Eh sì, è annata a finì male.

Ve ‘a ricordate ‘a foto de li sposi accanto ar secchione de via dei Giubbonari? Quello vestito de nero so’ io.

Quella vestita de bianco è Lella, sì, come ‘a moje de Proietti er cravattaro.

Quante vorte se ‘a semo cantata, lei manco sapeva che cavolo vor dì “cravattaro”, je l‘ho spiegato io che era quello che prestava li sordi a strozzo, lei veniva dalla Campania, Galluccio per la precisione.

Stavamo ar mare ‘na mattina de Maggio, a Marina di Minturno, lei co’ l’amiche sue, certe gallinacce starnazzanti che levete, lei era ‘a più rifinita, anche se stava sempre co’ ‘e zinne de fori, ma annava de moda, diceva così quanno se conoscemmo: «guardare senza toccare sono cose da crepare». Parlava italiano perfetto, no come me che vengo da Tor Bella Monaca, la famosa Beautiful Nun Tower della periferia romana, ed ho fatto la quinta elementare pe’ disperazione.

Intendiamo, lei faceva tanto l’istruita ma era ‘na sciampista, aveva fatto un corso professionale pe’ cuaffer, nun so’ come se scrive, poi er padre j’aveva aperto un negozietto da parucchiera che annava discreto.

Ma cominciamo dall’incomincio.

Nun era stato gajardo, lei stava a giocà a pallavolo co’ l’amiche sue, tutte belle fichette, tutte co’ le zinne de fori, c’era un movimento interessante, specialmente quando respingevano sotto rete o cercavano de pija ‘a palla in scivolata! Beh, se sarebbero state ignude avessero (ahò, li verbi metteteveli come ve pare, io nun li so!) fatto ingrifà de meno li ragazzetti lì intorno, c’avevano solo li slip perennemente risucchiati!

Io c’ho avuto ‘a fortuna de pija ‘na pallonata involontaria, piena de rena ‘n faccia, lei se sentì corpevole e me venne a soccorre, io esagerai l’urla

«Nun ce vedo più, ahioddio è ‘a fine, portateme ar pronto soccorso»

Lei pe’ scusasse m’aiutò a sciacquamme ‘a faccia dar nasone… ‘a funtanella, come ‘a chiamate voi istruiti? La prima cosa che vidi furono du’cerase in movimento quasi in faccia, mentre me puliva li capelli dalla sabbia!

Che spettacolo, neanche m’accorgevo che me stava a parlà

«Mi perdoni? Dai, mi dispiace tantissimo»

Arzai l’occhi verso li sua

«Te perdono ma me devi dì come te chiami»

«Fiorella»

«Ah, Lella insomma, io Agustarello, te posso offrì un bitter?»

«Va bene, tanto le altre non se ne sono neanche accorte che me ne sono andata»

Iniziammo a parlà, stessimo… stettero… insomma dopo un quarto d’ora stavamo già a tre bitter, du’ gin tonic e un Cubbalibbre! Ridevamo come pazzi, meno male che c’erano anche ‘e patatine, sennò partivamo de cervello!

«Ma nun ce l’hai l’omo?»

«Che sei matto? Nel mio paese sono tutti gelosi, a me piace essere guardata, finisco le storie sempre con due schiaffi, o li do io o me li danno»

«Noi a Roma semo modernizzati, nun ce badamo, un corpo così nun se po’ tenè solo pe noiartri»

Dopo n’artra mezz’ora ce stavamo a bacià sull’asciugamano, c’avevo li capezzoli sua che me bucavano li pormoni, ‘na bellezza!

Solo che c’avevo un grosso problema, nun m’ero messo li carzoncini perché prevedevo ‘na giornata tranquilla, così avevo infilato li slip e mo’ c’avevo ‘a situazione che voleva esci, dovevo pe’ forza stà a panza sotto

«Amo’ nun me posso move» me spostai un po’ de lato pe faje vedè mi fratello allungato

«Ecchemmarò! Tutta salute Agustaré!»

«Mo’ come faccio, mannaggia, mica posso stà così fino a stanotte!»

«Beh, se rimani così fino a stanotte te sposo subito! Sei mejo de Sting! Ho un’idea per salvare la situazione, io ti faccio uno scherzo e scappo in acqua, tu m’insegui abbastanza da vicino, così non si vede, tranquillo, tanto è un giorno feriale, non ci sono molte persone, poi stanno tutti a guardare le mie amiche che giocano»

«Bell’idea, sì, gajarda, vai!»

Mi sfila il costume e scappa

«Ma che sei scema? Così no! Dai, fermete!!!»

So’ costretto a tenello tra le mano e scappaje dietro, ha raggione, nessuno ce stà a cioccà!

«Nun fa er boiaccia, dai fermeteeeee»

Arriva a riva e se butta, io sto subito appresso, la spingo all’indietro e mentre galleggia je torgo anch’io er costume… ritorna subito a toccà co li piedi per terra, ma ormai j’ho visto tutto… vabbé, è inutile che ve spieghi er proseguio.

Dopo tre mesi, ad inizio agosto, ce sposammo d’urgenza, er panzone cominciava a vedesse, che sfiga! ‘na botta ‘na tacchia, venimmo ospitati dar “Boss delle Cerimonie”, vaa ricordate ‘a puntata der 15 novembre de du’anni fa? Eravamo noi (in differita ovvio), lei era quella che a metà del pranzo fece er cambio d’abito, come ‘a principessa Kate, come Belen, l’aveva visto su uno de quei giornali fregnacciari che metteva ner salone, pe’ forza che ve ‘a ricordate, uscì seminuda, majettina corta firmata e minigonna! (aiuteme a dì mini, era ‘na striscia de stoffa!) Da quel momento potevi capì dalle foto e dae riprese ‘ndo Lella se stava a inchinà pe’ salutà, er culo suo diventò protagonista, bevette pure molto, infatti oltre al lancio della giarrettiera pe’ l’amiche, se invento el lancio der reggiseno pe’ l’amichi, in fondo, come disse «che c’è di strano, al mare l’hanno visto tutti»

Lì iniziai a stranì, diedi un pugno a Rodolfo, ‘n amico mio che prese ar volo er trofeo e lo odorò, l’urtima vorta che potè farlo, visto che je spaccai er naso.

Dopo quer giorno fu un continuo, in ogni occasione lei era quella osservata, je piaceva esse ammirata, desiderata, l’eccitava, anche l’urtimi mesi prima de sgravà indossava abiti premaman cortissimi ma firmati. Le zinne j’erano cresciute, era bellissima… ma purtroppo nun me ne rennevo conto solo io!

Dopo che Chantal era nata allattava pure dentro li centri commerciali, se tojeva er cappotto, se arzava ‘a majetta e je dava ‘a zinna alla pupa

«Non brontolare, il seno di una mamma non è una cosa sporca, non è erotico, è la vita che trionfa»

Mo’ sto qui ar gabbio, a Reggina Coeli, nun l’ho ammazzata, è pur sempre ‘a madre de mi fija, però quello stronzo che se la scopava ner nostro… come se dice… giaciglio coniugale, nun potrà rifallo de novo, li cortelli servono anche pe’ quello, l’uccello je rimase dentro de lei pe’ ‘n bel po’!

Mo avemo divorziato, è stata lei a buttà ‘a foto dee nozze dentro ar secchione, ma io nun ho fatto gnente pe’ impedijelo.

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