Ho sempre pensato che i luoghi abbiano un’enorme influenza sul modo di essere delle persone. Ho sempre pensato che in parte la nostra diversità potesse spiegarsi così. Arci viveva in un paese di tremila abitanti sul lago di Como. È uno di quei paesi con il nome composto da due parole e, quando lo avevo conosciuto e gli avevo domandato dove vivesse, lui lo aveva pronunciato scandendolo lentamente, come chi fosse abituato a sentirsi domandare, subito dopo, “Dove, scusa?” 

 

Nel suo appartamento, la notte, quando anche il suo rumoroso e irritante bulldog si addormentava, regnava una calma sovrannaturale che non mi faceva prendere sonno. Arci diceva che se si chiudevano gli occhi e ci si concentrava, si riusciva quasi a sentire il rumore del lago, che era lì vicino, assopito, come il resto di quel paese a due nomi. 

 

Arci non era mai così sereno come quando passeggiavamo sul lago e il suo bulldog gli trotterellava accanto. Era un tipo silenzioso e spesso teso, anche se tentava di atteggiarsi a sfacciato e disinvolto o, più semplicemente, di somigliare a tutti quelli uguali a lui e che facessero il suo stesso mestiere. Non so perché. Doveva aver imparato che fosse giusto così. 

 

Prima di mettersi con me, capitava che lavorasse sette giorni su sette, e lo faceva con una grande serenità. "Perché è quello che amo fare", diceva. E io gli rispondevo che anche io amavo scrivere, ma quando in redazione mi chiedevano un lavoro imprevisto diventavo nervosa e ansiosa, e avevo paura di perdere il controllo di tutto il resto. “È perché vieni dalla città,” aveva detto, con quel suo sorriso malizioso e dolce allo stesso tempo, con uno sguardo che mi perdonava, come se l’essere di città fosse un peccato.

 

Allora quando quei momenti di ansia mi coglievano, pensavo a lui che lavorava nel suo studio, anche quando tutti erano in ferie, con davanti quella strada tranquilla e silenziosa, e me la immaginavo soleggiata, com’era la prima volta che lo vidi. Solo così riuscivo a stare bene. Se l’amore è questo, allora posso dire di averlo amato.

 

Se l‘amore è sconfinata ammirazione e cieca accettazione, allora il nostro non lo è mai stato. Era un tipo così intelligente e appassionato, ma non riuscivo a capire, e quindi ad accettare, quelli che ai miei occhi apparivano come limiti. Fu questo il motivo della nostra lite definitiva. 

 

Tramite la mia caporedattrice, ero venuta a sapere che si era liberato un ottimo posto in una casa d’aste e, sempre grazie a lei, ero riuscita a rimediare un colloquio per Arci. Mi feci quell’ora e venti di macchina che ci separava col sorriso in faccia, pensando alla reazione che avrebbe avuto. Arci aveva una laurea in Storia dell’arte che non gli era ancora servita a niente. Bussai alla sua porta che non stavo più nella pelle dall’emozione. Sorrise di sorpresa e mi baciò. Era sempre così bello, e riesco ancora a rivedermelo davanti, se mi concentro, lì sulla porta del suo piccolo appartamento che odorava di fumo di sigaretta.

 

"Ho una notizia meravigliosa, Arci", dissi immediatamente, non appena richiuse la porta. Mi lasciai cadere sul divano. Il suo rumoroso e irritante bulldog venne a farmi le feste, ma a me i cani fanno paura, e non risposi alle sue effusioni. 

 

"Che cosa?", disse. Si prese una sedia dal tavolo e si mise a sedere di fronte a me. Anche lui sorrideva, e i suoi occhi neri cercavano di indovinare nei miei di che si trattasse.

 

"Per farla breve, la mia caporedattrice ti ha rimediato un colloquio per una casa d’aste. A Milano! Ha detto che la paga è ottima. Arci, è il posto giusto per te! E in più potresti finalmente venire a vivere e a lavorare a Milano, e potresti lasciare questo buco del mondo. Non è fantastico?", dissi. Ero così presa dal mio discorso che non avevo nemmeno notato che il suo sorriso si era pian piano spento.

