La fantasia non gli era mai mancata, piuttosto era il coraggio a sfuggirgli di mano quando si trattava di passare all’azione. Aveva deciso subito come utilizzare le foto di quello sconosciuto, un ragazzo  all’incirca della sua età, eppure aveva esitato a lungo prima di farlo. Certo, non era una cosa corretta. Ma non vedeva altri modi per schiacciare il tarlo che lo rodeva dentro. E se una sera non si fosse ritrovato un po’ brillo davanti al computer dopo una cena fatta con i suoi compagni di appartamento, forse quell’idea sarebbe rimasta per sempre tale.
Il rimpianto lo aveva inseguito anche là, nella città dove si era trasferito per studiare. Lo aveva capito fin dal primo giorno quando, facendo le pulizie della stanza presa in affitto, aveva scoperto tre foto in un cassetto del comò. Si era affrettato a metterle da parte, tra le pagine di un libro. Nessuno le aveva reclamate e lui nemmeno aveva domandato ai coinquilini più anziani notizie sul ragazzo che vi era raffigurato, tanto diverso da lui fisicamente e negli atteggiamenti. Ne osservava spesso lo sguardo fermo verso l’obiettivo, il sorriso avvolgente, la voglia di vivere che lasciava trasparire, e pensava che non gli sarebbe affatto dispiaciuto essere come lui, o così come se lo immaginava: un tipo che a differenza sua non avrebbe avuto alcuna difficoltà a conoscere Roberta.  
L’aveva vista la prima volta nell’ufficio dove lei lavorava; ci aveva scambiato pure alcune battute allo sportello. Ne aveva letto il nome sul cartellino appuntato sul vestito leggero che indossava; quel nome l’aveva scolpito nella mente, insieme alla gentilezza che sembrava non preconfezionata e al viso luminoso dietro il vetro della sua postazione. L’aveva incrociata per strada alcuni giorni dopo, in compagnia di una collega durante lo struscio della festa patronale che chiudeva l’estate. All’inizio l’aveva notata ma non riconosciuta. Tuttavia la leggera scossa che lo aveva attraversato era stata la stessa. Rallentò fin quasi a fermarsi quando capì chi era, dicendosi che per lui due indizi rappresentavano già una prova. Ed allora si era domandato chi fosse, da dove venisse. Di certo in paese c’era capitata per lavoro. Perché da lì, chi poteva fuggiva via. Giusto il tempo alla sua timidezza di prendere il sopravvento senza colpo ferire, che era dovuto partire diretto all’altro capo della Penisola. Cominciava l’università.
Chiuso nella sua stanza, quella sera il vino bevuto lo rendeva leggero. S’era seduto davanti al computer acceso; pensato: “Roberta…” prima che su Google digitasse la parola Facebook, col ronzio di fondo dello scanner che intanto generava tre files jpeg. Sul monitor comparve l’ home page del sito. Sapeva di trovarla in quel social network: lo aveva verificato in precedenza. Si iscrisse  usando un falso account ed un nome inventato. L’immagine del profilo che inserì fu quella di un  giovane che fissava deciso l’obiettivo. La contattò che era notte fonda e quando si buttò sul letto si addormentò subito. L’indomani lei aveva accettato l’amicizia.
Si sorprese della facilità con la quale le inviò il primo messaggio. Era l’altro ragazzo che scriveva al posto suo, e lui lo lasciava fare. La ringraziava; le diceva di essersi appena iscritto e di averla trovata cercando una sua ex compagna di classe del liceo con un nome simile al suo. 
“Capito” gli aveva risposto lei alcune ore più tardi. Verso sera vide che era collegata. Il tempo di indossare i panni di quello sconosciuto, che le scrisse “Ciao”. 
Ed iniziarono a chattare. 
Dopo i primi convenevoli gli domandò chi era e lui le raccontò una storia piena zeppa di fatti e personaggi inventati. Improvvisava senza alcuna difficoltà, forse perché in fondo era proprio quella la second life che avrebbe desiderato avere. 
“Te che fai di bello?” le domandò alla fine. Roberta gli disse il lavoro che svolgeva e di essere stata costretta a trasferirsi in un paese che definiva utilizzando una di seguita da tre asterischi in mezzo ad una emme ed una a; gli disse che il venerdì era il giorno più bello della settimana perché mollava tutto e ritornava a casa, anche se doveva sorbirsi un lungo viaggio ma che non gliene fregava un caxxo. E gli disse tante altre cose che non le avrebbe mai domandato. Alcuni strafalcioni punteggiavano le sue frasi; spesso tra un messaggio ed un altro lasciava passare un sacco di tempo, tanto che lui si domandava che fine avesse fatto. Poi riprendevano a chattare ed il monologo proseguiva. 
Quando lui provò a spostare di nuovo il discorso su di sé, Roberta lo bloccò per fargli l’elenco delle cose che non sopportava e delle tante virtù che doveva avere un ragazzo per conquistarla, rivendicando la libertà di pensare a se stessa prima che agli altri. 
“… Perché bisogna essere egoisti nella vita per sopravvivere, non trovi?” gli domandò.
 Lui le diede ragione, ma un senso di disagio aveva preso a salirgli dentro silenzioso come la marea. Ad un certo punto Roberta non scrisse più nulla e lui non sapeva quali storie inventarsi per portare avanti la discussione. Si domandò cosa ne fosse della ragazza che lo aveva incantato, seduta dietro lo sportello di un ufficio o camminando per strada tra la folla in un giorno di festa. 
Si era sempre fidato del suo intuito e nonostante tutto voleva ancora dargli credito. Qualcosa non tornava. E se anche lei aveva indossato una maschera per un meccanismo di pura difesa, trovandosi a comunicare con un perfetto sconosciuto? E se quello era l’unico modo che aveva di reagire di fronte a ciò che la vita le aveva negato o sottratto? Concluse che per capirlo avrebbe dovuto conoscerla davvero: parlare con lei guardandola negli occhi, risalire dalle vibrazioni della sua voce a quelle della sua anima. Scosse il capo, mentre il rimpianto si stemperava nel disincanto e le aspettative sbiadivano in un sentimento neutro sempre più distante. Con una scusa la salutò, uscì da Facebook e cancellò quel profilo creato soltanto il giorno prima. 
Dalla cucina dell’appartamento giungevano le voci dei suoi amici che giocavano a carte. Si disconnesse, spense il computer e li raggiunse. In mano aveva tre foto. Disse loro di averle trovate in camera e domandò di chi fossero. Ora, non sapeva cos’altro farne.  



      
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