistemati gli effetti personali nei rispettivi armadietti andammo nelle brande pieni di allegria.

Il giorno seguente, nel piazzale ci fu l'alzabandiera cantando a squarciagola l'inno d'Italia ed in seguito ci furono i complimenti da parte del Comandante di Reggimento, che ritenne soddisfacente il nostro operato e nel contempo rimproverò aspramente senza fare nomi, coloro che si erano resi protagonisti di varie scorrettezze.

Gli elementi in questione non appartenevano alla mia Compagnia e il colonnello si riferì a quelli che avevano prestato servizio alla Raffineria di Milazzo, quali furono le conseguenze non lo venni mai a sapere.

Una volta giunti in Compagnia, ci fecero inquadrare all'esterno, il nostro capitano rinnovò i convenevoli e incaricò il suo subalterno, un giovane tenente di origine napoletana ad assegnarci le licenze chiudendo un occhio con molti che avevano ricevuto alcune punizioni non gravi, chiamate per l'esattezza "consegne semplici" nel corso dei due mesi di operazione militare.

 

La licenza veniva ritirata in questo modo:

Una volta chiamato il proprio nome e cognome, dalla posizione di riposo ci si metteva sugli attenti sbattendo il tallone destro dicendo "comandi" alzando in aria il braccio destro ed abbassarlo in circa due secondi, si effettuava un dietro-front, ci si staccava dalla riga/fila per andare a passo veloce dinnanzi l'ufficiale o sottufficiale sbattendo nuovamente il tallone destro accompagnato dal saluto militare, una volta ricevuto il foglio si ritornava al proprio posto in attesa che venissero consegnate tutte le licenze per poi stare sciolti dopo il rompete le righe.

Passò poco più di mezz'ora e le licenze furono consegnate a tutti, tranne al sottoscritto.

Cominciai a pensare che si erano dimenticati di me ed essendo in prima fila guardai il tenente Palma con aria perplessa chiedendogli con molta umiltà delle spiegazioni.

«Soldato» mi disse «Sei a rapporto dal capitano Mottola, entra nel suo ufficio che ti deve parlare!»

Confesso che provai un certo timore.

«Cosa diavolo è successo?» «Cosa ho fatto?» «Perché non mi hanno consegnato la licenza?» queste furono le domande che mi torturarono.

«Forse dovrò svolgere un servizio alla porta carraia!» pensai cercando anticipatamente di indovinare ma se così fosse stato mi sarebbe stato detto dai furieri e non dal comandante stesso.

Non erano comunque rari i casi in cui all'ultimo minuto a uno o a più soldati, venivano negate le licenze per servizi esterni che non riguardavano la Compagnia.

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