 

Si passò una mano tra i capelli castani. "Da dove cominciare?", disse a fatica, teso. "Comincerò dalla cosa più scontata: fai sul serio? Davvero vedresti uno come me in una casa d’aste?", disse e indicò se stesso dalla testa ai piedi. 

 

"Perché no? Che importanza hanno le apparenze?", dissi ipocritamente, senza pensare. 

 

Arci fece un mezzo sorriso sarcastico. "Non rispondo nemmeno a questa frase fatta, e falsa. E poi, chi ti ha detto che me ne voglia andare? Io amo il posto dove vivo. Tutti i miei amici sono qui. E sono felice del mio lavoro. Lo sai che ho dovuto farmi in quattro per arrivare dove sono". 

 

"Sì, ma non c’è modo di far carriera, quindi pensavo fosse solo una cosa temporanea, sai, il sogno di un adolescente che si realizza, e poi sfuma". 

 

Arci mi guardò, e il suo sorriso amaro si accentuò. "Il sogno di un adolescente?", disse. "Io sono felice, Celeste. Sono bravo, e molto, in quello che faccio. E guadagno anche già abbastanza bene. Ma grazie tante lo stesso, soprattutto delle cose belle che mi hai detto", disse, sarcastico. 

 

"Sei ridicolo", dissi. "Mi spieghi come fai a buttare via un’occasione del genere?. Ti chiedo almeno di dormirci sopra". 

 

"Non ho alcuna intenzione di cambiare lavoro e trasferirmi a Milano. Perché non vieni tu qui, se la cosa in questione è che viviamo lontani? In studio ci serve una receptionist per gestire tutto quanto. E potresti venire a vivere con me". 

 

"Arci, non succederà mai nella storia del mondo che io mi ritrovi a lavorare per te e i tuoi amici. Avanti, dai", dissi. 

 

"Senti, perché stai con me? Sì, stiamo bene, ma non ho mai capito perché tu stia con me, e non lo capisce nessuno. Se ti faccio tanto schifo, lasciami".

 

"Non mi fai schifo, Arci. Io ti adoro, e ti ammiro, lo sai, e so che sei pieno di talento. Ed è proprio per questo che penso che per te sia arrivato il momento di crescere. Sei meglio di questo cliché che cerchi di interpretare". 

 

"Cliché?"

 

"Insomma, voglio dire, fai questa specie di lavoro perché è quello che sognavi al liceo. E poi, sì, non fraintendermi, con “cliché” intendevo dire che vi somigliate tutti, voialtri, vi vestite alla stessa maniera, ascoltate la stessa musica, parlate allo stesso modo. Dai, Arci, non prenderla nel verso sbagliato. Sei stupendo, e lo sai che lo penso". 

 

"E tu cosa credi di essere?", disse, alzandosi in piedi e alzando la voce, ignorando completamente la mia ultima frase. "Una scrittrice fallita che lavora in una rivista sperando ancora che un giorno qualcuno trovi il suo romanzo nel cassetto. E poi, un altro cliché siete voi stupida gente delle grandi città, che credete che sia l’unico posto in cui la vita umana sia possibile, e credete pazzo chiunque non ci voglia vivere".

 

"Non puoi negare che la città sia meglio di questo posto", dissi.

 

"Non lo è, ma tu non puoi capire".

 

"Nemmeno tu puoi capire", dissi.

 

Restammo in silenzio. Lo guardai, percorsi lentamente con gli occhi i suoi lineamenti e il suo corpo, come a volerli imprimere nella memoria, e mi parve che lui facesse la stessa cosa, ma questo non lo saprò mai, ed eravamo così tanto in silenzio che riuscii effettivamente a sentire il mormorio del lago. O forse lo immaginai soltanto. 

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