"Tu Easy … tu devi uscire di qui se vuoi toccare vette mai raggiunte. Un pubblico festoso che applaude alle tue acrobazie non varrà mai quanto un solo cuore,il tuo, che pulsa per vivere e non più per sopravvivere. Ricorda ne vale sempre la pena".
Easy strappò un po’ di coraggio da quelle parole,raccolse le sue poche cose in una borsa per conservare immagini, profumi e saperi di ciò che era sempre stata. Aprì la porta e si buttò fuori.
Per prima cosa decise di munirsi di un grosso cappello, abbastanza ampio da renderle meno traumatico l’approccio con la sua nuova vita. Occhi aperti e testa alta avrebbero potuto scoraggiarla, "meglio andare per gradi" pensò.
E come nei film più romantici, un colpo di vento le disarmò il viso,abbandonandolo al mondo.
Un mondo pieno di cielo e non solo di terra.
La luce accecava il suo sguardo buio, e lei si lasciava bruciare da tale splendore.
Più fissava quel bagliore più si bagnava di lacrime, si toccava la faccia incredula.
Non si era mai sentita così dentro alla vita, scappò via da quell’emozione, non era pronta,troppo rumore in pochi minuti di aria. Correva come se una bestia feroce la stesse inseguendo assetata di sangue umano e in un certo senso era così, la felicità ti succhia via il sangue lasciandoti poco ossigeno in corpo, tra un paio di nuvole e un piacere senza gravità.
Poco dopo te lo restituisce (il sangue) ormai malato, abbandonandoti sul fondo di un dolore stracolmo di gravità.
Questo perché Easy aveva conosciuto gioie improvvise, esagerate, per niente sane e dolori, altrettanto improvvisi, esagerati e per niente sani. Meno gioie = meno dolori.
“Non fa una piega” pensava, ed invece il vestito era visibilmente stropicciato. Indossava a caso un tessuto così pregiato, nessuna consapevolezza del suo valore e nessun ferro da stiro nei dintorni. Occorreva appianare i solchi e distendere le grinze che occultavano il bello del suo abito di carne.
Erano passati anni e continuava a marciare sulle punte ma questa volta con i piedi ben piantati a terra, senza il cielo a portata di mano e con una realtà troppo piena da restare in un pugno.
Straripava ovunque, come la bocca di un vulcano che libera energia lasciata al sonno troppo a lungo e che ora sputa elettricità e verità.
Un lavoro in una boutique di fiori due figli e un marito la sua unica verità. Aveva letto da qualche parte che una delle professioni più appaganti rilassanti e felici al mondo era quella del fioraio. Dunque si diede l’opportunità di vivere nei colori e di respiri al sapore di rose appena sbocciate. Non conosceva la differenza tra una pianta grassa e un’ orchidea, sapeva solo che il fiore è figlio di tempi mai visti, desiderava vestirsi di eternità strappandone un po’ a qualche petalo illegittimo ma mai appassito.
Le giornate rotolavano via come balle di fieno, le notti anche, studiava i fiori e le loro storie come fossero delle leggende da dover custodire e tramandare, o come favole dalle quali lasciarsi addormentare.
ANEMONE : rimpianto, narra la leggenda che Marte per gelosia uccise l'amante di Venere.
Lei, disperata, lo fece rivivere sotto forma di un magnifico fiore, l'anemone.
AQUILEGIA: simbolo del capriccio ma anche quello dell'amore.
ASTER NOVI-BELGII : fonte di ispirazione di idee e di fantasie che nella vita stupiscono sia chi le pensa sia chi le ascolta.
Ma il suo preferito era L'ACHILLEA  un fiore dal lungo stelo esile e all'infiorescenza gialla. simbolo delle persone solari, essenziali, belle dentro e fuori.
In breve tempo sbaragliò i concorrenti, l’adoravano tutti. Viveva in maniera semplice, da mamma, senza rincorrere sogni o vette inesplorate,ne aveva abbastanza di mete irraggiungibili. Si godeva la fermezza dell’istante confidando in se stessa come mai.
Un momento degno di un fermo immagine arrivò in un pomeriggio insolito, pioveva e l’arcobaleno squarciava l’orizzonte denso di rabbia. La pioggia era come il pianto liberatorio che ogni tanto si concedeva per far pace con i demoni, un modo per sistemare i conti con il passato e mettersi in parità con il presente.
