«Pasquale! Pasquale…Teresina! Insomma ci senti o no?»

«Scusate don Salvatore, abbiate pazienza, ho abusato della vostra guardiola. Stasera non ci sto con la testa, mi sento strana. Sarà colpa del tempo non so. Avete visto che schifo? Me ne sono dovuta scappare e mi sono pure bagnata e con questa aria fredda non vorrei ammalarmi.»

«Hai ragione Teresi', è proprio una brutta serata. Prima ti ho chiamato col tuo vero nome ma non mi hai risposto: te lo sei dimenticato per caso?»

«E chi lo sa Don Salvatore, chi lo sa. Non sono sicura di niente ormai, chi si ricorda di chi io sia, manco io ne ho memoria. Uomo, donna… Da tanto tempo ormai porto questa gonna che anche quando vado al cesso, con decenza parlando, se non mi siedo non sono capace nemmeno di… E poi proprio voi mi dite queste cose? Voi, quello che ha avuto questa bella idea, che mi ha spinto in questa trappola dentro a un mondo di falsità. Doveva essere solo una scusa per ingannare gli altri e ci siamo riusciti, ma alla fine ci sono cascato anche io. Non c’è scampo ormai: per tutti sono una donna brutta e grassa, con questo petto enorme e un culo ancora più grande. Sotto questi abiti però sono ancora un uomo, un uomo che non può svolgere le sue “normali funzioni”. Questo lo sappiamo voi ed io, ma son solo io quello che la notte, nel buio della mia stanza, si sente solo. Nessuno mi ama, nessuno mi vuole per quello che sono veramente, tutti vogliono Teresina, comprano da Teresina, esigono da Teresina. Si rivolgono a me come farebbero a una statua, come davanti a San Gennaro: chiedono e chiedono, a volte pretendono, ma danno ben poco in cambio. Chi è Teresina? Soltanto un nome, lei non esiste davvero. Uomo o donna a loro non importa, basta che la possono usare, nessuno si chiede se sia felice o se soffra. 

Sono un uomo che non può amare, una donna che non può essere amata, secondo voi questa è vita? Rimpiango quando mi prendevano in giro, almeno ero qualcuno di normale, specifico. Così come sono oggi invece, come si dice… non sono né carne né pesce!»

Teresina continuava a parlare accalorandosi nel suo sfogo, era agitata e girava in tondo nella piccola stanza come una bestia selvatica bloccata in una gabbia. 

Don Salvatore intanto se n’era uscito in silenzio, conosceva questi sfoghi del suo amico e in questi casi lui non era la persona adatta a consolarlo, proprio perché in parte responsabile del suo stato. Sapeva che la miglior cura per lei era restare fra la gente, altrimenti aveva queste cadute d’umore. 

Accortasi di essere rimasta sola Teresina si agitò ancora di più, lo sguardo era perso, le mani stropicciavano un fazzoletto intriso di pioggia e sudore.

Udì bussare alla porta della guardiola.

«E' permesso? Si può entrare? Teresi' ci sei?

«Chi è?» Rispose ansimando.

«Sono comare Vincenza, buonasera. Sapevo stavi qua al riparo, scusa Tere', ma mia figlia ha sentito il profumo delle castagne ed ora le vuole a tutti i costi. Sai, non soddisfare una voglia per una che aspetta può essere pericoloso.»

«A vostra disposizione donna Vincenza. Non vi preoccupate, qua ci sta Teresina vostra per soddisfare tutti. Voi lo sapete, la mia roba è la migliore che possiate trovare e poi all'amicizia ci tengo. Inoltre vostra figlia merita, è davvero una buona figliola. Ecco qua, queste sono ancora calde, portategliele con i miei auguri, ora sono felice e quando Teresina è felice lo devono essere tutti. Andate andate, stasera offre la ditta.»

Il suo faccione era solcato da un largo sorriso ma lo sguardo, celato da riccioli ribelli ancora umidi, nascondeva un desiderio di pianto.

 

(da “Cronache napoletane” di Lorenzo Barbieri)

 

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