Ecco che quando pioveva lasciava che il tempo l’accarezzasse piano chiedendole un confronto tra vecchi nemici. Si sedeva davanti all’unica finestra libera da fiori intransigenti e anche un po’ egocentrici, taceva in un lungo faccia a faccia con nuvole sporche di rimpianti, zittita dall’irruenza del tempo sovrano, che nulla poteva davanti alla bellezza che si era impadronita di lei tutta.
Quel pomeriggio era diverso, Easy non aveva più niente da dire, la partita era chiusa, né vincitori né vinti, uno a uno e palla al centro.
Eppure un colpo dritto in testa deve averlo avvertito quando lo vide, quando vide LUI. “Non può essere! -si ripeteva- Tradisco tutta quella che sono stata per fare spazio a quella che voglio
essere e chi mi appare? ”
Un gioco al quale anche il destino si sarebbe rifiutato di partecipare, se non fosse che quel LUI si chiamava IDEM e conservava intatto il fascino di un ricordo troppo perfetto da restare tale. E a Easy il troppo è sempre piaciuto un sacco. 
Idem l’aveva cacciata dalla favola che si era cucita addosso disorientandola del tutto, resettando le sue mappe, cancellando e riscrivendo una storia che non conosceva. Gli era grata ma non l’avrebbe perdonato, mai.
Si era adagiato nella sua vita perfettamente,non chiedendo nulla di più di quello che gli offriva, e questo la tormentava. Dunque pretese di darsi di più e sancire un legame, leggere ad alta voce, sporcare di per sempre qualcosa senza inizio ne fine, annodare a se chi invece non voleva nulla di più. Abituata ad aggiungere, non sapendo come e cosa togliere gli permise di aver ragione e di restare nella sua fiaba, senza di lei; così dovette dargli ascolto e andare a cercarsi, sciogliendo quel nodo d’aria che toglieva chiarezza a entrambi. Si rifugiò in un circo diventando equilibrista per sentire sulla sua pelle che esisteva, voleva esistere di nuovo, in qualche modo senza di Lui.
Ed ecco che la pellicola ricominciò a girare, non sapeva se fermarsi a guardare o coprirsi gli occhi e contare fino a 100, come a nascondino, ma lei non avrebbe lasciato incustodita la sua tana e questo facilitava le cose. 
98 99 e ceeennnnto ! Deglutì e si voltò. Lui non c’era, ora come allora. Erano adolescenti. La conquistò subito, si travolsero come solo certi amori sanno fare.
Restavano per ore appiccicati, incollati l’uno all’altro per non rischiare di far passare aria fredda tra i loro corpi. Sentivano il calore del sangue che pompava a mille, adrenalina, passione da primo bacio e fine certa.
Si dissero addio senza lasciarsi mai, perché la cazzata che il vero amore si incontra una sola volta nella vita non è poi cosi tanto una cazzata. Ma il momento era in ritardo o troppo in anticipo ed anche dieci anni dopo era quello sbagliato, sembrava una maledizione!
LA MALEDIZIONE DEI MOMENTI SBAGLIATI
Ormai aveva la sua vita, profumata e lineare come quel filo da cui era scappata. Si trovava bene nelle vesti di una “perfetta” e così si promise di prendere a pugni la maledettissima vocina che non la smetteva di rompere i coglioni. Voleva un mondo quadrato e quella tagliava gli angoli continuamente.
Pensò a delle toppe ma, per quanto fashion possano essere, sono sempre un ripiego a degli strappi, anche violenti. Cosi abbandonò l’idea della “perfezione = cuciture perfette” e riprese a spargere buchi ovunque,perché l ’importante è il tacco 12 e un’ andatura da femmina. Easy e la maledizione dei momenti sbagliati.
La bella fioraia si lasciò rivivere dal passato, lo sentì di nuovo sulle ossa,nelle mani tra le dita,fino in fondo assaporò l’odore del niente consapevole del rischio; tornò a fare l’equilibrista di una vita, la sua. Non mantenne nessuna promessa e inzuppata di momenti sbagliati cadde ancora e ancora per sentirsi viva, donna, carne, senza giudici con palette da infilzarle nella coscienza e una bella famiglia, la sua, fatta di momenti giusti e posti a tavola assegnati. Piena. 

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